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Girls 1.06 The Return

Passato il giro di boa della prima stagione, Girls si concede una pausa narrativa, rispetto alla storia portante delle quattro ragazze a New York e ci catapulta in un episodio Hannah centrico, che va ad esplorare meglio quello che è il background della protagonista dello show, il rapporto con la sua famiglia e la sua città d’origine.

Il paesino del Michigan dove è cresciuta è il classico della provincia americana, con tutti i suoi cliché e la sua famiglia non aggiunge nulla di nuovo a quanto si possa vedere in mille altre storie, quindi questo ci porta a considerare che in realtà Girls non sta raccontando nessuna “storia” nel senso letterale del termine, ma ci sta solo mostrando una normalità estremamente realistica e spiccia. Quanto poi, tutto questo sia interessante è un altro discorso. Sicuramente è meno facile da raccontare e gestire, perché una storia con un suo percorso scandito da avvenimenti ha un potere di coinvolgere lo spettatore di gran lunga superiore a mostrare la normalità (anche se un po’ esagerata). Per creare interesse su quest’ultima devi saper narrare con particolare bravura e avere degli ottimi interpreti. Girls ci riesce? Per ora solo in parte e negli ultimi episodi un po’ meno.

Il ritratto di Hannah prosegue rendendo sempre più evidente che la ragazza è un’immatura sociopatica, che non riesce a comportarsi quasi mai nel modo giusto e la sua figura inizia a lasciarmi un po’ interdetto, nel senso che non si riesce a creare alcuna empatia con lei, anzi a volte ti verrebbe da prenderla a sberle e dirle di smetterla di fare la “stupida cazzona”

I suoi genitori tentano un po’ blandamente di portarla a casa, ma non ne sono (o non sembrano) troppo convinti, a lei manca New York, ma nemmeno troppo, perché almeno al suo paesino è quella che sta a New York e quindi, come dice  lei, è naturalmente interessante, mentre nella grande mela è una delle tantissime perdenti.

In mezzo ai tristi siparietti della città di provincia, ad un po’ di sesso casuale e alle sempre più paradossali conversazioni con Adam, la cui totale assurdità come personaggio me lo ha reso ormai fondamentale, si infilano anche dei pezzi di narrazione gestiti visivamente e tecnicamente molto bene. Il suo discorso allo specchio prima dell’appuntamento con il figlio del farmacista, o la sua conversazione con l’aspirante ballerina che le racconta la storia insensata della serata di beneficenza/appoggio morale (quanto trash era la serata?) sono parti gestite veramente bene, così come il parallelo di cui lei stessa non di rende conto pur facendolo: quando dice che la ragazza che vuole andare a Hollywood a ballare è decente a livello amatoriale ma assolutamente perdente nel voler tentare la strada del professionismo, e si domanda perché nessuno glielo dica, viene spontaneo pensare a lei giovane che scriveva la rubrica “Tell to Hannah” sul giornale della locale highscool e pensa bene di partire per New York per diventare una scrittrice.

Sicuramente si riprende dall’episodio scorso, cambiando anche il piano narrativo, ma la ripresa è abbastanza lenta, perché tranne poche perle, la descrizione della provincia americana è abbastanza banale e soprattutto mancano la spigliatezza e l’esuberanza di alcuni dialoghi che c’erano stati nei primi episodi. Speriamo che ora si torni a New York e si riparta nella direzione giusta, sempre che Lena Dunham sappia quale sia.

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