fbpx
Netflix

Generazione 56k e la dittatura della leggerezza – Recensione della serie italiana di Netflix in collaborazione con i The Jackal

Generazione 56k: la recensione
Netflix

Rispetto per le opinioni di tutti. Però, alle volte, si rischia di esagerare. E un’opinione diffusa finisce per diventare una sorta di pensiero unico contro cui sembra impossibile dire il contrario. Ad esempio, l’ormai classico refrain secondo cui, dopo la drammatica crisi pandemica, c’è ora bisogno di leggerezza.

Ragion per cui si dovrebbe giustificare e persino lodare anche una serie come Generazione 56k.

Generazione 56k: la recensione
Generazione 56k: la recensione – Credits: Netflix

Con i The Jackal ma senza i The Jackal

Generazione 56k era molto attesa per il coinvolgimento dei The Jackal. Il popolare gruppo di videomaker napoletani si è da tempo imposto per la qualità e l’intelligenza delle sue produzioni al punto da continuare a navigare nel mare magno della rete accettando però di approdare sempre più spesso anche nei porti televisivi generalisti. Un successo meritato grazie alla felice combinazione tra un gruppo di personaggi dalla chimica eccelsa e un set di autori capace di fare scelte sempre originali anche quando si tratta di realizzare campagne promozionali per marchi noti.

Era, quindi, solo questione di tempo prima che Netflix e i The Jackal incrociassero le loro strade. Essendosi già cimentati sul grande schermo, ai videomaker napoletani mancava di esplorare il format seriale. Al tempo stesso, Netflix ha dimostrato di essere molto interessata alle produzioni italiane come testimoniano i tanti titoli recenti (da Luna Nera a Curon, da Baby a Summertime, da Skam Italia a Zero) nonostante i risultati siano stati spesso cocenti delusioni. Generazione 56k è figlio, quindi, del matrimonio tra la voglia di sperimentare dei The Jackal e l’ossessiva fame di pubblico facile da conquistare di Netflix.

LEGGI ANCHE: Zero la nuova serie italiana di Netflix: trama, cast e colonna sonora. Tutto quello che c’è da sapere

Eppure che qualcosa non avrebbe funzionato si poteva sospettare dall’insistenza con cui si è sottolineato più volte che Generazione 56k non è una serie dei The Jackal, ma in collaborazione con i The Jackal. Collaborazione non superficiale dato che parte degli autori della serie lavorano anche per i The Jackal. I primi quattro episodi (su un totale di otto della durata di 25 minuti ognuno) sono, inoltre, diretti da Francesco Ebbasta, regista del gruppo. Soprattutto, la partecipazione di Fru (Gianluca Colucci) e Fabio (Balsamo) e i camei di Claudia (Napolitano) e altri volti (e oggetti) noti dei video del gruppo napoletano potrebbero far dimenticare la differenza tra “dei The Jackal” e “in collaborazione con i The Jackal”.

Ci pensa Generazione 56k a sbattercela in faccia questa sostanziale dicotomia. Perché nella serie manca tutto ciò che ha reso famosi i The Jackal. Soprattutto, è completamente assente la capacità di trattare argomenti usuali con modi e tempi originali e unici. Non a caso, il minutaggio di Fru e Fabio è inversamente proporzionale all’incedere della trama. Perché, a quel punto, i The Jackal non servono più. Il pubblico si è fatto abbagliare dallo specchietto per allodole. Ora è arrivato, gli specchietti si possono riporre, grazie.

Generazione 56k: la recensione
Generazione 56k: la recensione – Credits: Netflix

L’eterea leggerezza del già scritto

In una recensione, spesso, si accenna anche fugacemente alla trama in un difficile equilibrio tra dire quanto serve per giustificare il proprio giudizio e non dire quanto potrebbe spoilerare la storia ad un lettore che ancora deve vederla. Con Generazione 56k questo gioco è impossibile. Perché la trama è talmente scontata e ovvia che basta scrivere chi sono i protagonisti per raccontare già tutto. Ed è proprio questo il dente che duole dove batte sempre la lingua.

Generazione 56k è un susseguirsi di ovvietà e scene che fanno a gara a quale sia più prevedibile anche per il più distratto degli spettatori. Ogni situazione, ogni incontro, ogni luogo, ogni battuta, ogni azione di questo o quel personaggio avviene esattamente come ci si aspetterebbe che accada. Alle volte, è possibile persino indovinare qualche frase esatta dei dialoghi (ed essere napoletani o fan dei The Jackal aiuta). Anche il gioco delle due linee temporali (il presente a Napoli e venti anni prima a Procida) è talmente funzionale all’ovvio incedere degli eventi che è semplicissimo capire cosa la serie mostrerà di ieri e di oggi.

La fiera dell’ovvio messa su dalla commedia romantica di Daniel e Matilda cancella sul nascere ogni possibilità di entrare in sintonia con i personaggi. Perché sono macchiette stereotipate il cui percorso è scritto nella prima scena in cui appaiono. Impossibile, quindi, lasciarsi coinvolgere dalla loro storia dal momento che si sa già chi sceglierà chi, chi farà pace con chi, amori e litigi, false partenze e scontati arrivi.  

La maledizione del già visto travolge tutto quello che Generazione 56k porta in scena. I flashback vorrebbero rievocare la nostalgia per gli anni in cui l’inconfondibile suono dei primi modem apriva rumorosamente la porta alla rivoluzione di internet. Ma il momento nostalgia si esaurisce negli scontati argomenti del porno e delle bollette costose. Senza farsi mancare l’amarcord della vita serena nei piccoli paesini (e Procida con le sue case color pastello è uno scenario ideale) contro il caos impersonale delle grandi città.

LEGGI ANCHE: Le migliori serie TV italiane da recuperare

Generazione 56k: la recensione
Generazione 56k: la recensione – Credits: Netflix

Accontentarsi della leggerezza?

Tutto questo riconduce alla questione iniziale. All’onnipresente “abbiamo bisogno di leggerezza” che tutto giustifica. Perché, se è questa la regola da rispettare, allora Generazione 56k diventa lo scolaro modello. Una serie tanto poco impegnativa che si può seguire usando giusto due neuroni. Il primo per indovinare cosa accadrà e il secondo per far compagnia al primo che altrimenti si distrarrebbe a pensare ad altro. Un prodotto così leggero che l’aria carica di umidità dell’afa di questi giorni è cento volte meno volatile.

È di questo che abbiamo davvero bisogno? Di una leggerezza così eterea da sfiorare il vuoto pneumatico? Vogliamo guardare una serie solo per poter dire che si è indovinato subito cosa sarebbe successo? Premiare autori non privi della capacità di essere originali, ma che decidono di non esserlo per andare sull’usato sicuro? Dire come sono belli e bravi Angelo Spagnoletti (Daniel) e Cristina Cappelli (Matilda) anche se avevano da recitare il nulla? Sorridere perché ci sono Fru e Fabio anche se il loro contributo è quasi solo poco più che una comparsata?

Generazione 56k non è figlia dei The Jackal, ma del volersi accontentare della leggerezza. In verità abbiamo bisogno di serie che possono anche essere leggere, ma prima di tutto ci facciano dire: ho visto una bella serie.

Generazione 56k: la recensione
2.3

Giudizio complessivo

Una serie talmente scontata e ovvia che si può seguire con due neuroni solo e che si può promuovere soltanto se ci si accontenta della leggerezza ad ogni costo

Comments
To Top