
Gen V: piccoli supes crescono – Recensione dello spinoff di The Boys su Prime Video
Diciamolo subito in maniera provocatoria: Gen V non è uno spinoff di The Boys. Affermazione nettamente falsa dato che la serie non esisterebbe se non ci fosse stato prima l’adattamento di Eric Kripke del fumetto omonimo di Garth Ennis e Darik Robertson. Ma provocazione volutamente esagerata per sottolineare quanto il lavoro fatto dallo stesso Kripke con l’aiuto di Craig Rosenberg e Evan Goldberg vada oltre il semplice raccontare una storia a parte ambientata nello stesso universo narrativo. Perché Gen V non va solo oltre ribaltando la prospettiva, ma si inserisce in maniera così armonica nel continuum narrativo da finire quasi per indicare la strada che la quarta stagione di The Boys dovrà seguire.
In questo senso, quindi, Gen V è quasi un The Boys 3.5 piuttosto che un semplice spinoff.

Supes in progress
The Boys aveva sovvertito le regole del genere supereroistico mettendo al centro un gruppo di umani reietti a fronteggiare dei supereroi che di super avevano solo il numero di followers e l’attenzione al marketing. Non più dei modelli da rispettare, ma dei falsi simulacri da idolatrare come star di Hollywood e influencer alla moda. Fino a diventare addirittura villain da cui difendersi con Homelander che è la cancrena nata dall’infettare il mito di Superman con le ideologie naziste di un ego smisurato. Gen V fa un passo indietro mostrando come supereroi come quelli di The Boys non si nasce, ma ci si diventa. E spesso per colpa proprio di chi supereroe non è e non ci può diventare.
LEGGI ANCHE: 7 serie tv che riscrivono il mito dei supereroi
È proprio questo l’aspetto più interessante di Gen V. Ad ognuno dei protagonisti della serie i superpoteri non sono arrivati casualmente. Piuttosto, sono stati imposti dall’aver i loro genitori acconsentito all’utilizzo del composto V della Vought. Che lo abbiano fatto volutamente o perché vittime di qualche inganno da parte della onnipresente multinazionale poco importa. Quel che davvero conta è che nessuno dei ragazzi li aveva chiesti e non è detto che siano contenti di averli ottenuti. Più che doni di cui essere grati sono, infatti, fardelli da imparare a gestire cercando di evitare nel frattempo di fare del male a sé stessi o alle persone amate.
Soprattutto, c’è da capire che cosa farsene. Ed è qui che la parentela con The Boys si fa maggiormente sentire. Perché, come la serie madre ha insegnato, il mantra del “da grandi poteri grandi responsabilità” è solo uno slogan buono al più per Spider-Man che lo ha inventato, ma non per fare carriera nella Vought. Perché qui il punto di arrivo non è mettersi al servizio di ideali quali giustizia e sacrificio, ma piuttosto scalare le classifiche di popolarità per sperare di entrare in quel gotha rappresentato dai Sette capitanati da Homelander.
Gen V diventa allora una serie dedicata a mostrare come da grandi poteri derivano soprattutto grandi opportunità da non lasciarsi sfuggire. Perché la concorrenza lì fuori è tanta e followers e spot pubblicitari danno più punti che una vita salvata o una rapina sventata.


Qualcuno da ricordare
A differenza di troppi spinoff (a The Walking Dead fischiano le orecchie), Gen V non si adagia sulla parentela con l’illustre genitrice. I cameo dei personaggi di The Boys sono limitati, ma soprattutto sono funzionali allo sviluppo della trama e non delle apparizioni speciali tanto per. Anzi, come il finale eloquentemente mostra, a volte è quasi il contrario. È The Boys ad aver bisogno di Gen V per andare avanti. Un rapporto tra i due prodotti che diventa di collaborazione e non solo di servizio. Gen V cessa, quindi, di essere un filler da vedere nell’attesa della quarta stagione di The Boys. Al contrario, acquista una sua autonomia che accresce l’interesse dello spettatore che non può dimenticarsi di questi nuovi personaggi.
LEGGI ANCHE: The Walking Dead Dead City – recensione dello spinoff
Perché questo pareggio sia raggiunto, è necessario non solo scrivere una trama che stabilisca collegamenti non forzati, ma soprattutto caratterizzare i nuovi protagonisti. Spiegarne il pregresso, mostrane il presente, svilupparne il futuro. Di Marie, Emma, Andre, Jordan, Cate, Sam ci si può ricordare solo se non restano figure immobili, ma piuttosto personaggi con un proprio percorso evolutivo. Che non è solo mostrare come diventano più bravi a gestire i loro poteri sviluppandone altri più grandi. Ma soprattutto come crescano nella consapevolezza di chi sono e cosa vogliono essere da grandi. È questo che Gen V fa molto bene.
Lo vediamo bene con Marie la cui conoscenza delle proprie abilità cresce parallelamente alla sua scoperta del mondo in cui si trova a vivere. Non una società idealizzata dove i supereroi di addestrano per salvare il mondo dal male. Ma piuttosto un universo complesso dove ognuno sta cercando solo il modo migliore di sfruttare lei e i suoi amici. Che sia la preside Indira Shetty alla ricerca della propria personale vendetta o l’ambiziosa Victoria Neuman intenta a trovare nuovi alleati per il suo progetto. Discorso simile per Emma che impara ad apprezzare sé stessa liberandosi dei pregiudizi della madre. O per Andre alla ricerca di una propria posizione tra i comandamenti opportunistici paterni e il desiderio di scegliere da solo la propria via. O per Jordan capace di essere tutto e per questo incapace di decidere chi essere.
Il percorso più estremo, in Gen V, tocca però a Cate e Sam. Entrambi sono vittime della propria fragilità interiore sia che la tengono nascosta con farmaci come fa Cate o che la manifestino in una violenza incontrollabile come capita a Sam. Che queste debolezze divengano poi il combustibile che alimenta la loro corsa verso il ruolo inatteso di villain inarrestabili è una svolta credibile grazie alla scrittura attenta della serie.


Una serie complementare
Non che ce ne fosse estremamente bisogno, in verità. Ma Gen V si potrebbe anche definire una serie complementare a The Boys. Quest’ultima aveva mostrato il marcio dietro il mondo dei supes. Tuttavia, è Gen V a portare in scena l’identico marciume che anima chi i supereroi corrotti della Vought vuole combattere. Da questo punto di vista, Gen V viene a ricordarci qualcosa che è forse ovvio, ma che nondimeno non era sottolineato abbastanza in The Boys. Ossia che buoni e cattivi stanno da tutti e due i lati della barricata. E che in guerra, qualsiasi guerra, chiunque siano i due contendenti, alla fine ognuno farebbe di tutto per vincere senza porsi nessuno scrupolo. Perché concetti come giustizia e lealtà sono solo pistole puntate addosso a sé stessi invece che armi per attaccare efficacemente l’avversario.
LEGGI ANCHE: Jensen Ackles – tutto quello che non sai dell’attore di The Boys 3
La Godolkin University di Gen V non è allora solo una invenzione intelligente per estendere il modo in cui la Vought Corporation costruisce quelli che per lei sono prodotti da vendere. Ma anche il terreno di uno scontro tra modi diversi di intendere la lotta al suo potere o anche tra filosofie diverse su come intendere il ruolo dei supereroi stessi. Dalla ingenua utopia di Marie alla disillusa ironia di Emma passando per il conflitto tra servire sé stessi e servire il prossimo che vivono Andre e, in modo diverso, Jordan. Fino alla contrapposizione manichea del “o con noi o contro di noi” a cui arrivano Cate e Sam per strade diverse e sofferenze simili.
Una dicotomia che, in fondo, riflette quella della serie madre, ma la sfrutta in modo diverso mischiando gli schieramenti senza che sia più possibile fare una distinzione netta. È soprattutto per questo motivo che le comparsate dei personaggi di The Boys non sono dei semplici cameo. Perché Ashley si conferma sempre più leader operativo della Vought. Victoria svela la natura dei suoi poteri e conferma il suo abile doppio gioco. Soprattutto, i due eterni rivali di The Boys trovano ora nuovi alleati e nuove armi per portare avanti il loro scontro giocandolo addirittura su un livello superiore che non sarebbe stato possibile senza Gen V.
Insomma, ci si aspettava che Gen V fosse uno spinoff senza pretese nato per alleviare l’attesa della quarta stagione di The Boys e cavalcarne l’onda lunga del successo. Invece, si arriva alla fine sperando che Marie e Andre, Emma e Jordan, Sam e Cate compaiono anche in The Boys perché attendere la seconda stagione di Gen V è troppo faticoso. Serve altro per capire quanto meriti la promozione questa serie?
Gen V: la recensione
Giudizio Complessivo
Uno spinoff nato per cavalcare l'onda e dimostratosi in grado di contribuire a far crescere l'altezza di quella stessa onda










