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Game of Thrones - Il Trono di Spade

Game Of Thrones: Recensione dell’Episodio 4.06 – The Laws Of Gods And Men

Per quanto i Sette Regni possano sembrare in quiete ed in pace, sappiamo benissimo che si tratta di una fittizia “quiete prima della tempesta”. Questo sesto episodio preme di nuovo il pulsante play sul filone di Stannis Baratheon e Theon Greyjoy. Il primo, consapevole di non poter più sostentare i suoi uomini con le prodigiose futili armi della Red Woman, decide di provvedere ad assicurarsi beni più consistenti: col suo fedele ser Davos si reca alla banca di Ferro che continua a sovvenzionare la Corona. Ma sappiamo bene quanto poco possano valere le parole e le strette di mano nei Sette Regni: basta un’arringa un po’ più corposa di ser Davos per convincere gli uomini di Bravoos a schierarsi dalla parte di Stannis. Dinanzi ad una situazione violentemente precaria, ancora una volta con un ragazzino di soli tredici anni sul trono di spade, il vento tira verso la decisione più favorevole e la banca di Ferro appoggia la (il)legittima e tracotante crociata dell’ultimo Baratheon.

game-of-thrones-4x06-trailer-rsPiatto e livellato è anche l’assalto di Yora delle Isole di Ferro a Ramsay Snow. Motivata ad un livello sotto zero, l’abbordaggio dura neanche il tempo di un respiro non appena Snow la induce a scegliere tra la sua vita e quella del fratello. Yara Greyjoy scappa così al chiarore di luna, cercando di cancellare la vergognosa scelta dell’abbandono di suo fratello con la sua apparente morte. Ebbene, se non fossero stati legati dal sangue, anch’io avrei spezzato una lancia a suo favore: Yara si ritrova addirittura a dover combattere contro un’anima persa, disorientata ed imbarazzata. Le continue violenze carnali ricevute dal suo lord, infatti, ci mostrano un Greyjoy ormai completamente defraudato della dignità ed altezzosa sicurezza che lo caratterizzava nelle prime stagioni: proprio il Nord che l’ha cullato e che disperatamente bramava possedere è stato la causa di tutti i suoi mali.

Game-Of-Thrones-4x06La dinamicità storica incalza quando lo schermo ci ripresenta Daenerys: benché il quadro ci presenti una situazione piuttosto assestata con la madre dei draghi che ha conquistato ed occupato Meereen, ancora una volta le cose si accendono di un vivace interesse quando si tratta di lei. Decisa a regnare, seppur momentaneamente su un trono diverso, Dany si cala a pieno nelle vesti della figura misericordiosa alla quale i Sette Regni aspirano da molto senza riuscire ad incoronare. Ma la pietà che la caratterizza entra sempre in conflitto con la sua sete di giustizia, quella che l’ha spinta a crocifiggere 163 uomini colpevoli di un altrettanto abominevole atto a discapito di piccoli ragazzini. Occhio per occhio, persino nel lontano territorio di Meereen.

Infine, un funesto e scontato zoom sul processo di Tyrion per regicidio. La sala del trono viene allestita per il grande giorno, e nemmeno i volti compunti della famiglia Tyrell o i gridolini di indignazione della folla che assiste riescono a dissuaderci sul fatto che si è di fronte a tutto fuorché ad un vero processo. La piccola ragnatela tessuta da Cersei ha catturato chiunque: Varys, ser Meryn, maestro Pycelle. Con la deplorevole e scontata collaborazione del padre, che sembra fingere indifferenza e distacco nei confronti di una situazione che dovrebbe, invece, farlo sentire coinvolto fino al midollo, i testimoni attizzano il forcone raccontando eventi di un passato ormai troppo remoto e fuori contesto, per indirizzare la decisione della giuria sulla colpevolezza del Folletto. Mentre Cersei finge una desolata irritazione nei confronti del fratello, giudicandolo colpevole durante la sua testimonianza di aver ucciso Joffrey e non solo, Jaime non riesce a mantenere l’aspetto distanziato da primo cavaliere: un cuore tramutato in uno scrigno di misericordia dopo la sua cattività sotto lady Stark fa prevalere l’amore per il fratello su quello della sua gemella e del suo figlio bastardo. Ormai la questione non è più quella della colpevolezza o meno di Tyrion: salvare la vita a suo fratello, indipendentemente da ciò che ha fatto o no, sarà l’atto d’amore che lo spingerà a stringere un patto con il padre. Ma al limite dell’assurdo, anche per gli altri ormai la questione non sembra più essere la morte di Joffrey, dimenticato ormai nell’oblio di un processo-farsa: ad accusarlo sono le dita di quelle persone che non hanno mai fatto nient’altro se non disprezzarlo e che hanno visto in tale processo l’occasione per accusarlo, semplicemente, della sua deplorevole natura. Un mero folletto che, alla fine, viene persino tradito dall’unica persona che l’avesse mai amato davvero. hqdefaultUn’apparizione inaspettatissima di Shae, la concubina con la quale aveva intessuto una relazione d’amore, che senza evidenti accenni di risentimento si inchioda al tavolo dei testimoni e sviscera una confessione mista di verità e menzogne. Violentata nell’anima dal modo in cui Tyrion l’aveva mandata via, Shae, include nel pacchetto delle accuse persino l’innocente ed ingenua Sansa, ai suoi occhi l’unica colpevole d’averle rubato il suo uomo.

Tyron, frustrato dal rigetto delle accuse che Shae aveva tenuto per sé troppo a lungo, si dichiara assolutamente non coinvolto nell’uccisione di Joffrey, ma si dichiara colpevole di aver salvato le inutili vite degli ipocriti additatori presenti in quella sala. Una sprezzante ed evidente rabbia lo induce sconsideratamente, pur trovandosi in seduta di processo, a mostrare risentimento per non averlo fatto, per non aver tolto la vita a quel mostro che il convenzionalismo di corte spingeva ad osannare, mentre per il Folletto, l’unico responsabile della vittoria della battaglia delle Acque Nere, venivano condivisi ancora una volta solo risentimento e pietà. Avendo ormai acquisito la consapevolezza di non avere, né ora e né mai, la possibilità di essere apprezzato, Tyrion chiede di avere la possibilità di essere sottoposto a processo per combattimento, sotto gli occhi di Jaime ormai rassegnati all’inevitabile fato del fratello, quelli inquieti di una Shae che inizia a sentire il senso di colpa e di una Cersei intorpidita da un misto di gaudioso godimento e una vena di amarezza contrita.

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