Game of Thrones - Il Trono di Spade

Game of Thrones: Tempo di addii. Ecco chi abbiamo salutato nell’episodio 8×05 – The Bells

Sembra incredibile anche solo guardare le lettere sullo schermo del pc allinearsi mentre si digita sulla tastiera per scriverle. Ma è così. L’episodio 8×05 di Game of Thrones non è solo il penultimo di questa stagione. Non è il pre-season – finale. Ma è il pre series – finale. Se già il penultimo episodio di ogni stagione era solito regalare pirotecniche emozioni arrivando ad essere spesso considerato quasi il vero season – finale, a The Bells toccano gli onori e gli oneri più grandi.

Dire addio a personaggi storici che di Game of Thrones sono state le colonne portanti per più stagioni. Addii che la mente sapeva dovessero arrivare, ma che il cuore fatica ad accettare. Che si tratti dei buoni o dei cattivi. Perché, lo sappiamo tutti, in questa serie non sono mai esistiti i buoni buoni e i cattivi cattivi. E a tutti loro si era ormai affezionati. Tanto che, in fondo, dispiace leggere l’elogio funebre che scriviamo qui sotto in rigoroso ordine di scomparsa.

Ovvio immaginarlo ma mai superfluo dirlo: questo articolo contiene spoiler sull’episodio 8×05!

Game of Thrones 8x05 - Addii

Game of Thrones 8×05 – Credits: HBO

Lord Varys

Game of Thrones ha dimostrato in questa ultima stagione quanto futile fosse credere a qualunque tipo di profezie. Tranne quando a farle è Melisandre. La sacerdotessa del dio R’hollr lo aveva predetto al Ragno Tessitore: sarebbe morto in terra straniera. Incontrando (ma non lo sapremo mai), magari, quello che aveva visto nelle fiamme dove la sua virilità era stata bruciata, come gli aveva ricordato un’altra sacerdotessa del Dio della Luce. Che quella visione fosse stata il fuoco fatale di un ultimo rogo? Che l’ultima parola ascoltata fosse un termine in alto valyriano? La voce di una donna che con bruciante freddezza pronuncia un ferale Dracarys?

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Varys ci lascia mantenendo la sua iconica calma. Eseguendo con serafica calma i suoi ultimi gesti. Tramando per l’ultima volta con quei messaggi sulla vera natura di Jon inviati probabilmente verso ogni lord che ancora possa dire la sua a Westeros. Senza rinnegare niente di quello che ha fatto, ma augurandosi di meritare la morte perché si era sbagliato. Salutando Tyrion senza alcuna acrimonia perché consapevole che, chi come lui ha sempre vissuto prosperando grazie alle voci che ha sussurrato alle orecchie dei regnanti, è destinato a perire per colpa di altri sussurri.

Resteranno indimenticabili i suoi intrighi sofisticati e le schermaglie verbali con Ditocorto. I dialoghi salaci e i duelli all’ultima parola con Tyrion. Il suo saper servire un sovrano prima e il suo avversario subito dopo, facendosi comunque apprezzare da tutti i contendenti per la sua capacità di essere utile. Muore, infine, restando fedele alla sua filosofia. Servire non la persona, ma l’ideale. Non il re, ma il regno. Ed il regno non è chi lo comanda, ma chi ci vive. Ed è al loro servizio che si è sempre posto accettando anche di essere vilipeso da chi è giusto non capisse che il suo ondeggiare era solo il modo di far restare a galla la nave su cui erano tutti.

Game of Thrones 8x05 - Addii

Game of Thrones 8×05 – Credits: HBO

Euron Greyjoy

Dei quattro grandi morti in questo episodio 8×05 di Game of Thrones, Euron era quello in scena da meno tempo. Quasi una creazione autonoma di Benioff e Weiss perché il personaggio ha per ora avuto poco tempo di mostrarsi nei romanzi. Più che Theon, cresciuto con gli Stark, e Yara, disposta ad accettare una vita diversa per gli abitanti di Pyke, Euron era un vero figlio delle Isole di Ferro. Un erede di una tradizione deprecabile, ma ormai centenaria. Quella dei pirati saccheggiatori e distruttori.

Questo è stato Euron fin dal tuonante debutto avvenuto uccidendo il fratello e re Balon. Senza nessun rispetto per onore e lealtà. Senza nessuna paura di ammettere le proprie colpe semplicemente perché non ritenute affatto delle colpe, ma addirittura dei meriti. Euron era stato anche ciò che a Game of Thrones era venuto a mancare dopo la morte di Ramsay Bolton. Il cattivo che si ama odiare. Molto meno sadico, ma molto più efficace. Persino troppo vista la facilità con cui la sua possente flotta era capace di sbucare all’improvviso distruggendo il nemico.

Soprattutto, Euron era stato il mezzo inatteso con cui riequilibrare un conflitto che sulla carta sembrava destinato a chiudersi nel tempo di un battito d’ali. La sua sprezzante sicumera, la cinica freddezza, l’ego smisurato, i modi plateali ne hanno fatto il candidato ideale per essere scelto da Cersei come alleato indispensabile per il controllo dei mari. Fiducia che ha ripagato distruggendo la flotta di Yara e portando a Cersei in dono l’odiata Ellaria. Riuscendo finanche a seminare il dubbio che l’arma migliore di Daenerys potesse essere spuntata grazie alla morte di Rhaegal. Ha dovuto scoprire da solo quanto fosse sbagliata questa convinzione. E lo ha pagato morendo con il sorriso di chi accetta la sconfitta solo quando sa che anche l’altro perderà per colpa sua.

Game of Thrones 8x05 - Addii

Game of Thrones 8×05 – Credits: HBO

Sandor Clegane

Il “Cleganebowl” tanto atteso e invocato dai fan è, infine, avvenuto. Fa quasi sorridere che sembra quasi non aspettasse altro anche la Montagna che, alla vista del fratello, per la prima volta disubbidisce sia a Cersei che a Qyburn per non sottrarsi allo scontro fratricida. Duello che non poteva che concludersi con la morte di entrambi. Perché la Montagna era troppo insensibile ad ogni fendente, ad ogni colpo, ad ogni lama fosse anche piantata in un occhio. C’era solo un finale possibile: un ultimo volo in direzione di quelle fiamme da cui è nato l’odio tra i due fratelli.

Conclusione giusta per un personaggio il cui percorso si era, in realtà, chiuso in una scena precedente. Quando è Arya per la prima volta a chiamarlo col suo nome: Sandor. Perché l’uomo che si avvia alla sua fine non è più il Mastino. Non è la guardia del corpo spietata e senza remore che non esitava ad ammazzare ragazzini perché così gli era stato chiesto. Non è nemmeno l’egoista solitario che spera in una facile ricompensa portandosi dietro una preda preziosa. Proprio grazie a quella preda il Mastino ha iniziato a capire che ci poteva essere altro oltre le persone da uccidere, il cinismo come filosofia di vita, l’indifferenza egoistica come bussola morale.

E quell’altro lo ha iniziato a trovare con Arya. L’ha visto crescere con il septon che lo avevo accolto dopo lo scontro con Brienne. L’ha lasciato nutrire dalle parole incoraggianti di Beric. Lo dimostra, infine, nell’ultimo dialogo con Arya. Si può vivere per la vendetta, certo. Ma sarebbe soltanto un sopravvivere in attesa di morire per essa. Quello che ha fatto il Mastino. Quello che non vuole per Arya il suo più inatteso maestro: Sandor.

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Game of Thrones 8x05 - Addii

Game of Thrones 8×05 – Credits: HBO

Cersei Lannister

“When you play the Game of Thrones, you win or you die.”

Non è un caso che a dire la frase che riassume in sé l’intero ciclo di Game of Thrones sia stata proprio Cersei. E che la pronunci nella prima stagione. Perché la leonessa dei Lannister a quel gioco ha giocato fin da bambina. Consapevole che essere una lady non le sarebbe mai bastato, neanche se il suo lord fosse colui che sedeva sullo scomodo trono di spade. Perché gli artigli di una leonessa feriscono come e più di quelli di un leone e il suo ruggito può essere ancora più fiero. Hear me roar era il motto dei Lannister. Rendergli onore è stata la sua missione.

Cersei è stato il personaggio più ricco di sfumature in Game of Thrones. Non un semplice villain, ma una donna orgogliosa che ha saputo ribellarsi ad ogni ruolo prestabilito. In un mondo che vedeva nelle donne una merce di scambio per alleanze, Cersei ha saputo partire da quella condizione sfavorevole per diventare la burattinaia che muove i fili di mille marionette per far trionfare il suo interesse. Un interesse che non era puramente personale, ma quello che ogni madre, in fondo, desidera: il successo del proprio figlio. A prescindere da quanto il figlio possa o meno meritare gli allori e la gloria. Non ne era degno Joffrey, ma Cersei si era ugualmente intestardita a non negargli ciò che, secondo lei, gli spettava.

Altrettanto immeritevole era Tommen, troppo privo di volontà per non cedere al fascino di Margaery. Ma neanche allora Cersei si è arresa accettando anche l’umiliazione della Walk of Shame, pur di tornare lì dove poteva fare quello che considerava il bene del figlio. Sbagliando di nuovo perché non ha mai compreso che decidere non spettasse a lei. Ritrovatasi sola, Cersei si è aggrappata, in realtà, non al Trono di Spade, ma all’ideale perverso di famiglia che si è costruita. L’onore dei Lannister era quello che le restava. Riprendersi e tenere per sempre quello che era loro è stata la sua missione. Perché i leoni non possono diventare agnelli. Devono fare quello per cui sono nati: ruggire.

Ed è per questo che la sua morte lascia l’amaro in bocca. Perché avviene nell’attesa incosciente di una fine che non comprende essere inevitabile. E che non ha fatto niente di concreto per allontanare. Una morte indegna perché le sue ultime parole non sono il ruggito di una leonessa, ma il frignare lacrimoso di un coniglio spaventato. La Cersei che abbiamo ammirato era morta già prima. Ma non ci avevano avvisato.

Game of Thrones 8x05 - Addii

Game of Thrones 8×05 – Credits: HBO

Jaime Lannister

Qualcuno con un bel po’ di fantasia aveva persino visto in lui un possibile Azor Ahai. Tantissimi (per non dire tutti) lo avevano identificato con il Valonqar della profezia di Maggy la Rana. Il fratello minore che avrebbe ucciso Cersei compiendo il sacrificio dell’amata per salvare King’s Landing dalla follia dell’altofuoco. Il Kingslayer che aveva ucciso Aerys II per impedirgli di bruciare innocenti che, infine, diventava Queenslayer per il bene superiore. Magari sotto gli occhi di quella Brienne che tanto importante era stata per la sua maturazione.

E invece. Avevamo sbagliato tutti. Impegnati a immaginare chi fosse il Valonqar senza ricordare che, in realtà, quella profezia è solo nei libri e non è mai stata introdotta nella serie. Desiderosi di vedere Jaime redimersi fino a diventare l’eroe che avremmo voluto non accorgendoci che quella redenzione era già compiuta con il suo viaggio a Winterfell. In attesa del futuro in cui speravamo e perciò incapaci di pensare al passato che aveva già scritto il finale presente. Perché Jaime lo aveva confermato durante il processo prima e nel dialogo con Tyrion poi: non rinnegava niente di quello che aveva fatto perché era stato compiuto per fedeltà alla sua casata e a sua sorella.

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Soprattutto, Bran lo aveva ricordato: the things we do for love. Le parole che Jaime aveva pronunciato prima di spingerlo giù dalla torre in quell’ormai lontanissimo primo episodio di Game of Thrones. Un amore che ai nostri occhi appare malato e che lo è come ogni incesto è giusto che sia definito. Ma non per questo meno sincero, meno totalizzante, meno incatenante. Per amore di Cersei Jaime ha combattuto ogni battaglia. Per lei è tornato a King’s Landing anche dopo aver liberato Brienne. Solo per lei non si è lasciato vincere dalla depressione dopo aver perso la mano destra. Per sua  sorella si è spinto in missioni suicide a Dorne con Bronn; ha assediato Riverrun accettando i rimproveri sprezzanti di Brynden Blackfish Tully; ha imparato dai suoi sbagli imitando Robb per prendere Highgarden e avvelenare Olenna.

Per Cersei ha, infine, rinunciato anche ad un futuro dove ogni colpa sarebbe stata perdonata e la pace assaporata con Brienne al suo fianco. Non il finale che avremmo atteso. Ma quello che lo stesso Jaime aveva descritto a Bronn e Tyrion parlando di quale morte avrebbero preferito. Tra le braccia della donna che ha sempre amato. Perché, come le sue stesse ultime parole dicono, nothing else matters.

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