Game of Thrones - Il Trono di Spade

Game of Thrones – Episodio 8×03: Analisi della Battaglia di Winterfell

Game of Thrones analisi battaglia di Winterfell

Premessa doverosa: chi scrive non è un esperto né di tattiche militari né di storia medioevale.

Argomenti entrambi che avrebbero dato un maggior peso alle considerazioni seguenti. Tuttavia, non è di una guerra vera che intendiamo parlare (e meno male). Nemmeno, dobbiamo scrivere una tesina per un esame universitario. Dopotutto, siamo qui a parlare di Game of Thrones, niente di più serio. Tanto basta per concederci da soli una assoluzione preventiva per le inesattezze che magari scriveremo nel seguito, a proposito di come sono state concepite e sbagliate le strategie militari dei due schieramenti durante la Battaglia di Winterfell.

Game of Thrones analisi battaglia di Winterfell

Credits: HBO

La (non) difesa di Winterfell

Pare che lo sport preferito da parte di chi commenta l’episodio 8×03 di Game of Thrones sia rimarcare quanto fallimentare sia stata la strategia difensiva elaborata da Jon Snow. Ed, in effetti, visti i risultati disastrosi, non è che ci sia molto da obiettare in proposito. Ma era davvero possibile fare diversamente?

LEGGI ANCHE: Game of Thrones – Battaglia di Winterfell: 8 personaggi di NON sarebbero dovuti sopravvivere

Andando a rivedere quel poco che si dice in merito durante l’episodio precedente e guardando la disposizione delle armate sul tavolo simil – Risiko, si intuisce quale fosse l’idea di Jon e dei suoi. Troviamo due schieramenti ai lati con Brienne (con Jaime e Podrick al suo fianco) a comandare gli uomini della Valle (dove sia il loro capo Lord Royce non è dato saperlo) e Tormund e Edd a capo dei Bruti, dei Guardiani della Notte e probabilmente degli uomini di Winterfell. Al centro troviamo in prima linea la cavalleria dei Dothraki con Jorah e subito dietro la fanteria degli Immacolati di Verme Grigio. La difesa all’interno è coordinata da Davos sulle mura e Lyanna Mormont nel cortile, mentre Theon e i suoi Uomini di Ferro fanno la guardia a Bran. Completano lo schieramento Jon e Danaerys pronti a partire sui draghi.

Posizione che aveva essenzialmente un unico scopo: guadagnare tempo. Attenzione, guadagnare tempo è ben diverso da vincere lo scontro. Tutti hanno ben chiaro che l’unico modo di ottenere la vittoria definitiva è uccidere il Night King e per farlo serve che lui venga allo scoperto. Serve che si senta sicuro di poter arrivare nel giardino sacro di Winterfell e sfidarlo lì sapendo che ammazzarlo farebbe morire istantaneamente tutto il resto del suo esercito.

Game of Thrones analisi battaglia di Winterfell

Credits: HBO

La prima carica, il piano che si sgretola

Questa era la vera strategia concordata da Jon e dai suoi consiglieri. Se il piano fallisce subito, è perché proprio Jon fa il vero errore madornale: dimenticare che non si sta scontrando con un esercito di uomini. La carica dei Dothraki non è una scelta insensata in quanto tale. Non bisogna dimenticare che, nelle battaglie medioevali (e quelle fantasy a queste si ispirano), la cavalleria era usata proprio per sparigliare lo schieramento nemico. Soldati appiedati investiti dalla cavalleria tendono a scappare o comunque a disperdersi generando un caos che favorisce l’intervento del resto dell’esercito. I Dothraki sono ideali in questo come si è visto nella battaglia contro i Lannister, quando Bronn suggeriva a Jaime di andarsene via subito perché non c’era alcuna speranza di resistere all’urto.

Ma i non-morti non sono un esercito normale: rimangono immobili e sono un numero enorme. A quel punto i Dothraki diventano una macchina lanciata a cento all’ora con i freni rotti contro un muro in cemento armato. Vanno a pezzi in un attimo. Ed, infatti, non ritornano indietro che pochissimi di loro. A quel punto, l’unica è resistere alla carica dei wight. Anche qui con poche speranze. Per l’ovvia ragione che non è uno scontro uno contro uno, ma tantissimi contro pochi.

Ritirata e Draghi in azione

Si può solo provare a limitare le perdite prima di ritirarsi dentro le mura. La stessa ritirata è inevitabilmente caotica e richiede che qualcuno difenda chi fugge da quelli che ancora arrivano. Richiede il sacrificio degli Immacolati che si dispongono in una posizione chiaramente analoga a quella degli Spartani alle Termopili in 300 o allo shield wall visto in ogni battaglia di Vikings. Anche qui, è solo un rallentare l’inevitabile perché uno scoglio può arginare un’onda, ma non uno tsunami.

LEGGI ANCHE: La battaglia di Winterfell – Le pagelle dei Combattenti scesi in campo

Per questo servono relativamente a poco anche le fiamme profuse in abbondanza da Drogon e Rhaegal. Jon e Danaerys possono arrostire migliaia di wight, ma saranno sempre una frazione troppo piccola dell’esercito del Night King. Tanto che il signore dei White Walkers può tranquillamente permettersi di mandare in fiamme parte dei suoi non-morti solo per costruire passaggi tra le fiamme delle trincee. A quel punto, ogni difesa sarebbe stata inutile (avessero anche riversato pece infiammata sugli assedianti). I non morti ce la avrebbero fatta comunque ad arrampicarsi uno sull’altro. E, se non ci fossero riusciti, ci sarebbe stato comunque Viserion a buttare giù le mura.

Stupido Jon sicuramente, quindi. Soprattutto a mandare in un cimitero gli indifesi avendo già visto ad Hardhome che il Night King fa rivivere i morti. Ma obiettivamente poteva fare poco altro di meglio per difendere Winterfell.

Game of Thrones analisi battaglia di Winterfell

Credits: HBO

Gli errori del Night King

Se Sparta piange, Atene non ride.

Si può parlare a ragione di quanto abbia sbagliato Jon, ma non si può dimenticare che il grande sconfitto di questo episodio di Game of Thrones è il Night King. Soprattutto, perché aveva la vittoria già scritta. Un po’ come se si sfidassero ad una partita di calcio una squadra finalista di Champions League contro una di dilettanti a cui hanno pure espulso qualche giocatore. La squadra titolata deve vincere, senza se e senza ma. Se non lo fa, è perché il suo allenatore l’ha mandata al suicidio.

LEGGI ANCHE: Game of Thrones – Battaglia di Winterfell: Cosa accadrà dopo The Long Night?

In effetti, è quello che succede al Night King. Che fa l’errore classico di ogni villain: essere troppo sicuro di sé stesso. Una sicurezza dettata dalla sua sostanziale immunità a tutto: sopravvive alla caduta dall’alto dei cieli e sorride dopo la doccia di fuoco, cortesia di Drogon e Daenerys. Non si degna neanche di combattere con Jon perché tanto gli basta resuscitare tutti i buoni caduti in battaglia per potersi avviare a ritirare il trofeo a cui ambiva. Ed è qui che una sicurezza giustificata diventa inaccettabile sicumera. Perché arrivato nel giardino impone ai wight di fermarsi e fa arrivare gli altri generali White Walkers solo per avere un pubblico d’onore alla sua vittoria finale.

La sconfitta del Night King (e la vittoria di Arya)

Soprattutto, come tutti gli altri, non si accorge di Arya se non quando le è già addosso. E neanche la uccide subito tenendola sospesa in aria come se volesse prima capire chi è (ed, in effetti, non ci ha mai avuto a che fare). Troppo tempo perso sapendo che, a quella distanza, lui è vulnerabilissimo perché (non dimentichiamolo) basta un minimo colpo da un’arma in acciaio di Valyria per sbriciolarsi in una pioggia di cubetti di ghiaccio. Con tante granite per tutti.

Piccola nota conclusiva su Arya. In fondo, tutta la scena dell’uccisione del Night King è un omaggio ai suoi maestri. A Jaqen che le ha insegnato come diventare nessuno passando inosservata tra la folla. Al Mastino che le ha spiegato come alle volte ci sia bisogno della furia cieca invece che dei passi danzanti. A Syrio Forel che l’ha convinta a credere che anche alla morte stessa (e questo è il Night King) si può rispondere not today. E, quindi, grazie Arya e grazie Syrio.

Comments
To Top