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Freeheld – Amore, giustizia, uguaglianza: la recensione, RomaFF10

Freeheld

Se dovessimo definire Freeheld con una parola quella sarebbe “uguaglianza”. Perché, come ribadito più volte nel film, la storia di Laurel Hester e Stacie Andree non è la storia di una coppia di omosessuali che combatte per il matrimonio gay, non il racconto di una battaglia portata avanti per veder ripagati tutti i debiti che l’umanità ha accumulato nei confronti della comunità LGBT, ma il riconoscimento di un amore esattamente uguale agli altri. La voglia di sentirsi fortunati o sfortunati, più o meno simpatici, coraggiosi o vili in tutte le cose dalla vita come gli altri , ma soprattutto comuni, persone comuni, come tutti. Normali.

Basata su una storia vera e ripreso dall’omonimo cortometraggio documentario vincitore dell’Oscar, la pellicola del giovane regista Peter Sollet è allo stesso tempo delicata e incisiva. Il titolo stesso del film ha in sé l’ambivalenza propria di questa intera produzione. Freeheld letteralmente non significa nulla, ma gioca sulle due parole, uguali e opposte, fuse insieme: essere liberi e essere trattenuti. Proprio come Laurel (Julianne Moore), detective della polizia di Ocean County, New Jersey. Dura e estremamente riservata, la poliziotta non riesce a resistere alle attenzioni di Stacie (Ellen Page), una ragazza ben più giovane di lei che vive la sua condizione con discrezione ma anche con naturalezza. Sicuramente con più naturalezza di Laurel che inzialmente respinge Stacie per timidezza e per paura. Paura di non essere considerata uguale e meritevole come gli altri. Nel film siamo infatti agli inizi degli anni 2000 e, nonostante i passi in avanti, il mondo sembra non essere ancora pronto all’idea di una poliziotta lesbica, e donna, specialmente in un ambiente “machista”, come quello delle forze dell’ordine. Col tempo però le due Freeheldimparano ad amarsi e a godersi la loro storia con serenità tanto da decidere di  vivere insieme in una casa vera. Ma purtroppo una tragedia è dietro l’angolo.

Laurel si ammala. Scopre di avere un tumore in stadio avanzato che con rapidità si diffonde in tutto il corpo non lasciandole alcuna possibilità di sopravvivenza. E qui sorgono i problemi.

Come sappiamo una coppia di fatto, a differenza di una coppia eterosessuale, è legata dall’amore ma non dal vincolo matrimoniale.

In essa manca un atto formale, il matrimonio, e quindi in caso di morte di uno dei due coniugi all’altro non verrà riconosciuta nessuna eredità. Laurel, a differenza di Stacie, crede nello Stato e nella relativa giustizia dopo aver prestato 23 anni di servizio. Dopotutto è un’agente della nazione e non vuole pensarla diversamente. Ma alla sua richiesta di trasferimento della pensione a Stacie in caso di morte, la contea di Ocean County, formata da cinque parlamentari, risponde negativamente. Comincerà così una battaglia che vedrà coinvolti vari personaggi e diversi punti di vista. Da Steven Goldstein (Steve Carrel), freeheld05esuberante attivista gay, a Dane Wells (Michael Shannon), poliziotto compagno di pattuglia di Laurel. Da Todd Belkin (Luke Grimes), altro agente segretamente gay del distretto di Laurel, a Bryan Kelder (Josh Charles), il più ragionevole e titubante dei cinque parlamentari della contea a cui si affidano le sorti del caso. Tutti hanno qualcosa da dire ma nessuno sa come dirlo nel modo giusto. Sarà solo dopo un’estenuante campagna che le due otterranno giustizia, poche settimane prima della morte di Laurel e dopo la sua orgogliosa conquista del ruolo di tenente in polizia.

Cosa dire? Il racconto di una vicenda gay non è una novità nel mondo cinematografico. Dopo Philadelphia, Milk, The Normal Heart e tanti altri ancora, anche Freeheld si aggiunge alla lista. Ma, come affermato da Peter Sollet e Ellen Page in conferenza stampa qui alla Festa del Cinema di Roma, un film non può veramente cambiare la cose. Può però dare audience e giusto volume a questo argomento ancora così scottante, specialmente in Italia. Può essere un saggio diffuso tramite il giusto canale, una visione. E Freeheld è infatti un film molto “visivo” in questo senso.

Serve davvero tutto questo? Nonostante la storia d’amore commovente e le ottime performances di Julianne Moore e Ellen Page io sono convinto di no. Il film è toccante e ne premio l’intento, ma temo che parlare di LGBTQ in una drammatica chiave sociale possa solo eludere ancora di più il problema facendone un bersaglio forse ancor più facile di quello che già è. Tuttavia il messaggio che lancia il film è fondamentale. Emozionante. Ellen PageNon bisogna confondere l’amore gay con uno smisurato bisogno di diritti per riparare i “matrimoni di serie B” delle unioni civili o gli altri pessimi trattamenti riservati a questa classe di diversi. Chiamiamo le cose col loro nome. Perché di differenze ce ne sono e non c’è da vergognarsene, non siamo tutti uguali come vogliamo credere, ma dobbiamo puntare ad essere uguali nelle proprie diversità. Questa è la vera uguaglianza, quella che va ricercata. I gay pagano le tasse, mangiano, dormono, vanno a scuola. Può essere il vostro collega in ufficio o l’insegnante di vostro figlio ma una persona gay c’è sempre. I gay ci sono, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. E non dovremmo riservargli posti speciali o posizioni privilegiate per proteggerli come fiorellini, ma solo posti e posizioni.

Non è un’invenzione, non è una tattica, non è un costume. Sono persone. Siamo tutti persone. E se per capirlo bisogna combattere, si è già perso in partenza.

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