Cinema

Frankenstein: Recensione del film a Trieste S+F Festival

Il film d’apertura di questa quindicesima edizione del Trieste Science + Fiction Festival è uno dei miti fondatori della fantascienza, un romanzo che, nella sua versione originale, era visionario e precursore di tematiche attuali ancor oggi, il Frankenstein di Mary Shelly.

Bernard Rose riporta al cinema questo racconto in un film che in Italia verrà distribuito (vabbè, in quante sale ce lo possiamo giocare al lotto) nel 2016 e che vuole tornare al vero cuore del romanzo, depurandosi dalla sovrastruttura che è stata creata negli anni, dalle epoche di un cinema rassicurante in cui il mostro era mostro e basta e lo scienziato pazzo era pazzo e basta, ma vuole andare ad indagare nelle sofferenze dell’animo umano attraverso la metafora della diversità, portata in questo caso all’eccesso.

day 2 monster 088.JPG

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Anche se più volte si accenna a lui come mostro, in questo film, la creatura di Frankenstein è prima di tutto creatura, nel senso di qualcosa di creato artificiosamente a cui si è voluto infondere vita, per poi sopprimerla perché è difettosa. Ritorna certamente il tema dello scienziato che vuole giocare a essere Dio, ma non tanto come punto centrale della narrazione, perché qui il punto è un altro.

Il punto non è lo scienziato, il Dott. Frankenstein, o meglio, i coniugi Frankenstein, che sono scienziati che cercano la verità ultima, non tanto il ricreare un corpo, quanto il capire cosa sia la coscienza e come questa entri in un essere, il punto focale è la creatura, il suo punto di vista, il mondo dalla sua ottica. Abbandoniamo la storia dei cadaveri riportati in vita e ci soffermiamo direttamente sul momento del risveglio di un essere creato dal nulla con la tecnologia e lo vediamo venire al mondo come un bambino, anche se in forma e dimensione adulta, lo vediamo agire da bambino ma con una forza immane dovuta alla sua particolarità, lo vediamo, lui che non può considerarsi nato, incapace di morire, lo vediamo sperimentare la vita e imparare e lo sentiamo nei suoi pensieri in dei voiceover che riprendono le parole che la stessa Shelly aveva messo in testa alla sua creatura.

day 9 monster 189.CR2

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Lo troviamo incapace di esprimersi, ma capace di comprendere, incapace di gestire il suo essere ma capace di amare, reietto tra i reietti, abbandonato da chi lo porta in questo mondo, rifiutato anche da se stesso, perché diverso, perché non è umano, non è un mostro, non è niente e il punto che sottolinea ancora questa versione moderna di Frankenstein è la necessità per un individuo del suo io e che qualsiasi individuo è dotato di un suo modo di sentire, diverso, unico, ma non differente.

Questo il presupposto, poi però ogni tanto il film si perde e non porta il mostro ad evolversi a livello di comportamento tanto quanto a livello di ragionamento interiore e lascia in alcuni passaggi un po’ dubbiosi. Un altra nota a margine è che il film vira, in alcuni momenti, forse anche in moti a dire il vero, su brutalità e gore, che sicuramente faranno un gran piacere agli amanti del genere, ma che purtroppo relegano un prodotto interessante ad un genere troppo di nicchia, perché effettivamente alcune scene sono forse un po’ troppo “dirette” per buona parte del pubblico.

La realizzazione è da film indipendente, ma a livello tecnico non è male, anzi a volte è anche molto curato, specialmente nel comparto del make-up che riesce perfettamente a rendere il decadimento fisico della creatura. Il protagonista, il “mostro”, è interpretato da Xavier Samuel che riesce a dare una prova molto intensa e che cattura lo spettatore. Il resto del cast è sicuramente più marginale, ma da applaudire in alcuni momenti l’interpretazione di Carrie Ann Moss come Signora Frankenstein, a tratti egregiamente sofferente.

Non un film indimenticabile, ma un buono spunto, sviluppato a tratti bene e comunque molto piacevole da vedere (se si sopporta il gore).

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Frankenstein
  • Buona idea, sviluppata solo in parte
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