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Cinema

Framing Britney Spears: da lolita pop a vittima dell’essere donna – Recensione del documentario su Britney Spears e la battaglia contro il tutoraggio

Framing Britney Spears: la recensione
Discovery+

Chi scrive aveva già ventitré anni quando le radio erano invase dalle note pop di Baby One More Time e le tv ne passavano a ripetizione il video. Abbastanza di più dei diciassette della nuova star mondiale per permettersi di deridere con spocchiosa superiorità le orde di adolescenti in calore e di ragazzine in modalità fangirl isteriche. Ventitré anni dopo, il recensore di oggi si trova, invece, a stupirsi di star scrivendo proprio di quella cantante divenuta intanto un pezzo importante della storia commerciale della musica. Ma lo deve fare ed anche con piacere. Perché Framing Britney Spears è una lezione che va molto al di là della stessa Britney Spears.

Framing Britney Spears: la recensione
Framing Britney Spears: la recensione – Credits: Discovery+

Un successo imposto da altri

Prodotto dal prestigioso New York Times e diretto da Samantha Stark, Framing Britney Spears è un documentario dedicato a quella ragazzina diciassettenne che ballava come una lolita sensuale ma non minacciosa nel video del suo singolo d’esordio. Un debutto da undici milioni di copie vendute bissato da un secondo album che porterà a cinquanta milioni il numero di vendite totali. Un uno – due da capogiro capace di catapultare Britney Spears ai vertici della catena alimentare dello star system. Un racconto piuttosto banale nella sua composizione fatta di immagini di repertorio poco note, interviste, video, ritagli di giornale, servizi televisivi che procede con il tono da success story che spesso si riserva ai divi di musica e tv.

Un prodotto, quindi, apparentemente banale e poco interessante a meno di non essere fan di Britney. Invece, la narrazione procede con velocità inversa a quella con cui una adolescente del Mississippi diventa una icona mondiale. Perché è in questo momento che Framing Britney Spears inizia quasi a disinteressarsi della Britney Spears che conosciamo per farne invece un esempio su cui riflettere. Ha solo otto anni Britney quando la madre la accompagna ad un provino per il The Mickey Mouse Club di Disney Channel. Ed ha la stessa età quando si trasferisce a vivere da sola con la madre a New York lasciando il resto della famiglia nello sperduto paesino di McComb. Perché è in quel momento che il suo futuro è stato già deciso. Ma non da lei.

Framing Britney Spears porta inevitabilmente a chiedersi se ciò sia giusto. Se una bambina possa diventare il modo in cui una madre vuole assicurare prima di tutto a sé stessa un futuro agiato. Una domanda che già ha animato la satira di Little Miss Sunshine sui concorsi di bellezza per bambine. Una ricerca ossessiva del successo a cui arrivare attraverso l’ipersessualizzazione di ragazzine da parte dei loro stessi genitori su cui rifletteva anche il tanto ostracizzato Mignonnes al centro delle polemiche contro Netflix meno di un anno fa. Le interviste a quella che fu una sorta di assistente tuttofare di Britney nei primi anni fanno emergere il dietro le quinte di quello spettacolo scintillante che è stato l’esordio folgorante di un fenomeno planetario.

Il merito di Framing Britney Spears è sottolineare come quell’inizio sia il frutto di un seme piantato da altri che non si sono mai preoccupati di ascoltare quale fosse la volontà di chi quel frutto avrebbe poi dovuto raccogliere. Allora per Britney, ma oggi per tante ragazzine costrette a provare a diventare star.

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Framing Britney Spears: la recensione
Framing Britney Spears: la recensione – Credits: Discovery+

Da persona a prodotto da vendere ai fans

Il problema è che il successo non bisogna solo raggiungerlo, ma soprattutto saperlo gestire. Ancora più, paradossalmente bisogna saperlo subire. Soprattutto se sei una ragazza. È questo l’aspetto a cui dedica molta attenzione Framing Britney Spears. Un documentario che è, quindi, una riflessione sul circolo vizioso in cui si avvita la carriera di una star. Alla fine, è la regola base del marketing. Saper offrire ciò che il pubblico vuole prima ancora che sappia esso stesso di volerlo. Ma, scalata la vetta, restarci è una questione di equilibrio tra la libertà di essere chi desideri e l’obbligo di trasformarti in ciò che gli altri pretendono.

Equilibrismo ancora più difficile se gli anni che hai sono meno della metà di quelli delle persone che ti stanno attorno sballottandoti da un palco all’altro, da una intervista ad un servizio fotografico, da un incontro con i fan ad una sala di registrazione, dal set di un video ai flash di un red carpet. Livello di difficoltà che sale ancora di più se sei una ragazza.

Perché, in quel caso, chiunque si sentirà in diritto di indirizzare le domande sugli aspetti più intimi della tua sessualità con pletore di persone pronte a criticare qualunque sia la risposta. I produttori vorranno venderti come la nuova femme fatale o la lolita irresistibile o la ragazza della porta accanto cambiando idea a giorni alterni a seconda di dove pende l’ago del gradimento. E, a peggiorare il tutto, resterà la certezza di non poter neanche lamentarsi dal momento che verrai accusata di sputare nel piatto in cui mangi.

Framing Britney Spears fa emergere un’inconfessabile verità. Che Britney Spears non è Britney Spears. Perché quella che conosciamo è solo l’immagine costruita da mille persone differenti per poterla meglio vendere al pubblico osannante. Quel che è peggio: quanto ci sia di vero non è affatto importante. Tanto irrilevante che anche il movimento #freebritney che si batte a favore della popstar potrebbe paradossalmente esistere anche se non ci fosse veramente bisogno di liberare Britney. Quel che conta è fare di lei un simulacro da adorare o disprezzare, difendere o accusare, amare o odiare.  

E, in fondo, anche Framing Britney Spears non ha bisogno della vera e inconoscibile Britney Spears, ma solo della Britney Spears simbolo di tutti quelli che da persona sono diventati prodotto da vendere.

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Framing Britney Spears: la recensione
Framing Britney Spears: la recensione – Credits: Discovery+

La prigionia del tutoraggio e l’essere donna

Innegabile, comunque, che a catalizzare l’interesse su Framing Britney Spears sia la battaglia legale in corso sul diritto della cantante a liberarsi del tutoraggio paterno. Nel momento di massima popolarità Britney non riuscì più a resistere all’attenzione ossessiva nei suoi confronti finendo in un vortice autodistruttivo. Fu questa la motivazione che nel 2008 indusse un giudice ad affidare al padre Jamie Spears la conservatorship ossia l’amministrazione totale dei beni della popstar. Conservatorship che va ben oltre il tutoraggio come lo potremmo intendere noi. A Britney è, infatti, vietato prendere qualsiasi decisione. Dal tipo di musica che vuole fare ai concerti dove esibirsi. Da come accordarsi con l’ex marito per vedere i figli alle spese per lo shopping più banale. Da quali contratti firmare fino anche a cosa pubblicare sui social. Un controllo così estremo da poter essere paragonato ad una vera e propria prigione. E neanche tanto dorata.

Bollato inizialmente come una fantasia complottista dei fan più accaniti, il movimento #freebritney si è rivelato essere molto di più. Arrivando a diventare l’unica miniera in cui la cantante ha potuto cercare silenziosamente la forza per ribellarsi. Una vicenda che è cresciuta tanto da arrivare persino al Congresso americano con una proposta di legge bipartisan per modificare la legge sulla conservatorship. Merito anche di Framing Britney Spears che ha accesso i riflettori su uno dei rarissimi casi in cui l’isteria protettiva dei fan non si è alimentata di bugie. Anzi, ha svelato verità.

Il documentario fa anche di più seminando il dubbio che tutto ciò non sia disgiunto da un latente sessismo. Che ruolo ha in questa vicenda il fatto che Britney sia donna? Non è certo il primo caso di popstar che si lasciano andare ad atti autolesionisti o che diventano aggressivi con i paparazzi. Ma è il primo caso in cui questo porta a privare la star di turno della possibilità di decidere cosa fare della sua vita.

Sotteso a tutto è l’atteggiamento sostanzialmente misogino secondo cui una donna ha bisogno di essere guidata. L’assunzione implicita che sia incapace di scegliere cosa è meglio per sé stessa. La convinzione maschilista che un uomo abbia il diritto di replicare, mentre una donna ha solo il dovere di subire in silenzio. Framing Britney Spears ci obbliga a immaginare con orrore cosa può accadere ad una donna qualunque se tutto questo è potuto succedere ad una ragazza che era al vertice dello star system.

Framing Britney Spears non è probabilmente un buon documentario perché non aggiunge nulla a quanto non si potesse già sapere cercando in rete. Ma è un’opera che va vista non per quello che dice, ma per le domande che costringe a farsi. Che sono così tante e tanto profonde che quel ventitreenne spocchioso si trova a quarantasei anni a dover dire grazie anche a Britney Spears.

Framing Britney Spears: la recensione
3.5

Giudizio complessivo

Un prodotto che pecca dal lato prettamente documentaristico ma che va promosso per le domande che pone allo spettatore

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