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Cinema

Festival di Berlino 2016: la recensione di Cartas da Guerra

Lontani dalla madrepatria ma legati da un romantico amore che non conosce la lontananza, la fatica, la nostalgia. Il regista portoghese Ivo M. Ferreira parla chiaro con il suo Cartas da guerra trattando da vicino i contenuti delle lettere di due amanti. Il contesto melodrammatico è quello della guerra in Angola degli anni ’70, che separa per un biennio una giovane coppia sposata portoghese, che riesce tuttavia a mantenersi in contatto grazie ad una corrispondenza cartacea e transatlantica.

La lontananza forzata dall’appello alle armi si sposa bene con la saudade insita nella cadenza della lingua portoghese e soprattutto con l’interessante trovata registica proposta. Fin dall’inizio infatti la corrispondenza tra voce ed autore della lettera viene sfasata con la prevalenza della voce femminile, creando un iniziale attrito cognitivo cui pero’ il pubblico riesce ad abituarsi. Tuttavia, se alla donna viene concesso grande spazio sonoro, condiviso assieme alla musica classica, lo stesso non si verifica per la presenza sullo schermo, ridotta a poche scene. Tale costante ricorso alla voce over si protrae per tutta la durata del film, girato prevalentemente in territorio di guerra, dove il protagonista maschile lavora come medico.cartas 1

Poca, troppo poca è l’azione, se non quella prettamente militare e una tale carenza è probabilmente il punto debole di un film come questo, che presenta ben pochi difetti. La scelta del bianco e nero calza perfettamente con l’atmosfera di malinconia, di saudade percepibile dalla lettura delle parole del marito da parte della donna. La fotografia è molto curata tanto quanto i movimenti di macchina affatto banali che ci avvicinano ai personaggi con una delicata attenzione. La dolcezza delle parole contrasta in un ossimoro poetico con la violenza della guerra, con il sangue e le urla dei feriti che il medico deve osservare, che egli osserva con gli stessi occhi con cui scorre le righe scritte per la sua amata. Ci si commuove per il romanticismo delle loro parole, che si alterna a resoconti del fronte, per quanto calmo possa essere in confronto ad altri.

Fin dalle prime sequenze, la costruzione e lo sviluppo dell’idea stupiscono e affascinano molto per la loro raffinatezza, ma sono destinate a sfuggire all’attenzione del pubblico proprio per la loro costante presenza. Dire che manca l’azione puo’ essere in effetti un commento un po’ superficiale, poiche’ i film non sono fatti solo di azione. Tuttavia l’insistenza sulla lettura costante da parte di una voce fuori campo diventa inevitabilmente poco apprezzabile se protratta con poche interruzioni dialogiche puramente circostanziali, una carenza che fa scivolare via anche l’ipotetica direzione verso cui potrebbe andare. Non sto dicendo con questo che un film debba scorrere linearmente su un paio di binari, ma in Cartas da guerra questa mancanza priva la poesia melanconica di fondamenta su cui la struttura potrebbe poggiare piu’ saldamente.

A mio avviso e’ un vero peccato perché Ferreira dimostra di aver lavorato con grande dedizione e passione, che si percepiscono nell’interpretazione vocale degli attori. Lo scollamento tra parola e proprietario, così come tra romanticismo e crudezza, viene armonizzato con maestria, ma perde gradualmente la sua presa sul pubblico, che ascolta e aspetta un po’ troppo. E infine cio’ che si prova uscendo dalla sala è un senso di vuoto, dovuto sia alla non soluzione della vicenda, sia alla svelata debolezza strutturale della pellicola.

Spero che le mie parole non siano fraintese: si tratta di un film molto ben realizzato, apprezzabile, ma non abbastanza, o meglio, non come avrei voluto e come speravo dalla prima affascinante e magnetica metà.

  • Poetico ma poco apprezzabile
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