fbpx
Cinema

Festival di Berlino 2016: Boris sans Beatrice/Quand on a 17 ans/Mort a Sarajevo/Alone in Berlin

Purtroppo il festival berlinese non sta spiccando per particolari lavori d’autore, tanto quanto non può essere d’altra parte criticato per grandi buchi nell’acqua. Vige finora un tono monocorde, fatto di buona regia ma di poca personallità, di film che non possono essere criticati aspramente per la loro bruttezza manifesta, ma che – lo dico con grande amarezza – non suscitano forti emozioni. Per chi pensa, come la sottoscritta, che il cinema sia fatto per emozionare il pubblico, per smuoverlo dalla monotonia della vita quotidiana, per farlo pensare o anche arrabbiare, questo festival sta disattendendo tali aspttative. Il commento generale e più ricorrente uscendo dalla sala è un “sono perplessa”: se i bei film sono quelli cui si continua a pensare per giorni e giorni, persino se non sono piaciuti, quelli che sta proponendo la Berlinale per la sezione principale sono deludenti, nella misura in cui non rimane nulla nello spettatore, che il giorno successivo ricorda a stento persino il titolo, purtroppo non per la grande quantità di proiezioni…

Tuttavia, per mantenere la più imparziale parità di diritti, propongo di seguito una breve recensione per le pellicole viste in questi giorni, che sono state mediamente applaudite, specialmente con spento entusiasmo.

BORIS SANS BEATRICE

Il regista canadese Denis Côté porta nella capitale tedesca il suo nuovo lavoro, Boris sans Béatrice, ambientato in un Québec contemporaneo non ben localizzabile. In una commistione linguistica elaborata, che tira in ballo francese (canadese), inglese e russo per la gioia dei lettori di sottotitoli, viene raccontato il difficile rapporto amoroso tra il protagonista Boris Malinovsky, un arrogante e facoltoso uomo di successo, direttore di fabbrica, e sua moglie Béatrice, brillante ministro del governo canadese, gravemente affetta da una profonda depressione. Imprigionata in questa condizione psicologica critica, viene inoltre relegata nella loro modernissima casa di vacanza in mezzo alla campagna verdeggiante, dove passa le giornate in silenzio e con lo sguardo perso nel vuoto, sotto la custodia di una giovane, russa e rigorosamente bionda ragazza.201607356_1

Possiamo intuire la causa della depressione attraverso il comportamento e le abitudini del marito Boris, autoritario e insensibile, sfrontato e arrogante, nonché solilto frequentare regolarmente un’amante piuttosto che badare alla figlia che vive da sola o alla mamma residente in un lussuosissimo ospizio. In questo algido Canada in cui tutti sono biondi e ricchi in modo assurdo, il ritmo narrativo sembra essere stato congelato dalla morsa invernale nordamericana, tanto da annoiare abbastanza il pubblico. L’unico personaggio un po’ più estroso che aggiuinge un po’ di pepe poco saporito è un misterioso individuo che fino ad un certo punto sembra essere solamente frutto dell’immaginazione di Boris, ma, una volta presentatosi a casa sua, diventa incredibilmente reale. Il suo ruolo? Convince il protagonista a smetterla di spassarsela in giro e tornare alle doverose mansioni di marito presente, di padre premuroso, di figlio responsabile, riuscendoci gradualmente lungo tutta la durata del film.

Sempre troppo lento e troppo poco personale, la storia si sviluppa a fatica, zoppicante e affannata quanto l’emozionata sottoscritta: non certo per il film, sia chiaro, quanto per aver assistito a questa proiezione con la giuria al completo!

2.5 ** algido

QUAND ON A 17 ANS

Da territorio francofono ad un altro, questa volta in un paesino delle montagne francesi: è qui che André Téchiné ambienta il suo Quand on a 17 ans, una tragicommediola romantica un po’ più impegnata del solito in cui vengono coinvolti due ragazzini appunto di diciassett’anni. Uno è Thomas, un bel ragazzo mulatto adottato da una coppia di montanari che vivono in cima ad un monte in mezzo al nulla, con i loro animali da stalla intorno. Ogni mattina si mette letteralmente in marcia verso la sua scuola, qualunque siano le condizioni meteorologiche. Nella sua stessa classe c’è Damien, un ragazzo un po’ schivo, che come Thomas non ha grandi amicizie a scuola. Invece di fare comunella, i due cominciano ad odiarsi e a trovare ogni occasione buona per litigare o picchiarsi davanti a tutti.

201607356_2Il caso vuole però che la madre di Damien, Marianne, sia il dottore della vallata e viene chiamata per una visita urgente proprio da Thomas per visitare la mamma poco in salute. L’istinto da crocerossina e l’innata gentilezza della donna la spingono ad invitare successivamente il ragazzo a casa sua per un periodo, cosciente delle difficoltà di quella famiglia così isolata dal mondo, cioè dal paesino della vallata. Nonostante ella sia venuta a conosenza dell’odio tra i due ragazzi e sia al corrente del disappunto del figlio, li costringe ad una convivenza forzata che trasfromerà faticosamente ma logicamente le loro aspre lotte in amicizia e anche qualcosa di più… come se non si fosse capito fin dall’inizio.

Ha tutta l’aria di una storia che pretende di essere particolare, ma che risulta essere più prevedibile di quanto si poteva sperare, nonostante gli attori siano anche bravi. Purtroppo dietro alla classica trama da commedia romantica sembra trovarsi ben poco, o comunque limitatissimo è l’entusiasmo con cui si esce dalla sala. Oltre a mettere in scena la faticosa nascita di un amore omosessuale, cosa viene detto? Poco più, forse chi si è divertito di più sono state le mucche della stalla…!

2.5** più ordinario di quanto vorrebbe essere

MORT Á SARAJEVO

Benché una delle attrici in confrenza stampa abbia sottolineato il fatto che in questo film si parli di cose che normalmente non si discutono più e soprattutto in pubblico, non mi sembra che venga attuato un significativo distacco dai fatti che hanno reso famosa quella città agli occhi di tutto il mondi. Come si capisce dal titolo, ci troviamo nella capitale che è stata teatro dell’attentato terroristico a Francesco Ferdinando. Tutto il film si svolge in un ambiente chiuso ed eterogeneo per eccellenza, un hotel. I personaggi appartengono allo staff del suddetto e pertanto la macchina da presa si muove nei retroscena delle sale degli ospiti: chi fa la receptionist, chi lavora in lavanderia, chi sta dietro ai fornelli, chi controlla gli schermi della sorveglianza e così via.

In ricorrenza del centenario dall’attentato, sul tetto del lussuoso hotel che ospita grandi e importanti personalità, come in questo caso un politico francese in attesa di pronunciare il suo discorso pubblico (che si scopre successivamente essere un attore), si svolgono delle interviste con vista sulla città attorno alla figura di Gavrilo Princip, il celebre attentatore. La situazione è logicamente tesa, sia per il tema conduttore delle interviste, sia per la ricorrenza scottante ed esplosiva, sia per gli animi adirati dei lavoratori dell’hotel, intenti ad organizzarsi per uno sciopero per non essere stati pagati per mesi.

I piani sequenza mediamente lunghi ci fanno seguire i personaggi attraverso i corridoi e le stanze in cui gli ospiti non hanno libero accesso, mostrando le rivalità e i dissapori che si possono celare dietro ai loro accoglienti sorrisi. Avvertiamo che qualcosa sta per accadere e che qualcosa succederà, ma quando accade siamo ormai troppo annoiati per farci sorprendere. Il sottile simbolismo rovesciato è di poco conto nell’economia narrativa, che rimane piuttosto povera, nonostante, di nuovo, non si può dire che sia un brutto film (attenzione, spoiler in arrivo!). Finalmente dopo cento anni la situazione si rovescia e l’attentato non finisce per essere a danni della figura diplomatica di turno, ma del sovversivo: l’uomo che discute animatamente con la giornalista sulla figura del criminale/eroe si chiama infatti proprio come lui, Gavrilo Princip, e sarà lui l’unica vittima accidentale. Il cerchio si è chiuso, ma a quanto sembra molti spettatori ne sono rimasti fuori. Applaudono, ma molto perplessi.

2.5** un botto non riuscito

ALONE IN BERLIN

Berlino anni ’40: un altro triste film su quanto sono (stati) brutti, sporchi e cattivi i nazisti? Sì. Questa volta Alone in Berlin del regista Vincent Perez tratta della storia di una coppia  (Brendan Gleeson e Emma Thompson) di filonazisti che, all’indomani della morte del giovane figlio al fronte, hanno un’illuminazione: Hitler è malvagio e non ha rispettato le promesse fatte alla popolazione. Tralasciando l’opinabile consecutio di eventi, alias il drastico cambio di opinione politica dei due coniugi, il marito progetta un silenzioso piano sovversivo, solo in apparenza innocente e di poco conto. Egli decide di scrivere una serie di cartoline, cambiando scrupolosamente grafia, con dei messaggi provocatori contro il Fürer e il suo regime oppressivo. Le sparge dunque per la città, in modo che le persone le trovino e comincino a pensare diversamente.

_MG_0215.jpg

Apprezzabile è secondo me solo l’osservazione dall’interno della Berlino nazista, gloriosa e vivace, mentre per il resto nessuna marca speciale s’innalza da Alone in Berlin. Per carità, il tema è delicato e gravissimo, lo sarà sempre ed è bene ricordarlo, ma purtroppo l’insistenza mediatica del cinema rischia di trasformarlo in un passepartout in bilico tra mainstream e noioso. Sappiamo che tutte queste storie vanno a finire male in un modo o nell’altro, aspettiamo soltanto di vedere come, ed è un peccato. Non ci sarebbe bisogno di ricorrere ad un provocatorio Tarantino se i film di questo tipo non peccassero di originalità. Non penso affatto che non si debba sapere e far sapere di questo periodo buissimo della storia tedesca, ma l’insistenza drammatica potrebbe alla lunga produrre l’effetto contrario, cioè la non voglia di parlarne o riflettere. E sarebbe molto triste.

Detto questo, vale lo stesso discorso per i film precedenti: la regia e gli attori sono buoni, il film è fatto anche bene, ma non si tratta purtroppo di nulla di esaltante.

2.5** un po’ già visto…

Comments
To Top