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Fargo

Fargo: Recensione dell’episodio 1.10 – Morton’s Fork

Possiamo considerare Fargo un capolavoro? No, molto probabilmente no, ma secondo me è un buon prodotto, condito da dettagli particolarmente belli, come un’ottima colonna sonora e attori di alto livello che non steccano mai, elevando anche quelli che così bravi non sono. Aggiungiamo una fotografia eccezionale e una regia a tratti innovativa e il tasso tecnico di questa serie si alza decisamente.

fargo 110dCerto, bisogna apprezzare il cinema dei Coen, specialmente film come l’originale Fargo o Non è un Paese per vecchi, con i quali questa serie ha moltissimi punti in comune, e soprattutto bisogna essere avvezzi alla filosofia di base dei fratelli di Minneapolis, per la quale il male e il bene sono ineluttabili e spesso banali, anche se nei loro eccessi di ferocia o di dabbenaggine. Una storia che balla spesso sui limiti dell’assurdo, del forzatamente grottesco ma che ha come linea guida la banalità dell’animo umano e del destino. La Morton’s Fork è una figura retorica della cultura anglosassone, per cui, anche partendo da situazioni diametralmente differenti, sia facendo le cose in un modo che nel suo opposto, la conclusione è sempre la stessa. Questo richiama anche l’altro pilastro della filosofia Coeniana, ossia l’ineluttabilità e la ripetitività del destino.

Questa serie, in mezzo a carte che continuamente si rimescolano e a personaggi sempre sopra le righe che spuntano e spariscono in modi assolutamente cruenti, rappresenta un affresco delle due facce del bene e del male, concretizzandole principalmente in quattro figure, anche se ce ne sono altre di importanti, ma queste quattro sono la sintesi del quadro che i Coen dipingono: Lorne Malvo è il male che si compiace di se stesso, il male psicotico e che non si maschera dietro una facciata di perbenismo (pur passando la vita dietro a maschere); fargo 110bLester Nygaard è il male opportunista, l’uomo frustrato che intravede una strada per migliorarsi e diventa disponibile a sacrificare ogni cosa che si pone sul suo cammino (impressionante la crudeltà con cui dispone della sua povera seconda moglie, sia al termine dello scorso episodio, che nell’incipit di questo finale), pur di arrivare. Un uomo che in questo caso si nasconde dietro la parvenza di accettabilità sociale.

Molly Solverson invece è il bene concreto, semplice e determinato: una forza d’intuito ma una fragile goffaggine che la rigetta tra gli emarginati, una donna con dei limiti ma una strada tracciata. Lo sceriffo Bill invece è il bene che nasce dalla semplicità mentale, da, come sottolinea lui stesso in questo episodio, un ottimismo che travalica nella dabbenaggine.

A loro modo sono tutti degli emarginati, anche gli altri personaggi, nel lato buono e in quello cattivo, rappresentazione della visione del mondo Coeniana, nella quale l’individuo è l’emblema della fragilità imperfetta e destinata a non avere mai successo e la società è un insieme di personalità simili, gioco nel quale il caso e il destino elevano e ributtano a terra, senza che sia la volontà di alcuno a contare.

fargo 110fEd è così che la casualità porta il pavido Gus, quello spaventato e più propenso a farsi da parte, dopo averlo quasi arrestato due volte, sarà lui ad essere l’uomo che ucciderà la bestia, ed è così che il destino porterà alla fine di tutto Molly a quella posizione di sceriffo che le era stata destinata dal primo minuto di questa serie. Ed è ancora così che Malvo e Nygaard, grandi “compari, nemici, manovratori, dominus di questa scacchiera, trovano la morte in modo semplice e banale, quasi stupido.

La poesia dei Coen si è dipanata lungo tutta la serie, passando da momenti fracassoni a momenti più grotteschi, da non sense stranianti a macchinazioni complicate. In questo finale, eliminate le side stories meno influenti (due su tutte quelle di Gina Hess e del proprietario degli ipermercati), si arriva al già delineato concretizzarsi del destino con ognuno dei protagonisti che finisce esattamente dove dovrebbe finire, senza un trionfo ma con una normalità, pur squassata, che torna ad essere quella che è sempre stata.

Andando a trovare una pecca a questo show, molto probabilmente mi potrei concentrare sulle side stories che ho nominato prima. Per quanto funzionali allo sviluppo della trama e sicuramente ben fatte e col giusto pizzico di grottesco divertimento, sono state probabilmente eccessivamente ampliate per consentire un minimo di episodi alla serie che altrimenti non ci sarebbe stato. Secondo me sarebbe forse bastato ridurne l’impatto e fare una serie da otto episodi, ma qui rischiamo di entrare in un discorso ben più lungo di una semplice recensione.

fargo 110cIn fin dei conti, comunque, Fargo è una serie che mi ha soddisfatto, anche se probabilmente la serialità televisiva non si adatta pienamente alla tipologia di racconto dei Coen, che sicuramente rende di più se è maggiormente compatto e se non viene spezzettato in appuntamenti settimanali che, giocoforza, ti fanno entrare ed uscire dal mondo Coeniano che invece richiederebbe una maggiore immersione. Valeva sicuramente la pena guardarlo e mi sento sinceramente di consigliarlo a chi apprezza questo particolare genere di racconto.

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