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Fargo: fratelli rivali nelle valli di Eden. Recensione dell’episodio 3.01

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Nel 1952 il  Premio Nobel per la letteratura John Steinbeck scrisse East of Eden (in italiano tradotto come La valle dell’Eden). Il libro racconta la storia di due fratelli rivali e si ispira alle vicende di Caino e Abele, contenute nel libro della Genesi.

Non è un caso che la nuova stagione di Fargo parta da Eden Prairie, Minnesota. Qui vive uno dei fratelli Stussy, Emmit. Lui è il re dei parcheggi, la persona giusta al posto giusto col sorriso giusto. Ray, il suo gemello, è invece uno stempiato agente di custodia, un fallito col senso dello humor, che gira ancora su una vecchia Corvette targata ACE-HOLE (cioé “asshole” che sta per “stronzo”). Entrambi sono interpretati da un Ewan McGregor con piglio da grande trasformista.

La rivalità tra i due è evidente sin dalle prime battute e Ray potrebbe avere tutte le ragioni del mondo per provare rancore, se fosse vero ciò che rinfaccia al fratello, ossia che il suo patrimonio sia frutto dalla vendita di alcuni preziosi francobolli di famiglia. E’ certo invece che parte delle risorse finanziarie di Emmit provengono dalla mafia. E qui entra in scena, nel tipico stile grottesco della serie, il portavoce del clan criminale: un personaggio improbabile, allampanato e dai denti marci.

A Eden Valley, poco distante da lì, vive in un cottage l’anziano Ennis Stussy, la prima vittima. L’episodio innesca da subito il topos dello scambio di persona (e in questo frangente anche di casa) e ci serve l’ennesimo morto per caso. Ma perché il fattone pregiudicato uccide il vecchio Stussy? Perché non trova il prezioso francobollo (di 2 cents) che Ray gli ha commissionato di rubare. Naturalmente a casa del fratello. Spiegato l’equivoco.

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Nella serie FX creata da Noah Hawley gli orizzonti sono netti, i ritmi quelli della lenta provincia americana fatta di quotidianità ripetitive, vetrine già viste, riviste vintage. E nonostante tutto ciò la neve avvolge gli eventi con una coltre di ineffabilità. E nasconde le cose.

Solcato da innumerevoli dettagli e da una vena ironica tagliente, il primo episodio della terza stagione inizia tetro e lento dentro un ufficio spoglio di Berlino Est, l’anno prima della caduta del muro. Non ci viene spiegato il perché, ma bastano due scarpe sporche di neve per capire l’assonanza con un paesaggio che è il marchio della serie.

Si continua nella magione di Emmit e in sordidi pub, dove i lunghi dialoghi centrando presto l’obiettivo. Le riprese si soffermano su un boccale di birra, un foglio di carta, una cicca accesa. Dettagli irrilevanti. Apparentemente.

L’episodio si chiude poi con un rocambolesco finale. Motore dell’azione è Ray, il classico anti-eroe mosso dal “precipitare” (letterale) di eventi inarrestabilmente più grandi di lui, secondo la collaudata ricetta Coen.
A sostenerlo nel suo bislacco rapporto col crimine una donna affascinante, dal passato turbolento (non è un caso che si siano conosciuti sul di lui luogo di lavoro) e dallo spiccato senso pratico.

Mary Elizabeth Winstead nel ruolo di Nikki, e la “sceriffa” Carrie Coon (la poliziotta buona che si divide fra lavoro e famiglia, altro elemento ricorrente del film e della prima serie) saranno la coppia femminile ingranaggio della vicenda. Coppia di fratelli e coppia di donne. E non è a coppie che si gioca a Bridge? Il dualismo come tema portante è messo sul tavolo.

A proposito, che ci fa una canzone di Celentano nel bel mezzo di una partita a carte?

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Sessanta minuti per farsi un’idea precisa di quanto siano maledettamente bravi certi sceneggiatori e produttori americani. E per fare una foto ai quattro protagonisti. Escono in maniera così vivida che sarà un piacere vedere cosa saranno capaci di combinare.

3.01 - The Law of Vacant Places
  • Fratelli rivali nelle valli di Eden
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