Cinema

Ex Machina: la recensione

Ex Machina

Strani incroci nella vita di un recensore amatoriale. A chi è toccato commentare il season – finale di “Humans” (serie rivelazione di Channel 4 conclusasi proprio domenica scorsa) capita anche di dover recensire questo “Ex Machina”, opera prima alla regia di Alex Garland, già apprezzato autore di molte sceneggiature di successo (“28 giorni dopo” per dirne una). Ma, si sa, chiamiamo coincidenza solo la nostra incapacità di spiegare il caso. E, in realtà, questa è tutto tranne che uno scherzo del caso. Perché chi ha amato “Humans” non potrà fare a meno di vedere anche “Ex Machina” poiché entrambi partono dallo stesso assunto: l’intelligenza artificiale esiste. Meglio, dallo stesso quesito: quando una macchina senziente smette di essere un prodigio della tecnologia e diventa un essere vivente ?

ExMachinaCalebNathanE, tuttavia, se i blocchi di partenza sono gli stessi, molto diversa è la strada che i due prodotti prendono. Se, infatti, “Humans” (se non l’avete visto, fatevi un favore e recuperatelo) diventava un insolito family drama in salsa sci – fi ricco di implicazioni filosofiche e interazioni tra due mondi diversi, “Ex Machina” si chiude, invece, in sé stesso scegliendo un modo quasi opposto di cercare una risposta alla stessa domanda. Ma soprattutto lasciando che un anomalo test di Turing appositamente modificato per discriminare la vera natura della creazione del geniale scienziato divenga una affascinante scusa per presentare allo spettatore curioso la storia di due diverse solitudini. Non a caso il film si rinchiude tra le pareti immacolate, quasi sempre illuminate da algidi neon o da un sole gelido, di una casa ipertecnologica tenacemente nascosta tra foreste impenetrabili. E non a caso solo tre personaggi (quattro se si include anche la muta Kyoko) appaiono in scena per i 148 minuti del film cancellando anche la presenza di ogni superflua comparsa. Due umani: Nathan e Caleb (interpretati da Oscar Isaac e Domhnall Gleeson). Un robot: Ava (l’attrice svedese Alicia Vikander). E se invece fosse: due robot e un’umana ?

ExMachinaNathanÈ un umano Nathan ? Arricchitosi creando il più grande motore di ricerca (e solo per motivi legali il nome è Bluebook invece che quello che tutti stiamo pensando), Nathan si è chiuso in un paranoico isolamento che lo porta a vivere in una asettica dimora dove ad ogni stanza si può accedere solo se autorizzati e dove le porte rimangono bloccate in caso di black out per evitare improbabili intrusioni di ancor più improbabili estranei. Circondato da una natura incontaminata scelta non per il piacere della serenità ma per la sicurezza dell’inaccessibilità (vi si arriva solo in elicottero), Nathan può dedicarsi al suo adorato progetto. Arrivare per primo dove inevitabilmente altri arriveranno. Creare una intelligenza artificiale pur sapendo che questo è il primo passo verso un futuro apocalittico dove sarà la nostra specie a essere guardata come oggi si guarda ai fossili dei primi ominidi. Eppure, questa inquietante prospettiva non turba minimamente Nathan perché non può alterare quel senso di onnipotenza che anima ogni sua decisione. Perché quello che davvero Nathan coltiva nel suo eremo è il culto di sé stesso. L’ossessione per la forma fisica diventa il modo di esteriorizzare una presunta superiorità nei confronti dell’esile Caleb. Le battute sprezzanti con cui mette a tacere il suo ospite quando prova ad andare oltre le risposte che gli vengono chieste restituiscono l’infastidito disturbo di chi deve interagire con qualcuno che ritiene inferiore. Le appassionate parole con cui spiega i suoi fantascientifici risultati esaltano l’incrollabile convinzione della propria inarrivabile unicità. L’incredula reazione al finale inatteso è la tardiva e nondimeno sincera scoperta che giocare a essere il creatore non fa di te la divinità che credevi di essere. Perché alla fine sono proprio i suoi limiti e difetti a fare di Nathan un essere umano anche se forse lui stesso aveva sperato di essere la terza via tra uomo e macchina.

ExMachinaCalebTanto Nathan è affetto da una insana idolatria del proprio ego, tanto dimesso e insicuro è Caleb. Orfano di genitori. Single probabilmente per troppa timidezza. Ammiratore incondizionato delle capacità del suo capo. Si può dire che Caleb abbia una sua personalità autonoma ? O non è forse il prototipo del bravo ragazzo scelto proprio per la sua banalità ? Cosa distingue, infatti, Caleb da un robot inanimato costruito in modo da comportarsi come farebbe l’archetipo ideale e per questo irreale di un bravo ragazzo ? Se non si è capaci di pensieri indipendenti, ci si può definire umani ? Paradossalmente, Caleb diventa umano proprio quando smette di essere quello per cui è stato scelto. Quando inizia a credere nei propri dubbi e a cercare le risposte autonomamente senza fidarsi di quello oracolo immaginario che all’inizio è stato Nathan. Che, però, ci voglia una macchina a renderlo umano è un’ironica e amara constatazione e che questa umanità di Caleb sia la causa del suo rovinoso epilogo è un tragico memento della imprevedibilità delle conseguenze di ogni debolezza.

ExMachinaAvaKyokoUmana, troppo umana è, infine, Ava (nome simbolicamente pronunciato come Eva in tutto il film). Una intelligenza artificiale che sembrerebbe andare oltre la stessa umanità. Capace di leggere nei micro movimenti facciali le verità nascoste, di provare un imbarazzo quasi adolescenziale, di elaborare proprie strategie per rubare angoli di intimità, di sognare passeggiate anonime tra la folla distratta come naturale contrappasso di una esistenza che per lei si è sempre ridotta ad essere osservata dietro un vetro come uno strano insetto, di empatia con un proprio simile arrivando a condividere il suo desiderio di vendetta. Eppure, questa macchina tanto perfetta quanto intelligente rivela, infine, tutta la sua umanità in uno scioccante finale che comunica un messaggio crudele. È umana, Ava, perché come ogni essere umano sa fare il male.

“Ex Machina” non è un film facile da guardare perché ama indugiare sulle domande che pone piuttosto che alimentare una tensione narrativa che pure c’è (e che cresce impetuosa solo nella seconda parte quando ormai qualcuno potrebbe aver ceduto ad una ingiusta noia). Eppure, “Ex Machina” è un film che va visto perché viene a dirci che dovremmo preoccuparci non delle macchine intelligenti di un futuro neanche troppo remoto, ma piuttosto di coloro che dovranno insegnar loro quello che essi stessi non sanno: come essere umani.

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