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Cinema

È arrivata mia figlia: la recensione al Festival di Berlino 2015

Finalmente una commedia come si deve! Non una di quelle storie che fanno ridere perché prendono in giro qualche stravaganza e finiscono glorificando il ‘sano’ ritorno alla normalità – al contrario, un racconto che mette in luce la mostruosità di ciò che ci ostiniamo a chiamare ‘normale’ senza ricorrere ai toni sentenziosi e drammatici di tanti film impegnati: il mondo, sembra implicare È arrivata mia figlia! (A. Muylaert, Brasile, 2015), si può cambiare anche ridendo.

Il film è stato presentato in prima mondiale al Sundance il 25 gennaio, in prima europea nella sezione Panorama del Festival di Berlino l’8 febbraio (dove ha vinto l’Audience Award come migliore lungometraggio) ed è uscito in Italia (con distribuzione purtroppo molto limitata) in giugno. Al centro della vicenda c’è una donna di servizio, che ricorda per molti aspetti (non è un elogio da poco) la protagoniste umili e sublimi di alcuni capolavori letterari, da Un cuore semplice di Flaubert (1877) a La porta di Magda Szabó (1987).

Val è la domestica di una famiglia borghese di São Paulo, e per anni ha allevato anche Fabinho, figlio unico e viziato ma chiaramente più attaccato alla tata che ai suoi distratti genitori. Per lavorare, Val ha dovuto affidare alle cure di parenti, nella lontana Pernambuco, la sua propria figlia. La domanda del titolo portoghese (più o meno: «Quando torna la mamma?») è ciò che all’inizio del film Fabinho chiede a Val a proposito di sua madre, ma è anche la domanda che Jéssica, la figlia di Val, ha continuato a porre ai suoi tutori dopo la partenza della madre.

La situazione precipita quando Jéssica, che non vede la madre da dieci anni, annuncia la sua visita a São Paulo, dove ha in programma, esattamente come Fabinho, l’esame di ammissione alla facoltà di architettura. La ragazza viene ospitata nella casa dove vive anche la madre, ma a differenza di quest’ultima si rifiuta di accettare le rigide norme non scritte che regolano i rapporti tra padroni e servi. La vicenda si svolge così in un crescendo di tensione tragicomica: Val è chiaramente lacerata tra l’amore per sua figlia e lo shock per il comportamento disinvolto della ragazza. La meravigliosa Regina Casé, che interpreta la protagonista, riesce a rendere in modo al tempo stesso struggente ed esilarante le preoccupazioni di una donna semplice e sensibile il cui mondo rischia di sgretolarsi solo per l’impossibilità di armonizzare l’adesione istintiva all’ordine classista della società con un senso di giustizia più ampio e la fiducia nelle capacità degli individui (la favola intanto ci consola: Jéssica verrà ammessa all’università, Fabinho respinto). La tensione in famiglia cresce finché anche la facciata di gentilezza dei padroni di casa cede il passo a un’ostilità senza filtri. Scoprendo di aver amato e rispettato persone meschine e insensibili, Val si licenzia e decide di recuperare finalmente il rapporto con sua figlia, che nel frattempo è diventata una donna per molti aspetti più matura di sua madre.

Il film ha il merito di affrontare in modo avvincente e poetico un tema attuale e delicato, cui sociologi del calibro di Arlie Russell Hochschild hanno dedicato libri importanti (si pensi solo a The Commercialization of Intimate Life, Berkeley, University of California Press, 2003). Si tratta del cosiddetto ‘lavoro emozionale’, ovvero di un fenomeno generato dai più recenti flussi del mercato globale del lavoro – un fenomeno che fino a pochi anni fa sembrava estraneo alla nostra esperienza e che invece ora è quanto di più comune anche in Italia: persone di paesi svantaggiati lasciano a casa i loro cari per venire a occuparsi dei nostri cari (vecchi e bambini), cui non potranno fare a meno di attaccarsi anche affettivamente, ma a prezzo di una crudele negazione dei loro affetti originari. Una situazione straziante, tanto più che l’accudimento affettuoso come ‘lavoro’ non ha comunque mai modo di travalicare i confini del ‘giusto’ distacco professionale. La mimica straordinaria di Regina Casé, che in Brasile è celebre non a caso soprattutto come caratterista brillante, è impagabile soprattutto nelle situazioni di conflitto: la dolcezza affettuosa per Fabinho sconfina nel rispetto legnoso e imbarazzato per i ‘signori’, l’amore per Jéssica si tinge di indignazione o di patetica rivendicazione di autorità. In ogni momento, lo spettatore segue il personaggio con trasporto e profonda simpatia. Un film decisamente bellissimo, che scalda i cuori – e fa lavorare il cervello.

  • Molto buono
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