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Dracula: il bello e il brutto di aver fatto Sherlock – Recensione della miniserie BBC – Netflix

Dracula: la recensione
Netflix

Pochi personaggi sono più iconici di Dracula. Sebbene già William Polidori e Sheridan Le Fanu avessero introdotto la figura del vampiro nella letteratura ottocentesca, è sicuramente il romanzo di Bram Stoker del 1897 ad eternarla. Fatta di lettere, pagine di diario, dispacci telegrafici, l’opera modella quella che sarebbe diventata una delle fonti di ispirazioni principali del genere horror. Saranno poi i film in bianco e nero della Hammer e della Universal e le interpretazioni di Christopher Lee e Bela Lugosi a far diventare indimenticabile il vampiro di Stoker. Con queste premesse, poteva mai non essere un successo una miniserie su Dracula prodotta da BBC e Netflix?

Dracula: la recensione
Dracula serie TV: la recensione – Credits: Netflix

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Quello che non poteva essere

E, invece, no. Almeno stando ai numeri inferiori alle attese degli spettatori che hanno seguito le tre puntate di Dracula mandate in onda in serate consecutive dalla BBC. Errore di programmazione? Probabile, perché gli stessi tre episodi erano stati resi disponibili da Netflix solo qualche giorno dopo in alta risoluzione. Il problema vero non è tanto un inatteso deficit di quantità (perché i numeri di Netflix non sono noti), ma piuttosto un ancor più inatteso deficit di qualità. Soprattutto perché a scrivere la miniserie c’era il meglio che la serialità televisiva inglese ha da proporre. Quei Steven Moffat e Mark Gatiss autori del mai troppo lodato e compianto Sherlock.

I due autori si sono guadagnati il plauso unanime della critica e le lodi sperticate del pubblico per la loro rilettura in chiave moderna del personaggio creato da Arthur Conan Doyle. Le interpretazioni magistrali di Benedict Cumberbatch e Martin Freeman avevano fatto il resto, ma erano un plus ultra per una serie che brillava soprattutto per la scrittura intelligente. Affidare al duo Moffat – Gatiss anche il più famoso dei vampiri aveva fatto comprensibilmente ascendere alle stelle l’hype per Dracula. Doveva essere l’antipasto lussuoso con cui Netflix inaugurava il 2020 dimostrando da subito di volere giocare al rialzo della qualità.

Tanto tuonò che piovve? Si, ma a venire giù non è stata una pioggia irruenta e rinfrescante, ma uno scrosciare intenso che si è andato man mano esaurendo in una pioggerellina a tratti persino fastidiosa. Detto fuor di metafora, Dracula inizia con un episodio fulminante che inebria lo spettatore facendogli pregustare un viaggio lussureggiante. Continua con un secondo capitolo che diventa qualcosa di altro, ma ancora coerente con una riscrittura logica del protagonista. Ma si chiude con un terzo atto che voleva essere innovativo, ma diventa, invece, un’occasione sprecata tra forzature non richieste e variazioni necessarie riuscite male.

Una delusione? Non in senso assoluto. Ma certo non il raccolto stupefacente che i semi piantati e innaffiati da tanto hype facevano sperare.

Dracula: la recensione
Dracula serie TV : la recensione – Credits: Netflix

Tra fedeltà al testo e fedeltà a sé stessi

Quello che poteva essere il punto di forza di Dracula diventa paradossalmente il suo problema principale. Moffat e Gatiss si trovano, infatti, di fronte al dilemma dell’asino di Buridano che non sa da quale di due covoni di fieno identici iniziare a mangiare. Non potendo scegliere, finirà per morire di fame. Moffat e Gatiss non sono stupidi come il proverbiale asino, ma i due covoni davanti li hanno comunque. Si chiamano Bram Stoker e Sherlock. A chi essere fedeli? Al testo originale come aveva provato a fare (pur prendendosi molte licenze) Francis Ford Coppola nel suo indimenticabile film del 1992? O al modus scrivendi di Sherlock e quindi, in definitiva, a sé stessi? Tra i due poli opposti, Moffat e Gatiss decidono di non scegliere, ma di provare piuttosto a ibridare le due possibilità nella speranza che la terza sia la migliore.

Il risultato è, tuttavia, una serie disomogenea che denuncia palesemente la sua natura intermedia nel dipanarsi dei tre episodi. Il primo è, infatti, un omaggio al Dracula di Stoker con il racconto di Jonathan Harker che ricalca il testo originario. Come già fatto da Coppola, ci sono delle variazioni significative con la riscrittura di Van Helsing che da professore diventa una suora di nome Agatha. Ma sono più che accettabili dal momento che non stravolgono il significato del libro ed, anzi, lo rendono più esplicito. Come è anche giusto che fosse, Dracula non è un nome evocato, ma una presenza dominante e bene fa la serie a fare del suo duello con Agatha Van Helsing il cuore pulsante della narrazione. Il finale lascia presagire echi di Sherlock proprio nel personaggio della suora il cui carattere razionale e i cui modi investigativi evocano chiaramente il detective di Baker Street.

Dracula, però, comincia ad essere altro nel secondo episodio che espande il viaggio del conte verso l’Inghilterra. Se nel romanzo era poco più che un’informazione di servizio, qui diventa il perno del racconto intorno a cui viene associata una trama che paga pegno ai gialli all’Agatha Christie (su tutti Dieci piccoli indiani). Una scelta giustificabile e dopotutto ben messa in scena con spruzzate di sangue che rendono più succulenta la pietanza offerta. Solo che in questo modo il profumo di questo Dracula comincia a diventare già noto e troppo simile a quello del figlio prediletto di Moffat e Gatiss. Quello Sherlock il cui palazzo mentale diventa il modello per alcuni espedienti usati più volte nella serie.

Un autore ha ovviamente il diritto di citare sé stesso senza essere accusato di plagio. Ma c’è un sottile confine tra autocitazione e riciclo. Un limite che non dovrebbe essere oltrepassato se non si vuole dare ad una serie nuova il poco apprezzabile sapore di cose già assaggiate in passato. E Moffat e Gatiss oltre quella linea scivolano con troppa facilità.

Dracula: la recensione
Dracula serie TV : la recensione – Credits: Netflix

Tra forzature e buone idee

In una serie di tre episodi (per quanto ognuno lungo un’ora e mezza) non si può sbagliare quasi nulla se si ambisce ad un giudizio lusinghiero. Se gli errori nei primi due capitoli di Dracula sono perdonabili (pur con qualche generosità), è invece quasi inaccettabile accumularne troppi proprio in quello finale. Dopo un plot twist sorprendente ma non imprevedibile per chi conosca il duo di autori, il terzo episodio si trova nella delicata situazione di dover ritornare al testo originario adattandone i personaggi ad un contesto radicalmente differente.

Devono, quindi, essere riscritti Lucy e Seawards e la cosa riesce piuttosto male perché si perde l’innocenza della prima e si fa del secondo poco più che una comparsa a cui interessa solo della sua amata. Peggio ancora va con Renfield trasformato in una macchietta ad uso e consumo del piacere che ha Mark Gatiss ad interpretare almeno uno dei personaggi delle serie che scrive. Il suo Renfield è inspiegato e inspiegabile e non ha nulla della profonda e tormentata dualità del suo avatar letterario.

Più in generale a mancare è il perché di una scelta tanto estrema quanto quella fatta per l’ambientazione temporale del finale. Una decisione che avrebbe potuto portare ad interessanti sviluppi, ma che viene lasciata incompiuta apparendo infine solo come un colpo ad effetto fine a sé stesso. Soprattutto perché l’epilogo della vicenda è poi una rilettura ardita ma non incoerente del romanzo. Il Dracula di Moffat e Gatiss reinterpreta i topos classici inscrivendoli in una spiegazione psicologica che ha una sua logica sensata per quanto inusuale. Ed il finale è quindi coerente con il quadro disegnato anche se la cornice stona con l’opera di cui si fa contorno non richiesto.

Dracula si impreziosisce delle interpretazioni di Claes Bang e Dolly Wells. Soprattutto l’attore danese (visto di recente nella stagione finale di The Affair) si fa apprezzare per il suo essere un giusto mix tra l’iconografia da cinema in bianco e nero e i modi da gentiluomo intelligente e cinico non privo di una gradevole dose di humour nero. Eppure, neanche questo basta a far andare via dalla bocca il gusto amaro di un’occasione mancata.

C’erano tutti gli ingredienti giusti per cucinare una pietanza squisita, ma i cuochi hanno voluto cambiare la ricetta per rievocare il sapore del loro piatto migliore. Solo che non sempre sapori diversi si amalgamano bene.

Dracula: la recensione
3.5

Giudizio complessivo

Una miniserie disomogenea con un primo episodio splendido, un secondo buono e un terzo con troppi errori figli dell’aver voluto ricordare troppo i trucchi di Sherlock usandoli per un personaggio che non ne aveva bisogno

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