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Doppio Schermo: La Grande Bellezza – Capolavoro o boiata pazzesca?

Fiumi di parole si sono sprecate in quest’ultimo anno su La Grande Bellezza, dalla sua prima apparizione in Concorso al Festival di Cannes nel 2013 (dove uscì senza neanche un riconoscimento) fino alla vittoria dell’Oscar come Miglior Film Straniero domenica notte a Los Angeles. Anche noi di Telefilm Central vogliamo dire la nostra presentandovi due punti di vista diversi di due nostri autori: chi ha trovato il film di Sorrentino un capolavoro (Caterina) e chi invece ne è rimasto altamente deluso (Winny). 

PER ME È UN NO 

di Winny Enodrac

Ogni vita non è solo la somma dei giorni che si accumulano nella clessidra, ma anche la trama orizzontale delle proprie convinzioni e di come il quotidiano scorrere del tempo e l’interagire con gli altri le fanno evolvere. Il pluripremiato film di Paolo Sorrentino vorrebbe dedicarsi a questo aspetto della vita del suo protagonista Jep Gambardella che, arrivato a 65 anni, si trova a dover fare i conti con un passato che ha visto un promettente scrittore di 26 anni arrivare a Roma per abbandonarsi a quel vortice della mondanità che, se lo ha eletto a suo re, ne ha però cancellato ogni velleità letteraria. Sorrentino segue Jep in un viaggio quasi onirico tra la grande bellezza di una Roma monumentale e la miseria di una società decadente che si stanca in trenini chiassosi belli solo perchè non vanno da nessuna parte, facendolo accompagnare da un’umanità incapace di ammettere il proprio vuoto morale. Con queste premesse, non stupisce che il film di Sorrentino abbia cavalcato trionfalmente verso l’ Oscar. Eppure, “La grande bellezza” non è un film perfetto e lo splendore di luce che circonda un vincitore non può nasconderne i difetti.

Può essere utile pensare a “La grande bellezza” come ad un regalo del regista allo spettatore. Prima viene la confezione che, in questo caso, è tanto attraente che quasi si ha paura di rovinarla aprendo il dono. Sorrentino usa una fotografia eccellente per restituire luoghi famosi e non di una Roma ripresa spesso di primo mattino quando la luce si riflette su una bellezza rinascimentale e barocca prima che affoghi nei flash dei turisti e nel clamore del traffico. La Roma di Sorrentino è quella di un magnifico sogno. Ma è anche una Roma che esiste solo nelle cartoline ed è proprio quella che all’estero adorano vedere. Sorrentino ci restituisce la grande bellezza di Roma depurandola del quotidiano ad uso e consumo proprio di quel turismo mordi e fuggi che contribuisce al suo caos. Laddove ne “La dolce vita” il maestro riminese restituiva una Roma immersa nel suo presente, qui Sorrentino offre non la Roma reale di oggi, ma quella delle foto ricordo del viaggiatore avido di momenti da mostrare agli amici rimasti a casa. Bellissima confezione, quindi, ma fasulla. Difetto che potrebbe anche essere letto come un pregio da critici e spettatori innamorati dello splendore di architetture e paesaggi, ma che non può non essere sottolineato quando è uno dei motivi principali che contribuiscono ad allungare il film con una serie di scene che hanno lo scopo primario di mostrare lo sfondo piuttosto che raccontare la storia. La-grande-bellezza-1

Tolta la confezione, ci ritroviamo in mano il contenitore rappresentato, in questa similitudine, dai personaggi che accompagnano Jep. Tanti, ma quasi nessuno pienamente convincente e non per colpa degli attori coinvolti, tutti capaci di prestazioni di buon livello. Ognuno di loro è un esempio di quel tipo di umanità che affolla la mondanità romana: l’imprenditore con la moglie sempre al suo fianco in pubblico e sempre tradita in privato; gli attori che fingono interessi che non hanno o un sex appeal ormai svanito; l’attivista impegnata fiera delle sue convinzioni fasulle; la radical chic che non guarda la tv ma non perde una festa; il vedovo inconsolabile che trova rapidamente una nuova moglie. Sorrentino si impegna a non far mancare nulla, ma alla fine ci offre solo un catalogo in cui tutto viene mostrato, ma niente descritto. Nessuno dei personaggi (eccettuato Romano) ha alcuna evoluzione e tutti sono solo sbozzati grossolanamente complici dialoghi prevedibilissimi (come quello tra Stefania e Jep o l’insegnamento della Santa). Tutti appaiono poco più che macchiette (come l’improbabile artista concettuale, il monsignore gastronomo e l’invadente assistente della decrepita suora). Si potrebbe dire che questa scelta serva a sottolineare la vacuità del mondo di Jep. Ma le feste erano già sufficienti a raggiungere questo scopo e accumulare personaggi porta ad una ripetizione ad libitum dello stesso concetto.

Un gioiello lo troviamo, infine, in questo regalo. Ed è appunto Toni Servillo e il suo Jep Gambardella. Un uomo che ha rinunciato a quello che era destinato ad essere per accettare di diventare altro da sé, metafora di un’Italia vittima di un degrado civile che le ha fatto dimenticare la sua grande bellezza. Jep prende coscienza di questo suo percorso compiendo il primo passo verso una rinascita ancora possibile dopo tanti anni di un nulla abbracciato con voluttà. Ma la decisione di cambiare vita è, forse, presentata troppo velocemente.

Ne “La grande bellezza” c’è, paradossalmente, troppo e troppo poco. C’è tanto della Roma che fu, ma poco di quella che è. Ci sono tanti dei personaggi che rappresentano il degrado dell’Italia di oggi, ma poco di come e perché sono quel che sono. Come recita Jep nell’explicit, ci sono gli “sparuti incostanti sprazzi di bellezza e lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile”. Ma, alla fine, si ha l’impressione che anche questo film “in fondo, è solo un trucco”.

PER ME È UN SÌ

di Caterina Orioli

La consapevolezza dell’Essere. lagrandebellezza

Si può per una vita intera ricercare il bello come ispirazione? E’ la storia di Jep Gambardella (magistralmente interpretato da Toni Servillo) uno scrittore che all’alba dei suoi sessantacinque anni si accorge di aver sprecato la sua vita alla ricerca dell’eterna ispirazione. Quella ricerca che lo porta al limite, obbligandolo, così, a fare il giornalista per una rivista culturale la cui direttrice, Dadina (Giovanna Vignola), spinge costantemente Jep, come una indistruttibile coscienza a vedere aldilà del frivolo mondo di cui lui fa parte, non solo: ne è artefice. Perennemente circondato da amici che, celati dietro la maschera della mondanità e delle apparenze, in realtà si rivelano vuoti di forma e significato. Romano (Carlo Verdone) lo scrittore di pieces teatrali; Lello Cava (Carlo Buccirosso) venditore di giocattoli; Stefania (Galatea Ranzi) scrittrice impegnata con una vita a pezzi; Viola Bartoli (Pamela Villoresi) vedova Bartoli costretta a prendersi cura di un figlio psicopatico. Poi arriva lei, Ramona (Sabrina Ferilli), in apparenza figlia della notte, nasconde in realtà un grande segreto che porterà Gambardella alla consapevolezza che sta rimanendo solo. Determinante è “La Santa” (Giusi Merli) una vecchissima suora che ha deciso di vivere nella totale povertà e cibarsi solo di radici…

Ampie riprese vagamente felliniane, dondolano con un ritmo incessante e mai monotono accompagnate dai colori tipici di una Roma attanagliata dalla calura estiva. Sacro e profano, grandi verità e grandi menzogne che portano all’estrema riflessione e alla consapevolezza che quello che ci appartiene, la nostra storia, le nostre radici sono la vera Grande Bellezza.

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4 Commenti

  1. Per me è un sì.

    Belle recensioni entrambe, Winny, perdo 3 chili quando ti leggo….più corte!!!! 😀

    Premesso che il film può toccarti o meno, credo dipenda anche da quello che più tocca le nostre corde, dipende anche da come siamo fatti, da quello che ci fa ridere o quello che ci fa piangere. Comunque, per me è un sì per alcuni motivi. La fotografia, la regia, la scatola, ecc. ecc. e su questo siamo tutti d’accordo, girato bene, si vedono tante belle cose, Roma è stupenda, gli attori recitano bene, con Servillo che ovviamente è attore di un certo livello (capace di farti piangere e farti ridere). Il film è come andare a visitare uno zoo, passare per le gabbie e osservare tutti gli animali per quel che basta per apprezzarne i pregi e i difetti.

    E’ effettivamente un film molto lento, che spesso sembra prendere delle deviazioni pazze, mostrandoti cose che quasi non c’entrano un tubo. Non va assolutamente visto per i primi 10 minuti e cambiare canale, l’opinione sarebbe sicuramente negativa. Il film va visto tutto, e collegare tutti i pezzi alla fine. La grande bellezza è Roma (è anche Maradona come diceva in occasione della premiazione), ma è anche la realizzazione voluta ma non trovata dal protagonista. Ma alla fine quello che è più diffuso è la grande bellezza esteriore, vuota, quasi sempre.

    Ha ragione winny, i personaggi vengono quasi tutti solo abbozzati, e per fortuna, perché il film sarebbe durato 30 ore. Ma ognuno serve a darci prova e riprova della sofferenza delle persone, anche se poche si salvano veramente. Ramona, la sua editrice e la santa. Soprattutto nelle ultime 2 che di belleza esteriore non hanno nulla, sono quelle che vincono, perché trasmettono la vera bellezza!

    Ci sarebbe tanto da dire, commentare delle scene veramente belle e toccanti, la morte di Ramona, o la scena con gli uccelli sul balcone!

    ..chiudo con una frase di Jep che a me piace molto…

    “A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: “La fessa”. Io, invece, rispondevo: “L’odore delle case dei vecchi”. La domanda era: “Che cosa ti piace di più veramente nella vita?” Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. Ero destinato a diventare Jep Gambardella. (Jep Gambardella)”

  2. Esattamente! La Grande Bellezza, non è un film che vuole essere una denuncia sociale, o il ritratto della decadenza del nostro paese, no assolutamente no, i personaggi sono abbozzati, perchè quello che conta veramente è sottolineare la “Sensibilità” di Jep. Questo è un film, sulle anime fragili, su chi nasce e cresce alla costante ricerca di qualcosa che possa ispirarlo, e che vede in ogni cosa che lo circonda, molto di più dell’aspetto esteriore, su chi è condannato a essere un uomo senziente, in una città piena di esseri piatti. Il personaggio di Jep è l’unico ad essere esplorato, perchè la storia che importa è la sua. E quello che a me personalmente ha colpito, è come, nonostante la trama sia inesistente, nonostante quello che passi sugli schermi è una mera sequela di incontri, il film non manca di logicità, di struttura. Ho trovato il film di Sorrentino, poetico, con una regia formidabile, traveling delle macchine da presa fluidi, con movimenti di camera che si snodano in ogni pertugio e angolo della scena, una fotografia opalescente, e si, irreale, ma forse perchè, vole mostrarci, quello che Jep vede e che non riusciamo a scorgere perchè poco sensibili, la Grande Beltà delle cose che rimane nascosta sotto i Bla…Bla..Bla…

  3. Concordo.Bella fotografia, bei movimenti di camera, belle scenografie, belle musiche…praticamente un ottimo videoclip!No no, anzi…decisamente un Videoclip da Oscar! Peccato sia (in teoria) un film, in cui purtroppo sono necessari elementi quali “storia”, “sceneggiatura”, “tensione narrativa”, un minimo di filo logico etc….etc…, dei quali non vi è traccia. Le scene sono completamente slegate, fini a se stesse e buttate lì più per stupire che per raccontare, e se all’inizio il risultato tutto sommato funziona, dopo un pò risulta monotono, stucchevole e francamente irritante. Purtroppo non ho visto nemmeno questo super-Toni Servillo (…ma il mio metro di giudizio, ahimè, si basa sul Di Caprio di The Wolf of Wall Street o il McConaughey di Dallas Buyers Club giusto per citare alcuni recenti….) che si limita a fare l’annoiato e demotivato scrittore senza mai alcun cambio di tonalità, un’ incazzatura, una qualunque cosa che interrompa la stessa espressione dall’inizio alla fine. Boh, si vede che si fa così. Io vado a riguardarmi che so… American Hustle, visto che l’ho capito senza che nessun critico me lo spiegasse e c’è un tal Christian Bale che non sarà Servillo, ma mi sembra promettente. W l’Italia! (P.s.: mentre scrivo sto guardando un film di Michael Mann…………Sorrentino chi????????)

  4. Per me è un NO sonorissimo.

    Basta. Davvero, non ne posso più di questo cinema italiano che si prende così sul serio. Di cosa stiamo parlando? Di vacuità della vita, di vacuità italica? Di vacuità è certo, perché tale è il senso che mi arriva alla fine di un film che mi suona come un incessante voglia di annoiare. Se l’obiettivo era il transfert della noia dell’alta borghesia romana: obiettivo centrato.

    Nota ai cineasti romani: abbiamo capito che a Roma vi annoiate. LO ABBIAMO CAPITO. Vi prego, basta. Non se ne può più di film italiani malinconici. Basta.

    Detto questo, io non vedo affatto il capolavoro. Ottima fotografia, scelta davvero di gran gusto e originale delle location e del taglio in cui vengono mostrate. Interessanti degli spunti qua e là. Ma per me finisce lì. Un film ben fatto, ma assolutamente dimenticabile. Non sono romano, non sono uno di quelli che ha lasciato il cuore a Roma per cui il film mi scivola sopra come se nulla fosse.

    Se leggo un’altro post di qualche blog che dice “voi non capite, io Roma la conosco, io conosco uno come Jep” giuro che vomito dalla nausea. Perché CHI SE NE FREGA se qualcuno li conosce. Per essere un capolavoro deve essere universale. Se per essere capito invece richiede, nell’ordine: un periodo di residenza nella capitale, una certa formazione culturale, l’appartenenza a una certa tipologia di intellettuali… allora non è universale e non è un capolavoro.

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