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Doctor Who

Doctor Who: Recensione dell’episodio 9.11 – Heaven Sent

In 40 minuti assistiamo ad un monologo ininterrotto di Capaldi, che regala un episodio del Doctor Who intenso e bellissimo.

Può Capaldi reggere sulle sue spalle un intero episodio di Doctor Who? Dopo Heaven Sent credo di poter affermare con assoluta certezza che si, Capaldi non solo può condurre egregiamente le fila di un episodio interamente incentrato sulla sua figura ma – che Matt Smith non me ne voglia – può farlo anche con maestria. Il paragone con Matt Smith non è fatto per evidenziare, ancora una volta, il differente approccio dei due attori al ruolo del Dottore (ormai siamo ben oltre quel punto) ma piuttosto per elevare l’interpretazione di Capaldi ad uno dei momenti più alti del Doctor Who di Matt Smith. Questo episodio, per tantissimi aspetti, ci riporta a quelle note finali della quinta stagione, a quel Pandorica Opens in cui Matt Smith urlava contro il cielo che chiunque avesse osato sfidarlo se la sarebbe vista con il ‘Doctah’.

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Capaldi aveva promesso a Clara, nei suoi ultimi momenti di vita, che nessuno avrebbe pagato per la sua morte, che non ci sarebbe vendetta. Regola numero due: il Dottore non fa sempre quello che dice. Clara è la prima companion ad essere morta, la prima che il Dottore non è riuscito a salvare da un destino crudele, la prima ad avere pagato il prezzo più alto per aver osato viaggiare con il Mad Man in a Box. La prima immagine che abbiamo del Dottore è quella di un uomo arrabbiato, ferito, sconvolto, che cerca di tenere insieme i pezzi del suo essere che sembrano sul punto di crollare. E’ un’immagine straziante e brutale, che quasi subito viene messa da parte di fronte a qualcosa di più sconvolgente: il dottore è dentro una prigione. Non una prigione qualsiasi, bensì proprio quella in cui gli ‘assassini’ di Clara l’hanno teletrasportato. Persone che pagheranno, non appena il Dottore riuscirà a trovare una via d’uscita.

Il compito non risulta di certo facile, dal momento che si tratta della sua prigione ‘personale’, compreso il mostro che popola i suoi sogni: tutto ciò che gli fa paura è lì, disegnato appositamente per tenerlo in trappola, torturarlo persino. La fuga del dottore per i desolati corridoi del castello è in realtà una fuga da se stesso, dalle sue più profonde paure, quelle che confessa gradualmente alla creatura senza volto, solo per guadagnare pochi minuti di vita e continuare a fuggire. Una fuga che, tuttavia, si conclude sempre allo stesso modo, ciclo dopo ciclo.

Perché il Dottore sa di non aver viaggiato nel tempo come sa che le stelle in cielo non corrispondono al suo ‘tempo’. Dove – o meglio dire quando – si trova, allora? La risposta arriva, come una spada di Damocle calata con estrema precisione sui nostri sentimenti già straziati, alla fine: il Dottore sopravvive, sempre, salvandosi di volta in volta. Anche se vuol dire ripetere all’infinito una routine che non ha altro vantaggio se non quello di portarlo sempre più vicino a ‘Casa’, racchiusa dietro un muro di materiale più duro del diamante. Ma non sarebbe il Doctor Who se si arrendesse e quindi eccolo combattere con insistenza, millennio dopo millennio, fino ad arrivare a scoprire l’identità dei suoi carcerieri e dei suoi nemici, dei responsabili della morte di Clara. Gallifreyani, è meglio che vi mettiate a correre. Spero per voi che abbiate delle scarpe da ginnastica comode.

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La rivelazione sorprende tanto se non più della morte stessa della Ragazza Impossibile. Eppure è una verità che è inutile negare, soprattutto quando si staglia contro il cielo in forma di una città luccicante che non lascia dubbi: Gallifrey è responsabile di ciò che è successo al Dottore, i Gallifreyani l’hanno intrappolato in un castello per più tempo di quanto possiamo anche solo immaginare. Una punizione, una condanna, una sentenza emanata dal suo stesso popolo. Un popolo che ha le ore contate, sembrerebbe, visto che lo stesso Capaldi confessa, con un ghigno dipinto in volto, che non esiste alcun ibrido e che è lui quello destinato a distruggerli. Non c’è nulla che sia per metà Dalek, va contro la loro stessa natura, dunque l’Ibrido è qualcosa di diverso, qualcosa per metà Signore del Tempo e per metà… qualcos’altro. Probabilmente è proprio di quella ‘metà’ che il pianeta originario del Dottore ed i suoi abitanti dovrebbero avere paura, perché non lo vedo dell’umore di perdonare facilmente qualcuno.

Malgrado non appaia quasi mai frontalmente, soltanto di spalle, la presenza di Clara si percepisce per tutto l’episodio. Come era accaduto già a Jemma in Agents of SHIELD – quando aveva ossessivamente ripetuto il nome di Fitz, come se fosse l’unica cosa concreta a cui potersi aggrappare su un pianeta straniero – così il Dottore usa doctor who_stills_911_4Clara come la sua coscienza personale. Ogni volta che è perduto ed è sul punto di cedere, si rifugia in quell’angolino sicuro della sua mente (che guarda caso ha le fattezze del TARDIS) e domanda a Clara quale sia la strada giusta da seguire, quale l’azione giusta da compiere. La risposta arriva sotto forma di domanda, un’altra a cui il Dottore sottopone se stesso, costringendo il suo subconscio a rispondere e quindi a combattere, senza arrendersi, fino ad (un’altra) fine. Perché quella arriva puntale, sempre.

Brilla per l’intero episodio Capaldi ed il suo ininterrotto monologo di 40 minuti. Brillano le sue espressioni, brilla la lentezza con cui ripercorre i suoi passi, prima di rendersi conto di essere in un circolo infinito che, proprio come gli ingranaggi che fanno girare la fortezza, prende un ritmo sempre più veloce, accelerando sulle note finali, doctor who_stills_911_5poco prima che il muro impenetrabile crolli e che il Dottore posi piede sul suo pianeta natale. Il Dottore si lascia alle spalle i teschi dei suo ‘se’ passati, le incertezze, l’angolo sicuro in cui Clara era ancora in vita, e fa un passo in avanti verso il futuro. Un futuro o un passato? Il quando è ancora incerto, anche se di sicuro una parola potremo associare al finale di questa nona stagione: vendetta.

Un episodio che personalmente mi ha convinto, dall’inizio alla fine. Un episodio che probabilmente non avrebbe stonato neppure al centro di questa nona stagione un po’ troppo incentrata sulle guest star. Funziona come penultimo episodio (benché avesse grosse potenzialità da sfruttare anche in differente contesto) e di certo non mancherà di regalarci un finale inversamente-adrenalinico la settimana successiva.

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9.11 - Heaven Sent
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