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Il Commissario Montalbano: Recensione stagione 2017 – Un covo di vipere / Come voleva la prassi

Rai

Potremmo prendere il titolo dell’ultimo episodio andato in onda di Montalbano “Come voleva la prassi”, per descrive al meglio cosa questa serie significhi per il pubblico italiano. Le avventure televisive del commissario siculo, più di quelle cartacee, fanno parte della prassi annuale di ognuno di noi come il Natale o il bagno al mare d’estate. La ciclicità e sicurezza di questo appuntamento che si ripete dal 1999 non ne svilisce però il contenuto, esattamente per come accade con il mare , per quanto possa esserci chi lo odia pubblicamente, chi lo snobba o chi alza le spalle con sufficienza, ogni anno lo facciamo tutti almeno una volta e, quando i piedi toccano l’acqua sulla battigia in fondo al cuore siamo felici. Montalbano gode di una ritualità che lo santifica e lo rende il prodotto seriale, non solo più visto in televisione ma anche un collante nazionale tra nord e sud, tra classi sociali, tra giovani e vecchi, è un momento di unione in cui il piccolo schermo ritorna ad essere davvero quel “focolare” che ha sostituito molti decenni fa.

UNA STAGIONE DAI TEMI COMPLESSI:

Questa riproposizione ciclica della serie, a causa anche dell’eccessivo uso delle repliche, porta con sé il rischio della ripetizione di meccanismi che possono stancare lo spettatore e portarlo a dire che è una serie sempre uguale. La vera forza di Montalbano però è tutta lì, nello sfruttare dei meccanismi narrativi sicuri per indagare e approfondire temi psicologici e sociali che trascendono la risoluzione del caso di episodio. Montalbano vive in un paese siciliano che non esiste, in un tempo non specificato, il suo personaggio si muove in un universo cristallizzato con poche certezze: la meticolosità di Fazio, i cannoli di Pasquano, le donne di Mimì, l’amore di Livia e il silenzio a tavola. Eppure la serie ha sempre saputo veicolare temi contemporanei in modo elegante e mai eccessivo, è stato il primo prodotto televisivo che ha parlato immigrazione, ha saputo raccontare la mafia in modo diverso, ha parlato di donne in modo poliedrico e delle enormi falle nella giustizia dello Stato. Questa nuova stagione non fa eccezione e se vogliamo ha un cuore più oscuro e complesso, quello della contrapposizione di poli opposti: il moralmente accettato e il non, il bene e il male, la giustizia e la cosa giusta. La serie racconta di un incesto nel primo episodio e di una violenza estrema su una donna durante un festino di uomini illustri, ma la scelta registica di Sironi non è mai banale ed è capace di dare una chiave di lettura sempre originale e diversa, facendo quasi accettare allo spettatore il legame morboso di un padre e di una figlia e sottolineando con poche parole cosa sia davvero la giustizia. Indubbiamente in entrambi gli episodi si respira un’atmosfera intimista e riflessiva, capace di delineare il profilo di un Montalbano ormai distaccato dal suo compito istituzionale, che si muove sempre sul confine tra poliziotto e giustiziere ma che ha compreso quanto la realtà possa sorprendere con la sua crudezza.

PERCHé MONTALBANO NON DEVE CAMBIARE.

Nella danza di campi lunghi e assolati scorci barocchi siciliani coreografata da Sironi non mancano le sbavature e i difetti, uno su tutti l’uso abbastanza superfluo di guest star che nulla aggiungono alla serie e spesso sono quasi fastidiose. La forza della serie sta nei caratteristi, nei personaggi dal marcato accento che appaiono come deliziose marionette per un interrogatorio, o un breve scambio di battute con il commissario e donano un’aria fresca al racconto, come dimostra il secondo episodio che senza la presenza di attori italiani famosi è sicuramente uno dei migliori degli ultimi anni. Ulteriore difetto che pare giusto sottolineare è la scelta di trasformare il personaggio di Livia da luminosa donna genovese a “sciura” milanese leggermente lamentosa, il casting di Sonia Bergamasco e la sua incapacità di adattarsi al personaggio di Camilleri creano dei problemi perché rendono antipatico un personaggio chiave nella storia di Montalbano, che è sempre servito da contraltare nei momenti in cui le azioni del commissario potevano risultare incomprensibili al pubblico. Livia è sempre stata una presenza impalpabile ma l’unica in grado di contenere Montalbano, capace di eterna pazienza e comprensione ma sempre avvolta in una leggera malinconia anche grazie allo stupendo lavoro della doppiatrice Claudia Catani, in questi ultimi due episodi invece non solo è concreta e fin troppo presente ma, per un ribaltamento di ruoli, è lei ad avere un costante bisogno di rassicurazioni e certezze da parte di Salvo. Forse per il casting italiano o per la fisicità della bergamasco o per la scrittura di alcune scene, il personaggio non sembra funzionare e piacere al pubblico.

Dopo la messa in onda lunedì 6 marzo di “Come voleva la prassi” molte testate giornalistiche hanno parlato di pensionamento, di necessità di cambiamento, di ritiro per questo personaggio e per la serie. La domanda potrebbe essere lecita, visti gli anni di messa in onda e il tipo di scrittura di Camilleri orientata come abbiamo detto sopra a ruotare attorno a punti fermi che si ripetono. Montalbano deve cambiare? Deve evolversi? Dovrebbe andare in pensione? La risposta è no. La capacità narrativa di Cammileri è strabiliante e la sua forza sta proprio nell’aver creato un universo che può sempre riflettere il significato dell’ essere degli umani, nonostante sia ripetitivo e fori dal tempo. Non si guarda o legge Montalbano per scoprire chi è il colpevole ma per guardare il protagonista che ci arriva, il racconto armonioso e lento permette riflessioni che vanno oltre il mero giallo investigativo e gli arancini di Adelina e che sono il messaggio sotteso che l’autore e il regista vogliono dare.

Montalbano non deve e non può cambiare, perché la sua forza sta nella ritualità della ripetizione che sublima il messaggio. Come una pallina di vetro con dentro la neve, Montalbano è un universo chiuso, che può accumulare polvere, può essere messo in soffitta, ma che quando troviamo non possiamo fare a meno di agitare e osservare sognanti…e adesso via alle repliche.

Good Luck!

 

Il Commissario Montalbano: Recensione stagione 2017
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