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Colony

Colony: Recensione dell’episodio 1.03 – 98 seconds

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Può sembrare una notizia inventata pubblicata da quel geniale sito parodistico che è Lercio, eppure è vero. Il 24 Ottobre 2014, sulla rete ammiraglia della tv pubblica svedese, andò in onda la prima puntata di Diktator. Quattro ragazzi e quattro ragazze, rinchiusi in un ospedale dismesso per essere privati della propria libertà, costretti ad obbedire agli ordini insensati di un misterioso dittatore. Tra lavori ripetitivi e privi di alcuno scopo e rinunce ad oggetti personali e ad ogni diritto di replica (pena l’eliminazione), gli otto incoscienti giovani avrebbero dovuto far capire al pubblico l’importanza capitale di quei diritti naturali che tanto banalmente si danno per scontati.

ColonyUn programma decisamente assurdo e privo di alcun reale valore didattico. Perché spiegare cosa significa vivere in una dittatura è molto più complesso del giocare a colorare fogli di carta o non poter usare cellulare ed eyeliner. Evitando realisticamente di porsi questo impossibile scopo, nondimeno il terzo episodio di Colony riesce ad affrontare con intelligenza e senza eccessi questo difficile argomento. E lo fa anche a costo di lasciare avanzare di molto poco la trama orizzontale che resta sostanzialmente ancora ai blocchi di partenza, come un atleta olimpico che sta ripassando la strategia a lungo studiata prima di lanciarsi in un adesso o mai più. L’adrenalinico assalto al furgone dei Berretti Rossi, il successivo intervento risolutivo dei mortali droni con la strage degli innocenti e il necessario assassinio del giovanissimo Justin si svolgono interamente nei primi minuti dell’episodio, lasciando presagire un seguito a base di azioni e reazioni. E, invece, anche la caccia ai colpevoli da parte dell’unità di cui fa parte Will e le contromosse della resistenza a cui aderisce Katie sono solo scuse per parlare d’altro, occupando un minutaggio relativamente breve per lasciare spazio invece a come i protagonisti si rapportano all’inevitabilità della condizione in cui senza volerlo si trovano. Sorprende che una serie che, già nella scelta del cast e dalla premessa aliena, poteva apparire come figlia di una fantascienza fracassona e spensierata tipica di un certo intrattenimento a stelle e strisce preferisca invece essere tanto riflessiva. Non è un caso che i famigerati extraterrestri non si siano ancora visti e che la loro unica traccia siano dei robottini la cui tecnologia non appare per nulla futuristica. A conferma che la ferale invasione, avvenuta poco meno di un anno prima, sia in realtà solo una scusa per interrogarsi su altro.

ColonyCome si reagisce ad una dittatura improvvisa? La si accetta come ineluttabile e si prova a barcamenarsi per evitare il peggio come fa Helena, l’efficiente e pragmatico capo di Will? Si prova ad infilarsi nelle viscide pieghe delle residue libertà, accaparrandosi un potere limitato con la scusa del bene comune come fa Snyder? Si rinuncia a lottare perché non si ha l’incosciente coraggio di un novello Don Chisciotte che si lancia in una lotta vana? Sembrerebbe questa la scelta di Will, il quale svolge con inusitata, e forse persino eccessiva per essere del tutto credibile, efficienza un lavoro collaborazionista di cui non può fare a meno di marcare i lati più oscuri (che si tratti dell’impossibilità di salvare un amico o dell’insensata crudeltà di condannare ignari genitori, colpevoli solo di star piangendo la perdita di un figlio poco più che adolescente). Si tormenta Will. Si interroga sul prezzo elevatissimo che ha deciso di pagare. Prova inutilmente ad ottenere uno sconto, cercando vanamente di proteggere gli innocenti. Ma, alla fine, rimane della convinzione che quel conto tanto salato deve essere inevitabilmente saldato. Perché solo in questo modo potrà raggiungere l’unica meta a cui non sa rinunciare. Ritrovare il figlio smarrito è un bene così prezioso che ogni prezzo può e deve essere pagato, fosse anche vendendo sé stessi.

Ma se, invece, questa fosse la scelta sbagliata? Se, invece, la propria integrità morale fosse un bene troppo prezioso per farne una moneta di scambio? Di questo sembra essere convinta Katie che, proprio reagendo all’opportunistico intervento di Snyder durante la prima serata di riapertura del locale dei Bowman, riesce a manifestare a Will tutta la sua incapacità di accettare un compromesso tanto utile quanto meschino. Riaprire lo Yonk e avere finalmente una possibilità concreta di riabbracciare in un domani ancora ignoto ma non più inimmaginabile il figlio scomparso, non sono desideri sufficienti a farle tradire la propria onestà. Questo le era chiaro fin dall’inizio e la scena nel retro del bar ne è solo una ennesima conferma. ColonyQuel che, al contrario, Katie non ha ancora capito è quale sia il limite oltre cui non può spingersi. Tradire la fiducia di Will nascondendogli la sua adesione alla Resistenza e cercando di rubargli informazioni da passare ai suoi complici sono pesi difficili da sopportare ma ancora faticosamente accettabili. Ma mettere a rischio la vita stessa del suo amato marito? Sicuramente no, ma come conciliare questo interesse privato con il bene superiore che ha deciso di servire? Come reagire alla certezza manichea di Broussard, il quale con calma uccide un ferito sul campo senza neanche provare a salvarlo? Come si può considerare un successo una missione che ha causato la perdita di ventidue vite innocenti solo per avere un numero (i 98 secondi del titolo)? Se nella Resistenza ci sono i buoni, perchè allora devono per forza essere spietati come e più di coloro che stanno combattendo?

Questo episodio non fornisce alcuna risposta a queste domande, come non risponde neanche ai dubbi su che cosa sia l’oggetto a cui fa accenno il professore o cosa i ragazzi abbiano visto aldilà del muro passando nella galleria segreta. Ma una serie che riesce a lasciare domande difficili invece che offrire risposte preconfezionate non è di certo una serie difettosa. Anzi.

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1.03 – 98 seconds
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