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Cobra Kai 3: rivivere il passato per lasciarlo andare – Recensione della terza stagione della serie spinoff di Karate Kid

Cobra Kai 3: la recensione
Netflix

Oscar Wilde ha avuto una vita varia e interessante che lo ha portato a lasciarci opere immortali che sono capisaldi della letteratura inglese ed anche una ricca collezione di aforismi e freddure da citare in svariate circostanze. Anche quando si cerca un modo per iniziare la recensione di una serie tv che nulla ha a che fare con le sue opere. Ad esempio, Oscar Wilde scriveva: “io non voglio cancellare il mio passato, perché nel bene o nel male mi ha reso quello che sono oggi […] io ringrazio me stesso per aver trovato sempre la forza di rialzarmi e andare avanti, sempre”. Che è poi quello che potrebbero dire, se solo se ne accorgessero, Johnny e Daniel se volessero cercare il leit motiv di questa terza stagione di Cobra Kai.

Cobra Kai 3: la recensione
Cobra Kai – Recensione stagione 3 – Credits: Netflix

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Giocare con la nostalgia

Che poi, a dirla tutta, giocare con il passato è stata l’arma per nulla segreta della serie fin dai suoi esordi su YouTube Premium prima di passare a Netflix. Cobra Kai si inserisce, infatti, in quel filone legato al revival dei miti degli anni Ottanta nato dalla constatazione che anche i quarantenni che oggi spulciano i cataloghi dei servizi in streaming sono i ragazzini di quegli anni. E niente è più gratificante che guardare al come eravamo per sorridere delle ingenuità ed emozionarsi con i ricordi. La peculiarità della serie è, però, sempre stato il rendere questo sguardo all’indietro più di un opportunistico strizzare l’occhio ad una parte del pubblico. Ma farne soprattutto un cercare ieri le motivazioni di oggi.

La terza stagione di Cobra Kai rende ancora più evidente questo modus operandi quasi come se volesse dimostrare con i fatti televisivi la validità del messaggio intimo delle parole di Oscar Wilde. Se finora guardare all’indietro era stato spesso un modo per ridere paragonando il come erano con il come sono ora i personaggi iconici del film, in questi nuovi episodi diventa più forte la ricerca di quei semi che piantati allora hanno dato i frutti di adesso. È la consapevolezza di quel che è stato che consente a Johnny di accettare fino in fondo la sua vocazione da sensei. Grazie alla trasferta a Okinawa Daniel ritrova la volontà di non arrendersi e di combattere che Miyagi gli aveva insegnato.  

Per restare coerente con questa filosofia, Cobra Kai non si limita a realizzare i suoi flashback usando le immagini di Karate Kid (con il secondo che si aggiunge al primo), ma costruisce scene totalmente nuove. Necessità imprescindibile nel caso di John Kreese. Il suo passato da veterano del Vietnam era stato sempre accennato, ma mai mostrato esplicitamente. La terza stagione costruisce, invece, la biografia del cattivo maestro mostrando le origini della sua violenza. Una storia che non eccelle per originalità, ma che ha il merito di dare un background ad un personaggio fin qui dipinto come cattivo perché si. Oltre a lasciar intuire chi sarà il prossimo personaggio traghettato da Karate Kid a Cobra Kai nella già confermata quarta stagione.

Guardare al passato, quindi, non è solo un furbo giocare con la nostalgia, ma un modo per dare forza al presente in cui Cobra Kai si muove.

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Cobra Kai 3: la recensione
Cobra Kai – Recensione stagione 3 – Credits: Netflix

Lasciare andare il passato

La terza stagione di Cobra Kai segna anche un possibile punto di svolta nelle dinamiche della serie. Sebbene sia improbabile che l’uso dei flashback venga abbandonato nel seguito, l’evoluzione dei personaggi è chiaramente indirizzata a mettere da parte quel passato per muoversi verso un nuovo futuro. A dirlo esplicitamente è l’eloquente scena finale, ma ad essa ci si arriva grazie al ritorno (sebbene per un singolo episodio) di Elizabeth Sue e della sua Ali. La ragazza che era stata la scintilla che aveva appiccato il fuoco della rivalità tra Johnny e Daniel torna ora per spegnere quella brace che continuava ad ardere sotto la cenere da oltre trent’anni. Lo fa con naturalezza e semplicità. E, soprattutto, con una spontaneità figlia del vissuto dei vari protagonisti.

Complice è anche il senso di colpa che aleggia in tutta questa stagione. La mega rissa che aveva chiuso la seconda stagione è sentito come un atto di accusa sia dagli adulti che dai ragazzi. Johnny vi legge una condanna del suo non aver saputo essere un buon maestro per Miguel, Hawk, Tory come non è stato un buon padre per Robby. Daniel vede il fallimento del suo ruolo di sensei dal momento che i principi del maestro Miyagi mai avrebbero portato ad una rissa. I ragazzi del Cobra Kai sfuggono alla colpa di non aver difeso Miguel trasformandola in rabbia contro gli avversari del Miyagi Do. Demetri e compagni si prodigano in attività a favore del loro nemico di un tempo finendo per diventare vittime della paura. Sam deve convivere con l’essere additata da tutti, ma soprattutto da sé stessa come la causa scatenante del disastro finale. 

Motivi diversi, ma accomunati dall’essere tutti legati ad un passato (remoto per gli adulti, prossimo per i ragazzi) che deve essere lasciato andare una volta per tutte. Se è vero che quel che sono ora è figlio delle azioni che hanno commesso, altrettanto vero è che c’è sempre tempo per scrivere nuovi capitoli della loro storia. Che siano un nuovo inizio come per Johnny e Daniel. O un ritorno alle origini, ma con una nuova consapevolezza come per Sam e Miguel, Demetri e Hawk. O anche un riprendere vecchie abitudini per insegnarle a nuovi alunni come accade a Kreese con Tory e Kyler.

È questa consapevolezza che rende tanto credibile il cambio di rotta finale nella burrascosa relazione tra Johnny e Daniel. Divisi da un passato che è il momento di lasciar andare via per proiettarsi in un futuro comune.

Cobra Kai 3: la recensione
Cobra Kai – Recensione stagione 3 – Credits: Netflix

Tra teen drama adulto e comedy

Sebbene possa sembrare una contraddizione in termini, Cobra Kai rafforza la sua natura ibrida di teen drama per adulti. L’età dei ragazzi, l’ambientazione scolastica, le schermaglie amorose, i litigi violenti sono tutti ingredienti tipici del teen drama. Gli stessi personaggi sono figure classiche di questo tipo di prodotti seriali. Il ragazzo buono che si perde per poi subito ritrovarsi è Miguel. La ragazza con i sani principi e l’innamoramento facile è Sam. Il nerd simpatico e il suo amico in cerca di rivincita sono Demetri e Hawk. La bad girl con la famiglia in difficoltà è Tory. Il tipo in bilico tra redenzione e perdizione è Robby. Alla collezione si aggiungono in questa stagione il bullo della scuola Kyler e la bella irraggiungibile Moon che erano finora rimasti sullo sfondo.

I veri mattatori di Cobra Kai sono, tuttavia, gli adulti. Daniel è il legame più forte con Karate Kid e non è, quindi, un caso che a lui venga affidata la trasferta a Okinawa. Un riuscito per quanto buonista escamotage per riportare in scena i personaggi del secondo film. Più spazio viene dato, come detto, a Kreese che si prende il ruolo del villain sporco e cattivo che alla serie mancava. Prova a staccarsi dallo sfondo anche Amanda che paga il suo essere uno dei pochi personaggi adulti slegati dal franchise originale. Tutti non possono che impallidire davanti a Johnny che è e rimane il vero motore della serie. Merito di William Zabka che è capace di passare con scioltezza da momenti riflessivi e nostalgici a scene comiche e buffonesche.

Proprio la presenza di Johnny e il suo essere politicamente scorretto e sempre riluttante ad adattarsi ai tempi in cui vive sono responsabili del tono comedy che la serie riesce a tenere spesso. Pur scegliendo un atteggiamento generale più serioso, anche questa terza stagione di Cobra Kai regala perle di umorismo. Il servizio fotografico per impressionare Ali. La to – do list ed i metodi anomali per la riabilitazione di Miguel. Le lezioni per imparare a stare sui social.  I discorsi motivazionali improbabili e i nomi inventati per il dojo con tanto di scusa per giustificare gli allenamenti all’aria aperta. Attimi di ilarità che ricordano quanto la serie intenda essere comunque un intrattenimento leggero e spassoso.

Cobra Kai rimane imperfetta per alcuni passaggi a vuoto, il ruolo troppo defilato di Robby e una disarmonia nelle coreografie dei combattimenti di gruppo. Ma dopotutto amiamo la serie perché è come Johnny. Uno che ci prova ad essere perfetto, ma è ancora più bravo ad essere irresistibilmente imperfetto.

Cobra Kai 3: la recensione
3.5

Giudizio complessivo

Una stagione che continua a guardare al passato per lasciarselo indietro e muoversi verso un nuovo futuro 

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