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Chiamatemi Anna – Anne with an E: la recensione della terza stagione

Anne with an E

Mi approccio alla scrittura di questa recensione della terza stagione di Anne with an E ( In italiano conosciuta con il nome di Chiamatemi Anna) già con un po’ di nostalgia. 

La serie, infatti, è stata prematuramente cancellata da Netflix e il network canadese CBC per ragioni poco chiare. Nonostante i fan  – con l’intervento anche di celebrità come Ryan Renolds stiano portando avanti raccolte firme e varie iniziative nella speranza di un ripensamento, nulla sembra muoversi in questo senso. Dovremo quindi per ora accontentarci del finale di stagione come finale di serie.

Una storia transgenerazionale

Anne with an E 3

Questo è un vero peccato, perchè è difficile se non impossibile trovare dei buoni show come questo, con protagonisti così giovani senza che le storie raccontate risultino o troppo “pulite” e quindi rivolte ad un target di bambini o troppo taglianti o leggere e indirizzate solo ad adolescenti. Anne with an E ha il pregio di sapersi rivolgere a tutti, di coinvolgere diverse generazione.

La terza stagione si concentra appunto sulla crescita e la maturazione di Anne e del resto dei ragazzi. Iniziano le prime cotte, la consapevolezza del corpo del cambia e l’autodeterminazione di questo da parte delle donne.
Anne diventa sempre di più una protofemminista, si lancia in editoriali – che la metteranno nei guai, siamo pur sempre nell’800!!- nella difesa del corpo delle donne e della loro unicità e completezza. Discorsi che precorrono di molto i tempi e che riescono ad attualizzare, senza stravolgere, lo spirito della storia scritta da Lucy Maud Montgomery.

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Ka’kwet e la questione dei nativi in Canada

Una trama che coinvolge lo spettatore, anche per il suo finale incerto (e purtroppo realistico) è quella che riguarda Ka’kwet e la sua famiglia, ingannati da false promesse. In quegli anni, infatti, iniziò un processo di tentata assimilazione delle popolazioni autoctone da parte del governo canadese che provocò la morte di ben 6.000 bambini. Una vera piaga che viene raccontata, nello stile di Moira Walley-Beckett, ideatrice e showrunner della serie, in modo teso e spesso oscuro. La lotta di Ka’kwet serve sia a educare i giovani fan di Anne sui mali storici del colonialismo e si inserisce nella storia di crescita di Anne, rimasta orfana a 3 anni e sballottata fino al suo arrivo a Green Gables.

Anne with an E 3: la crescita e l’amore

Anne with an E 3

In questa terza stagione, complice anche la maturazione di Anne & co, lo show ha centrato ancora di più la sua voce riuscendo a farci percepire anche come le stagioni future si sarebbero potute sviluppare per indagare le varie storyline in modo sempre più adulto e approfondito. Anne inizia la sua ricerca delle origini, per capire chi erano i suoi genitori e la loro storia. E qui, lo stile dark della serie, ci regala una delle scene forse più dure della stagione: l‘abbandono all’orfanotrofio di due bambini da parte del padre. Lasciati come pacchi dopo la morte della madre.

Anne with an E 3

Parallelamente lo spettatore assiste all‘innamoramento di Anne e Gilbert.
Grazie alla freschezza dei due attori, così giovani e molto vicini all’età dei personaggi che interpretano – altro grande pregio dello show è, infatti, il cast – il racconto appare fresco, sognante e appassionante. Come dimenticare la scena del ballo? Quando i due prendono coscienza che il sentimento che li lega sta crescendo con loro?
Anne processa più lentamente di Gilbert che il suo sentimento è amore e gli ultimi due episodi della stagione ( e serie!) ci consentono di avere una sorta di chiusura a questa e ad altre storyline importanti. Purtroppo ne restano aperte altre che sarebbe stato bello vedere sviluppare: come la storia di Sebastian e la maestra di Anne e altre che invece sono state chiuse frettolosamente. Nonostante ciò, la stagione è promossa a pieni voti, ovviamente.
Chissà se riusciremo, prima o poi a tornare a Green Gables per vedere ancora raccontate le storie di Anne & co, io voglio sperarci.


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