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Cinema

Chi-Raq: la recensione del film di Spike Lee in Concorso a Berlino 2016

Purtroppo devo ammettere che nel caso di Chi-Raq la mia non eccellente conoscenza dell’inglese non mi ha permesso di apprezzare gli aspetti linguistici e soprattutto di entrare più profondamente nel nuovo fillm di Spike Lee, ma quanto ho capito mi è bastato per uscire dalla sala, finalmente, molto soddisfatta. Si tratta di un eclettico lavoro incontro tra tradizione letteraria greca e la più marcata modernità, in ogni possibile accezione. Suona come un ossimoro, lo so, ma il risultato è un pastiche energico e ammirabile.

CR_D01_00109.cr2Siamo nella città di Chicago, in uno scenario da ghetto/hip-hop in cui regna la più assoluta e brutale criminalità da venticinque anni a questa parte, con un numero sconsiderato di morti per arma da fuoco e con una media giornaliera agghiacciante. Spike Lee non usa mezze parole, lo scrive a caratteri cubitali rossi sul grande schermo, in modo che non ci possano essere fraintendimenti: “this is an emergency”. Comparando la drammatica, quotidiana situazione criminale della città ad altre guerre promosse dagli Stati Uniti attraverso il numero delle vittime americane, capiamo facilmente che si tratta di una realtà che non va sottovalutata e di cui, purtroppo come spesso accade, sappiamo effettivamente ben poco.

Dopo aver ascoltato e letto le parole della canzone di apertura che descrivono con ritmo energico e infuriato di cosa si sta parlando, entriamo subito in contatto con il contenuto scottante. Un concerto di un famoso rapper che porta il nome artistico di Chi-Raq (Nick Cannon), pieno di neri e mulatti che ballano la stessa coreografia a ritmo della voce del cantante viene brutalmente interrotto da degli spari. I presenti fuggono e cercano di ripararsi, mentre altri spari irrompono tra la gente in festa, portandosi via delle anime innocenti. Nemmeno l’intimità della casa è un luogo sicuro dove rifugiarsi: la casa della protagonista femminile (Teyonah Parris) viene data alle fiamme mentre amoreggia appassionatamente con Chi-Raq, che si difende con gli aggressori della banda rivale sparando lui stesso. Ma è un evento preciso a sconvolgere la pazienza della donna: il giorno seguente ha luogo un’altra sparatoria, in cui perde la vita una bambina. La disperazione della madre davanti al corpo insenguinato della figlia non lascia impassiva la protagonista, di cui, a questo punto, si può rivelare il nome: Lysistrata.

Ed è proprio allora che Aristofane viene chiamato in causa. Indignata dalla rivalità tra le gang rivali, i Troiani e gli Spartani, i cui crimini passano impuniti, Lysistrata, ispirata da un movimento pacifista analogo, decide di prommuovere uno sciopero totale tra le donne di Chi-Raq, esortate a non concedersi più in alcun modo ai loro uomini, mariti o amanti che siano. Il loro slogan, che ai classicisti più rigorosi potrebbe far arricciare il naso, parla chiaro: “No peace, no pussy!”.

Con un’abile tanto quanto brutale decontestualizzazione storica, geografica, sociale, Spike Lee traspone la trama della commedia aristofanea ai nostri tempi, pilotandola con uno slang americano/ghetto strettissimo e aggressivo, benché ora, come presumibilmente allora, non ci sia nulla di divertente. Film e realtà possono essere, come in questo caso, realtà abbastanza diverse, ma capaci di essere permeabili. Certo, non si è verificato ancora nulla del genere e non so quali risultati potrebbe avere una manovra di sabotaggio di questo tipo, ma sicuramente il risultato estetico che ottiene il regista è di grande impatto.

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Tanta musica che oscilla tra il rap e l’hip-hop, tante coreografie, reazioni collettive coordinate avvicinano il film al genere musical, ma non si tratta solo di questo. C’è un omaggio un po’ peculiare al teatro della commedia antica, anche attraverso il ricorso ad un narratore molto insolito e vestito con colorati abiti da pseudo gangster, incarnato dall’eloquente Samuel L. Jackson. Se Spike Lee ha dei risentimenti verso i contenuti provocatori dei film di Tarantino riguardo alle persone di colore, sembra proprio che il terreno comune si trovi nella scelta attoriale…!

Senza soffermarmi troppo sui particolari stravolgimenti apportati nella modernizzazione del testo greco di riferimento, che possono essere fastidiosi, quanto esilaranti o interessanti, lascio ai prossimi spettatori il piacere della visione di un film che a Berlino è riuscita a portare una ventata di energia e di oscura freschezza. La realtà di riferimento è anche peggio (“because americans like guns”, ci spiega una delle componenti di questo coro femminile decisamente poco canonico o sobrio), ma Spike Lee ci viene incontro, rendendola fruibile, adattandola ad un testo completamente alieno, eppure pregno di un messaggio politico comune.

Segnalo solo la brillante performance di John Cusack nei panni del prete, attivo sul piano sociale e costruito sulla base di una persona realmente esistita.

Per il resto, non c’è che da vedere il film e abbandonare gli scetticismi…

Yo!

  • Finalmente un po' di energia
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