Cinema

Boyhood: la recensione

Quando ti ritrovi a guardare un film, una serie tv, o a leggere un libro, senza particolari aspettative, per poi ritrovarti di fronte un capolavoro, è sempre una delle sensazioni più belle che si possano provare. La sorpresa, la meraviglia e la gratitudine per aver potuto assistere a qualcosa di magico. Boyhood rientra sicuramente in questa categoria, perché, quello di Richard Linklater è un’autentica opera d’arte.Boyhood-Gallery-2

Prima di guardare un film non sono solita cercare molte informazioni, spesso non guardo nemmeno i trailer, mi limito a leggere la sinopsi, il resto è tutto frutto di istinto ed empatia. Si instaura una sorta di magnetismo: mi avvicino quel tanto che basta per rendermi conto se si tratta di ferro e se ne sono attratta in qualche modo. Questa politica è valsa, ovviamente, anche per Boyhood, la cui trama, se pur semplice mi sembrava molto interessante: un film che segue un ragazzo nella sua crescita. Mai, però, mi sarei aspettata di trovarmi di fronte quello che mi sono, poi, effettivamente trovata davanti. Perché Boyhood non è solo un film che parla di crescita e del tempo che passa, Boyhood è vita trasportata in uno schermo, quasi un documentario, ma un documentario che racconta una storia di finzione, ma che allo stesso tempo sembra così reale, perché è così realistica ed attinente al mondo così come lo abbiamo vissuto, che sembra di intromettersi, in qualche modo, nelle vite di questi personaggi.

Boyhood è un capolavoro cinematografico girato, con la partecipazione dello stesso cast, in 39 giorni, nel corso di 12 anni, senza colpi di scena, senza avvenimenti sconvolgenti. Boyhood è un film epico sull’ordinarietà della vita: la crescita, la banalità della vita familiare con tutti i suoi alti e bassi, e la formazione di un’identità propria, che solo con gli anni, tutti noi riusciamo a costruire. Tutto quello che vediamo in questo film, dai problemi matrimoniali, passando per gli screzi tra genitori e figli e tra fratelli, fino ad arrivare ai primi amori, alla separazione di genitori e figli, sono cose che abbiamo già visto al cinema ed in tv, ma mai l’intero Boyhood-3percorso dall’infanzia al college, o comunque ad un’età di maggiore maturità, sono stati dipinti in maniera così connessa e coerente, ed in maniera così reale, nel corso di un solo film.

Boyhood permette allo spettatore di assistere alla crescita di Mason Jr., che all’inizio del film è un bambino di 6 anni, sognante e già sensibile, che si trasformerà in un ragazzo di 18 anni che riflette sulla vita, con la stessa sensibilità che vediamo essere una caratteristica fondamentale della sua persona durante tutto il suo percorso, che lo porta alla ricerca della propria identità. Con lui, però, crescerà sua sorella ed il suo rapporto con lei, che passa dai litigi dell’infanzia alla complicità dell’età pre-adulta, crescerà sua madre, che nella sua vita ha fatto tanti sbagli, le cui conseguenze sono ricadute anche sui suoi figli, crescerà suo padre, che dall’essere ancora profondamente immaturo, diventerà una figura paterna importante, anche se insolita, ma questo non è un male. La cosa straordinaria di questo film, però, è che se pure questi personaggi abbiano una caratterizzazione specifica, sono così universali, che tutti noi possiamo rivederci in Mason, in sua madre, in suo padre, in sua sorella. Questa universalità dona a questo film un potere empatico straordinario, perché guardando Boyhood non si può fare a meno di viaggiare nei nostri ricordi, indipendentemente dal genere, dall’età e dalla nazionalità. Tutti noi abbiamo fatto questo percorso, tutti noi abbiamo, crescendo, costruito e rincorso, a volte, la nostra identità.

Il film, così come i suoi personaggi ed il suo cast, è cresciuto anno dopo anno, con una sceneggiatura scritta anno dopo anno, il che ci ha permesso di vivere degli anni, quelli del primo decennio del 21° secolo, che sono storia più che contemporanea, sono ancora ‘presente’ nella nostra memoria. Abbiamo visto cambiare ladownload (1) musica, la moda, la tecnologia, a piccoli passi. Quei piccoli a cui non abbiamo dato importanza, perché così impercettibili e così vicini a noi, da passare inosservati. La storia, come la nostra vita, cambia e si evolve giorno dopo giorno, anno dopo anno, in maniera spesso così silenziosa.Noi ci accorgiamo delle grandi metamorfosi, attendiamo i grandi avvenimenti, i cambiamenti epocali, senza renderci conto il cambiamento avviene sotto i nostri occhi, così come la madre di Mason si rende conto di quanto tutto sia cambiato e continui a cambiare, quando suo figlio parte per college. Probabilmente, però, si è persa tutto quello che c’è stato nel mezzo, non avendo dato peso a tutti quei piccoli passi.

Il cast è straordinario, con nomi noti come quelli di Ethan Hawke e Patricia Arquette, che interpretano, rispettivamente i genitori di Mason, Mason Sr. e Olivia, e nomi decisamente meno noti, ma che hanno riservato delle magnifiche sorprese, come il volto e la voce del protagonista, Ellar Coltrane, che abbiamo visto trasformarsi da adorabile bambino ad uno straordinario giovane attore. Quanti, però, avrebbero rischiato di mettere un progetto che avrebbe richiesto ben 12 anni di lavoro nelle mani e nel talento di un bambino di cinque anni? Pochi. Linklater fa parte di questi pochi, ma è stato molto fortunato, perché Coltrane si è rivelato essere un eccellente attore.

Tutto quello che questo porta con sé, a partire dall’idea, passando per i singoli dettagli, per il significato nascosto dietro di essi, fino ad arrivare al cast, hanno reso questo film un’opera d’arte e uno dei film più belli degli ultimi anni, nella sua semplicità, che in molti potrebbero definire noiosa, banale, piatta. Ma in fondo la vita è così. La vita è fatta di piccoli passi, ai quali, forse, dovremmo tutti prestare maggiore attenzione.

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