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Bonding: il coraggio di cambiare – Recensione della seconda stagione della serie Netflix

Era stata sicuramente una delle rivelazioni del 2019.

Una serie ambientata nel mondo del BDSM (bondage e sadomaso) tutta giocata però sull’ironia dissacrante e sui sentimenti sinceri.

Un esperimento di Netflix (anche per il formato insolito) che era come un buttare un sasso in uno stagno per vedere l’effetto che fa.

E l’effetto è stato talmente bello da meritare una seconda stagione rilasciata da poco.

Un capitolo due per Bonding a confermare che piccole gemme possono nascondersi anche dietro una maschera in latex lucido.

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Bonding 2: la recensione
Bonding 2: la recensione – Credits: Netflix

Bonding 2: meno risate ma più maturità

Creata da Rightor Doyle basandosi sulla sua esperienza diretta come assistente di una dominatrice newyorchese, Bonding aveva fatto centro grazie al suo insolito carattere di comedy applicato ad un tema normalmente taciuto nelle serie televisive per il grande pubblico come è quello dei rapporti sadomaso.

Fenomeno che era stato approcciato senza mai trascendere in curiosità morbosa o scene ad alto contenuto erotico messe solo per far parlare di sé. Merito della delicatezza di Tiff e della timidezza di Pete che avevano fatto apparire il BDSM per quello che in realtà è: un gioco che da piacere a chi lo pratica.

Paradossalmente, questo approccio scanzonato era risultato non troppo gradito proprio alla comunità BDSM che si è sentita presa in giro. Mirabilmente, gli autori di Bonding non hanno tirato dritto per la loro strada nonostante fosse lastricata di successo. Mostrando una sensibilità inusuale in un mondo dominato dalla logica del non cambiare la squadra che vince, alla sala di scrittura hanno aggiunto Olivia Troy che a quel mondo appartiene e che ha qui partecipato come consulente per assicurarsi che la filosofia BDSM non venisse fraintesa. Il risultato è una serie dove si ride meno, ma si impara di più. Una virata che non arriva però improvvisa, ma è piuttosto coerente con l’evoluzione stessa dei due protagonisti.

Da un lato, Pete non è più il neofita in imbarazzo che si sorprende di ogni pratica che possa sembrargli strana e ne ricerca gli aspetti più ironici per poterla gestire meglio. Dall’altro, Tiff non vede più nel lavoro come dominatrice solo una occasione per sbarcare il lunario, ma un modo per acquisire sicurezza e cercare una strada decisa da lei stessa e non da cosa gli altri si aspettano da lei.

Continuare a ridicolizzare tutto sarebbe stato, quindi, una concessione ai desiderata del pubblico, ma avrebbe cozzato con chi sono ora Pete e Tiff. Ciò che si perde in umorismo si guadagna, tuttavia, in profondità perché Bonding esplora con maggiore attenzione il significato del rapporto tra dominatrice e sottomesso e il cosa c’è dietro le quinte di quello che è uno spettacolo. Merito della presenza della new entry Mistress Mira e delle finestre che apre sulla sua vita fuori dal dungeon.

La seconda stagione di Bonding dimostra così che anche gli ingredienti di maggiore successo possono essere rimossi se vengono sostituiti adeguatamente.

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Bonding 2: la recensione
Bonding 2: la recensione – Credits: Netflix

Pete e Tiff alla ricerca di Pete e Tiff

Ciò che non cambia nella seconda stagione di Bonding è la capacità degli autori di far evolvere in maniera lineare i propri personaggi. Anche a costo di condurli su strade che inevitabilmente divergeranno facendo venire meno quel legame così forte tra Pete e Tiff che era sottolineato dal doppio significato del titolo della serie stessa. Una scelta per molti versi sorprendente perché l’affiatamento, l’intesa, la dedizione, il sostegno reciproco erano apparsi nella prima stagione dei nodi inestricabili che avrebbero unito per sempre Pete e Tiff in una amicizia che era più indissolubile di ogni amore.

Invece, questa seconda stagione di Bonding finisce per essere il racconto di una fine che arriva quasi a sorpresa, ma non senza motivazioni logicamente coerenti e dolorosamente convincenti. Perché per Pete e Tiff arriva il momento di trovare sé stessi come singole persone e non più come amici. Un lento accorgersi che hanno problemi diversi che non possono essere risolti insieme, ma solo cercando ognuno la propria strada. Un susseguirsi di piccoli passi che quasi non notano fino ad accorgersi che sono ormai troppi per tornare indietro. Fino ad una epifania conclusiva in cui il non detto verrà rivelato e dimostrerà loro quanto male si sono fatti l’un l’altro senza neanche saperlo.

Bonding mette in scena due persone che, dopo aver riconosciuto le proprie debolezze, devono ora sconfiggerle. È la storia di Tiff che deve accettare di poter amare ed essere amata e fare finalmente quel passo che si era sempre negata. Ammettere che amare è anche dipendere l’uno dall’altra e va bene così, soprattutto così. Scoprire cosa vuole essere da grande ed avere il coraggio infine di iniziare quel cammino. Arrivando infine a confessare il suo desiderio di raggiungere una meta imprevista anche a chi si aspettava altro da lei.

Una situazione simile a quella di Pete che deve affrancarsi dal suo identificarsi attraverso gli altri. Cercare cosa significa essere Pete e non il fidanzato premuroso di Josh, la coscienza di Frank, il pezzo forte delle serate di cabaret di Murphy, il master per Rolph. O l’ancora di salvezza di Tiff. Semplicemente è arrivato per Pete il momento di essere Pete per sé stesso. Non perché fosse sbagliato esserci per gli altri, ma solo perché è giusto esserci anche per sé stessi.

Ed è per questo che il sapore del finale della storia di Pete e Tiff in Bonding non può che essere agrodolce.

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Bonding 2: la recensione
Bonding 2: la recensione – Credits: Netflix

Bonding 2: guardarsi anche intorno

Sebbene il motore della serie restino Pete e Tiff, la seconda stagione di Bonding allarga il suo sguardo per mostrare come anche figure che erano state finora quasi solo di contorno abbiano un proprio spessore. Persone che non sono più definite solo in relazione a come interagiscono con i due protagonisti, ma che hanno un background autonomo a cui vale la pena dare almeno uno sguardo non più distratto e casuale, ma interessato e partecipe.

Acquistano, quindi, una vita propria l’eterno Peter Pan Doug e la sua fidanzata riluttante Portia grazie all’imprevista gravidanza di lei. Ha la sua storia Josh per i suoi problemi a fare coming out con il padre e i colleghi di lavoro. Il sarcasmo professionale di Murphy si completa con la dimensione più intimista mostrata dal rapporto con la compagna. Persino a Rolph viene concessa una seppur minima possibilità di staccarsi dal ruolo macchiettistico che gli era stato affidato. Non a caso toglierà, infine, quella maschera che lo spersonalizzava bonariamente.

Il vero personaggio nuovo è, comunque, Mistress Mira. Sia perché è lei a indirizzare le scelte di Tiff convincendola a non aver paura di sognare un futuro da dominatrice al quale non aveva mai creduto davvero. Sia perché è attraverso le sue lezioni pacate e riflessive che la filosofia BDSM viene spiegata in maniera chiara spogliata di tutti i pregiudizi e i malintesi. Soprattutto, attraverso lei, Bonding mostra ancora di più come il mondo di dominatrici e sottomessi possa tranquillamente convivere con la quotidianità di una famiglia che si ama e si accetta per quel che si è e per quel che a ognuno piace fare.

Nulla si sa su un eventuale terza stagione di Bonding. Ma ce ne sarebbe bisogno? Probabilmente, no. Perché il finale dolceamaro chiude idealmente la storia. Che era quella di due ragazzi che dovevano conoscere sé stessi e che ora hanno iniziato a costruire i sogni che hanno scoperto di avere. Serve davvero stare a guardare se e come li realizzeranno?

Winny Enodrac

Vorrei vedere voi a viaggiare ogni giorno per almeno tre ore al giorno o a restare da soli causa impegni di lavoro ! Che altro puoi fare se non diventare un fan delle serie tv ? E chest' è !

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