Boardwalk Empire

Boardwalk Empire: Recensione episodio 4.12 – Farewell Daddy Blues

Fin dagli inizi la quarta stagione di Boardwalk Empire mi ha sempre dato l’idea di essere una serie di transizione, di alleggerimento, per tirare il fiato dopo botte e sparatorie della terza. Vuoi per il coinvolgimento minore di Enoch, vuoi per la mancanza di una plotline prioritaria sulle altre, vuoi per (l’inevitabile) tono minore della narrazione dopo la scomparsa di Gyp Rosetti, questa è sempre stata la mia impressione durante questo mese e mezzo. Eppure, in quest’ultima puntata, anche a causa di un ritmo serrato per tirare le fila di tutte le storie, mi è sembrato di tornare al Boardwalk Empire del 2012 piuttosto che al prodotto, a volte lento e autoreferenziale, delle prime due stagioni.
Il problema maggiore di questo quarto capitolo è stata forse la scarsa miscela delle linee narrative maggiori. Tagliando con l’accetta, la stagione può essere divisa in tre macrosequenze (purtroppo) ben distinte l’una dalle altre: l’ascesa di Capone a Chicago; Enoch cerca l’exit-strategy in Florida; Narcisse Vs. Chalky.
Calmierati in dosaggi migliori lungo tutta la stagione sono stati invece i plot minoritari (Gillian, Richard, Will, Knox e il Bureau, Nelson), a volte, ovviamente, esclusi da alcune puntate per la presenza ingombrante di tante storie, ma al contrario dei plot principali, senza essere “accesi” e poi depressi improvvisamente e in seguito nuovamente impennati verso un gigantesco climax.

Il caso emblematico è stato lo sviluppo di Nucky, complice l’assenza di un villain di pari livello da combattere e la voglia di uscire dai giochi scaturita dopo il ciclo di puntate dell’anno scorso. Partito forte per trovare un accordo con Masseria per salvarsi la pelle, arrivato in Florida il suo script è stato abbastanza fiacco fino alla scoperta del doppio gioco di Meyer. Al termine di una puntata carica di energia, il tutto è tornato abbastanza moscio e ravvivato solo dal (nuovo) tradimento di Eli. La figura di Enoch quest’anno è passata da protagonista di Boardwalk Empire a burattinaio che ha contribuito a tirare le fila di altre storie. La bella puntata redatta per la morte di Eddie (il maggiordomo) è stata abbastanza fine a sé stessa (e della cancellazione del personaggio) andando unicamente ad accentuare la voglia di mollare tutto di Nuck, sentimento già comunque largamente seminato in stagione. Puntare su uno sviluppo depressogeno come la “resa” (con molte virgolette) non ha giovato molto al personaggio, che in Florida avrebbe potuto trovare quel riscatto (ma c’è ancora tempo nella quinta sinfonia) che invece ad Atlantic City gli è ormai negato, anche se non è mai stato chiarito a sufficienza il motivo di questa impossibilità (e questa è una grossa pecca della serie).

Seppur dilatato nell’arco dei dodici episodi, molto più interessante è stato lo sviluppo dell’influenza di Nucky sul nipote Will, chiuso invlcsnap-59719 questo finale dalla simbologia del portasigarette dal significato sfumato a causa del risentimento del nipote nei confronti dello zio, sorpreso con una pistola puntata alla testa di Eli: nonostante questa rabbia, temporanea, con la partenza del padre per Chicago, il portasigarette del ragazzo (regalatogli da Nucky come doppione del suo gadget personale) ha sancito definitivamente che il sentiero imboccato da Will seguirà appunto le orme dello zio e non quelle del padre, che si ritrova quindi a perdere anche questa battaglia familiare.

Punto a favore di questa stagione è stata proprio la messa in crisi della famiglia, solitamente luogo ameno in cui molti personaggi hanno sempre trovato rifugio (Eli, Chulky, Al, lo stesso Enoch) e a cui altri hanno sempre destinato ogni sforzo (Gillian, Richard) oggi possiamo dire inutilmente. Persino in una terza stagione dove nessun luogo e nessun momento erano al riparo dalla violenza, la famiglia e il casolare erano rimasti spazi incontaminati. La cassa con dentro il corpo di Owen recapitata a casa Thompson, per esempio, non è mai stata una violenza ai danni della famiglia, ma una violenza diretta ad un unico (facciamo due, va là) personaggio con una condotta per altro anti familiare e perpetrata comunque all’esterno del rifugio. In questo quarto anno la battaglia per la conquista di Chicago si è trasformata da una guerra di bande ad una lotta fra famiglie; il quadro idilliaco costruito da Gillian con Roy è andato in frantumi per il tradimento di uno dei due pilastri fondativi; Nuck ha seriamente rischiato di far fuori il fratello, cosa che non gli era mai passata per la testa con l’infedeltà di Eli a favore del Commodoro nella seconda stagione; Chalky e Narcisse hanno perso le rispettive figlie (Daughter, per altro, “partorita” da un episodio di estrema violenza); Eddie (che per Enoch è stato più famiglia di chiunque altro in questi anni), muore a causa del conflitto fra Nucky e il Bureau; il Bureau stesso non si rivela la grande famiglia a protezione degli Stati Uniti che ha fatto credere Hoover, ma piuttosto un gruppo di cani sciolti poco sodali l’uno con l’altro; Gillian e Richard si scornano per gli ultimi spiccioli di un quadretto familiare. La disgregazione del locus amenus in quest’ultima puntata viene simboleggiato dalla lotta fra Eli e Knox in casa dell’ex sceriffo, con il primo a protezione della famiglia (a protezione anche di Will, dall’FBI e da Nucky) e che proprio grazie ad un oggetto familiare (il vaso) riesce definitivamente a fare secco il federale, al termine di una scarica di pugni e dopo averlo strangolato con la cravatta (allegoria di un FBI da cui ormai Knox, nel suo delirio, si sentiva essere soffocato, accerchiato). L’unico a salvare pelle e parentado è Torrio, ma il prezzo da pagare sarà la rinuncia alla lotta.

Distrutta una famiglia bisogna quindi ricostruirne un’altra per tornare nuovamente a stare al sicuro. E’ quello che prova a fare Nucky per tutto il capitolo (ma anche se vogliamo per tutto Boardwalk Empire, solo con motivazioni diverse), invano, dopo la scottatura della terza serie (ci riuscirà nella quinta con Eli in esilio o con Sally?); è quello che riesce a fare Chalky (forse il vero protagonista di questo 2013) con una sorta di ritorno alle origini in un rifugio di grazia, distrutto anch’esso nel penultimo episodio ma a quanto pare “ricostruito”, che già da ragazzo l’aveva accolto e protetto, conclusa la distruzione di tutte le famiglie a disposizione: club, parentela, comunità, alleanze. Dai vestiti lo vediamo fin dall’incipit essere tornato un uomo di campagna e aver abbandonato il gangster style. E infine Eli, come già detto, allontanato dai Thompson e impacchettato per i Capone.
vlcsnap-62347Molto altro ci sarebbe da scrivere su questa quarta porzione di racconto di Boardwalk Empire, ma il papiro ormai è saturo. Riprendendo il discorso iniziale, come naturale che fosse, con la morte di un personaggio imprevedibile come Rosetti, la nuova annata di Boardwalk Empire non poteva che essere al di sotto degli alti standard raggiunti nel 2012. Alcune forzature sono state presenti durante tutti questi mesi, non ultima, la decisione di Richard di far rilasciare Gillian per placarle l’animo nella lotta all’affidamento del nipote (ma con quale concatenamento di cause?), ma nel complesso ritengo appunto questo capitolo come un discreto punto di partenza per far scaturire un grande 2014. Sono stati seminati molti elementi, la resa di Nucky credo fosse meglio iniziare a raccoglierla quest’anno invece di aspettare l’anno prossimo (ripeto, personaggio troppo sgonfiato), ma di carne al fuoco ce n’è abbastanza.

Tutto da scoprire per esempio il plot di Margaret e Arnold, ancora senza una logica in questo 2013.  Al contrario dei finali passati, quest’anno si è preferito qualcosa di molto più sfumato; i conflitti impliciti sono sicuramente stati più dirompenti di quelli espliciti (Nucky Vs Eli che “combattono” per Will su tutti); la caduta stessa del villain Narcisse è più una caduta morale che fisica, con la pronuncia forzata di quel “Yes, sir” a ripudiare la libertà nera promossa da Marcus Garvey. Proprio la sconfitta del cattivo di turno esemplifica forse al meglio la stagione, adatta non più solo ad un pubblico voglioso di sfamarsi di sangue, sesso e potere, ma un pubblico più attento alle sfumature caratteriali, agli approfondimenti storici e ai percorsi interiori. Dopo essercele date di santa ragione, ci sediamo e riflettiamo. Che verrà fuori domani?

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