Boardwalk Empire

Boardwalk Empire – 1.05 Nights in Ballygran

È difficile, se non quasi impossibile, che Boardwalk Empire possa deludere. Certo può capitare una puntata leggermente sottotono, non agli standard che la serie sta imponendo, ma un buon episodio di questo nuovo gioiello HBO è, comunque, su un livello alto rispetto al resto dell’offerta telefilmica attualmente in onda (giusto una serie su dei pubblicitari degli anni ’60 è su piani ben superiori, personalmente). Perché questo? Perché, al di là della confezione impeccabile (costumi, scenografie, fotografia, regia, musiche), Boardwalk Empire dimostra di avere personaggi forti, vivi, non freddi, eterei ed algidi, come ci si aspetterebbe da questo genere di produzione. E la loro costruzione è formidabile, impeccabile. E questo Nights in Ballygran ne è la prova lampante. Basta prendere quel meraviglioso personaggio di Margaret. Da personaggio fragile ed indifeso, quale sembrava nel meraviglioso pilot, si è dimostrata nel tempo (vedasi il confronto col senatore nello scorso episodio) una donna determinata che non ha paura di sfidare un pezzo grosso come Nucky, nel momento in cui sente che la sua fiducia verso quest’uomo potrebbe non essere così ben riposta.  È nel momento in cui si sente “tradita” (per la questione del pane) ed ignorata da Nucky (per non aver fatto smantellare il luogo dove si depositavano i barili di birra), si rivolge all’agente Van Alden per far arrestare il proprietario di quel deposito (il signor Neary) durante la festa di San Patrizio organizzata dallo stesso Nucky. Gesto che porta all’esplosione dell’attrazione tra i due personaggi, che già si intuiva da alcuni episodi. Perché Nucky si presenta a casa di Margaret e la bacia? Perché attratto da una donna che finalmente gli tiene testa? Perché gli ricorda la moglie defunta? Perché vede in Margaret un nemico da tenere a bada e controllare, anche per la sua influenza nella Temperance League?

 

 

Ma i problemi per il tesoriere di Atlantic City giungono anche da un altro personaggio: Eli, di cui emerge tutta l’invidia che prova verso il fratello. Un fratello ingombrante, che sa gestire al meglio il potere ottenuto e le persone, nonché maestro di oratoria. Oratoria che Eli dimostra di non possedere durante la festa di San Patrizio.

E in questo gioco di demarcazione del potere (o presunto tale), trovano spazio anche storie, almeno per ora, secondarie:

– a Chicago, Jimmy accudisce una sfigurata Pearl, che comprende pian piano quanto non abbia più un futuro come donna, perché la sua bellezza è ormai persa. Consapevolezza che la porta ad un’unica soluzione: suicidarsi. Un colpo duro per Jimmy, che sembrava essersi invaghito della donna e che riproviamo, sul finale, immerso tra i fumi dell’oppio, in una splendida citazione al capolavoro di Sergio Leone, C’era una volta in America.

– Scopriamo che a New York Rothstein è in qualche modo coinvolto nello scandalo delle scommesse truccate dei Black Sox. Ed è questo, personalmente, il punto debole della puntata (e della serie): il mancato utilizzo di un personaggio apparentemente mastodontico come Rothstein, a cui vengono riservate troppe poche scene. Michael Stuhlbarg è un cavallo di razza ancora poco utilizzato. Sono certo che avrà modo di rifarsi col tempo.

L’episodio è avvincente, il ritmo costantemente carico, la ricostruzione è superlativa, i personaggi vivi e grandiosi. Per ora non posso chiedere di più da quella che è, senza alcun dubbio, la miglior nuova serie di quest’anno (insieme a Rubicon).

 

meno.

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