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Black Phone: sconfiggere un mostro per imparare a crescere – la recensione dell’horror con Ethan Hawke

Titolo: Black Phone
Genere: horror
Anno: 2022
Durata: 1h 42m
Regia: Scott Derrickson
Sceneggiatura: Scott Derrickson, Robert Cargill
Cast principale: Ethan Hawke, Mason Thames, Madeleine McGraw, Jeremy Davies, James Ransom, Miguel Cazarez Mora, Tristan Pravong, Spencer Fitzgerald, Jacob Moran, Brady Hepner

Mai parlare agli sconosciuti recita la tagline di Black Phone riprendendo la più classica delle raccomandazioni che ogni bambino si sente dire appena inizia ad uscire da casa non più accompagnato dai genitori. Che la ripetizione continua abbia un qualche effetto concreto è probabilmente solo una pia illusione di madri fin troppo preoccupate. La fortuna che aiuta l’audacia dei ragazzini indisciplinati è che lì fuori ad aspettarli non ci sono finti prestigiatori con palloncini neri pronti a sbatterli in un furgone per rapirli. A meno di non trovarsi in un racconto di Joe Hill che l’horror l’ha respirato fin dalla culla avendo come padre il maestro Stephen King.

Black Phone: la recensione
Black Phone: la recensione – Credits: Universal Pictures

L’horror come atipico bildungsroman

Magari cosa potesse accadere a parlare con uno sconosciuto lo avrà suggerito la fervida immaginazione del padre al Joe Hill che si accingeva a scrivere il racconto omonimo che Scott Derrickson e Robert Cargill hanno adattato per realizzare questo Black Phone. Magari diventare vittime di un finto mago che va in giro a rapire adolescenti che hanno l’incauta idea di avvicinarsi a lui attratti dal suo abbigliamento insolito e dai suoi modi goffi e rassicuranti. Certo, anche da quei palloncini neri che sono poi un chiaro omaggio di Joe Hill al Pennywise inventato dal padre.

Accade questo anche al tredicenne Finney Shaw che si ritrova prigioniero in un seminterrato dove un materasso sporco e un bagno lurido sono gli unici arredi. Più un telefono nero disconnesso che non dovrebbe essere di nessun aiuto. Almeno finché non inizia a suonare e a metterlo in contatto con voci misteriose che vogliono aiutarlo nella lotta contro il suo sadico carceriere.

Per quanto necessariamente breve per essere spoiler free, questa breve sinossi dovrebbe essere sufficiente ad evidenziare quanto dominante sia in Black Phone l’attenzione all’adolescenza. Non tanto perché adolescenti sono le vittime del mostro. Piuttosto perché la sfida che Finney deve vincere non è solo contro il male fuori di lui, ma anche e soprattutto contro le insicurezze e le paure dentro di lui. Black Phone diventa, allora, quasi un atipico bildungsroman. Un romanzo di formazione in cui il protagonista che arriva alla fine della storia è diverso da chi era nelle prime pagine del racconto.

Il Finney che ci viene presentato è, infatti, il classico adolescente troppo buono per il mondo in cui si trova a vivere. La vittima ideale dei bulli della scuola che deve rifugiarsi dietro l’amicizia disinteressata del più rispettato del quartiere. Il ragazzino che sa giocare a baseball, ma è destinato ad essere comunque il più bravo di quelli che hanno perso ancora una volta. Lo studente capace e disciplinato con cui nessuno vuole stare in coppia per fare un compito condiviso. Il compagno di classe carino, ma troppo goffo e imbranato per meritarsi più di uno sguardo sorridente e distante dalle ragazze che gli piacciono.

Essere rapito diventa, paradossalmente, la migliore occasione che potesse capitargli per correggere quei difetti con cui si è condannato da solo a un rassegnato vorrei ma non posso. Una tremenda sfortuna che diventa un inatteso sprone a superare, finalmente, i propri limiti. Semplicemente perché Finney vuole vivere. Ed è intelligente quanto basta per capire che le sue mille debolezze sono le migliori armi che può offrire al suo rapitore per impedirgli di realizzare questo suo desiderio irrinunciabile. Di chi siano le voci che gli parlano nella cornetta di quel telefono staccato non è possibile dirlo senza fare spoiler. Né dopotutto è davvero importante. Perché quel che davvero conta è quanto ognuna di esse sia un messaggio diverso per incitare Finney a credere in sé stesso.

Black Phone mostra la sua peculiarità come horror, quindi, non nella messa in scena del male. La sua originalità sta piuttosto nell’aver colorato di tinte sanguinarie quello che è il percorso di maturazione di un ragazzo insicuro che trova nella paura il coraggio per smettere di essere un bambino troppo cresciuto.

Black Phone: la recensione
Black Phone: la recensione – Credits: Universal Pictures

Recitare senza un volto

Atipico quanto si vuole, ma Black Phone resta comunque un horror. E per funzionare ha bisogno indispensabilmente di un villain che sappia spaventare. Compito che qui è affidato al Rapace, il sadico rapitore interpretato da Ethan Hawke. Il trucco marcato e l’abbigliamento da mago animatore di feste di compleanno richiamano inevitabilmente i classici del genere. Una figura maligna che si ispira alla realtà di serial killer come John Wayne Gacy. E soprattutto al Pennywise omaggiato da quei palloncini neri la cui unica funzione è evocare il parallelo con It. Completa il quadro una maschera modulare che permette di variare l’espressione del demone che riproduce. La combinazione dei vari elementi, inoltre, consente di segnalare i cambi di personalità riprendendo l’idea che già aveva fatto la fortuna di Split (altro horror prodotto dalla Blumhouse).

Meno personalità multiple rispetto al film che aveva raddrizzato la carriera di M. Night Shyamalan, ma lavoro anche più difficile per Ethan Hawke rispetto a quello toccato a James McAvoy alle prese con Kevin Wendell Crumb. Il Rapace di Black Phone varia registro meno volte, ma è sempre a volto coperto. Il suo interprete deve, quindi, riuscire ad entrare sotto la pelle dello spettatore giocando soltanto con la voce e la gestualità. L’attore texano riesce nella difficile impresa di gelare il pubblico in sala grazie all’abilità di variare le tonalità facendo emergere le parole come fiamme dall’inferno interiore del suo mostro. Al tempo stesso, sa anche come essere fintamente rassicurante o freddamente asettico quando è il momento di creare la quiete prima della tempesta.

Ethan Hawke è anche bravo a giocare con la postura del suo personaggio facendone un mezzo espressivo. I movimenti lenti e rassicuranti si alternano a un immobilismo che comunica una violenza repressa in attesa di esplodere. Una recitazione fisica e vocale che è determinante per tenere alta la tensione in Black Phone. Un film che vi si affida in maniera quasi esclusiva rinunciando agli ingredienti classici dell’horror come jump scare e splatter.

Non a caso il sangue è quasi del tutto assente in un film che rimane un horror solo perché di puro terrore è fatto il suo antagonista.

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Black Phone: la recensione
Black Phone: la recensione – Credits: Universal Pictures

Un mondo distratto

In verità, proprio questa frase nasconde il difetto principale del film diretto da Scott Derrickson. In una semplificazione volutamente estrema, si potrebbe dire che, purtroppo, Black Phone non fa paura. Peccato capitale per un film horror che cerca di farsi assolvere grazie alla prova di Ethan Hawke e alla tensione costante che accompagna i tentativi di Finney e l’attesa delle chiamate. Ma chi si recasse in sala in cerca di un horror puro potrebbe restare probabilmente deluso.

Sbaglierebbe, comunque, a bocciare Black Phone perché avrebbe dato troppo poco peso a quel contorno che contorno, in realtà, non è.

La filmografia di Scott Derrickson è troppo ricca di titoli horror (Hellraiser 5, The exorcism of Emily Rose, Sinister) per dubitare che non conosca il genere. Eppure si lascia andare a momenti persino comici perché a lui e al suo sodale Robert Cargill interessa scrivere di un mondo tanto ordinato e ordinario quanto distratto e decadente. Il film dedica buona parte della sua prima metà a mostrare una provincia americana di fine anni Settanta dove gli adulti hanno rinunciato a svolgere il proprio ruolo.

Non ci sono adulti per le strade di questa città. E, quando appaiono, sono spesso un problema più che un aiuto per i ragazzi. Alcolizzati come il padre di Finney. Di intralcio come i poliziotti che non sanno dove andare. Assenti come i docenti di una scuola dove risse e bullismo sono quotidiani. Feroci come il Rapace che cattura e uccide nel silenzio assente di chi non vede niente. Non sorprende, quindi, che l’altra figura che si impone in Black Phone è la sorella minore di Finney. Quella Gwen le cui doti soprannaturali sono forse una scorciatoia troppo facile per l’evoluzione della storia. Ma che è comunque il personaggio più vivace e capace di imprimersi per la sua vivacità e ricchezza di sentimenti.  

Sono proprio Mason Thames e Madeleine McGraw (interpreti di Finney e Gwen) i due nomi che Black Phone scrive nel registro delle promesse future. Un esordio più che convincente in un film dove a spaventare è più la necessità di crescere nell’assenza di un mondo distratto che quella di un diavolo dai mille volti.  

Black Phone: la recensione

Regia e fotografia
Sceneggiatura
Recitazione
Coinvolgimento emotivo

Un horror atipico che spaventa poco ma intrattiene quanto basta

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Winny Enodrac

Vorrei vedere voi a viaggiare ogni giorno per almeno tre ore al giorno o a restare da soli causa impegni di lavoro ! Che altro puoi fare se non diventare un fan delle serie tv ? E chest' è !

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