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Black Mirror: Recensione dell’episodio 3.05 – Men Against Fire

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L’essere umano è un animale scettico per natura. Mettere in discussione tutto o solo qualcosa fa parte della sua indole, che si tratti di una semplice ordinazione al bar o di un capitolo della costituzione nazionale. Purtroppo o per fortuna, l’essere umano è anche un animale empatico. A meno che non sia in preda ad un attacco di furia ceca, a meno che non sia uno squilibrato mentale (o peggio), proverà sempre, anche se in minima parte, dell’empatia verso i propri simili.

Come lo stesso Arquette (un brillante Michael Kelly) sottolinea, durante la Prima Guerra Mondiale solo il 15% dei soldati premeva davvero il grilletto. Cinquant’anni più tardi, durante la guerra del Vietnam, era l’85%. Quello che restava invariato era l’impatto psicologico sui soldati, la forza bruta della consapevolezza di aver ucciso un altro essere umano, uguale a lui. L’uomo era ancora, nonostante l’odio e l’istinto di sopravvivenza, un animale empatico.

Guerra, computer e il dilemma primordiale di ogni essere umano nel quinto episodio di Black Mirror

Ecco allora che, in un futuro non meglio specificato, soldati di una speciale divisione vengono “migliorati” attraverso un computer. Installato nel loro subconscio, il cosidetto Matter rende i loro nemici dei mostri, oltre a fornire loro delle ulteriori doti sul campo di battaglia e dei sensi decisamente migliorati. Per uccidere viene propinata loro una menzogna, un’illusione per giustificare la loro smania omicida verso una parte di popolazione portatrice di un virus – anche questo non meglio identificato.

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Come se non bastasse, quando il senso di colpa o l’empatia tornano a fare capolino, ai soldati viene permesso di sognare. Noi non abbiamo il lusso di scegliere tra incubi e bei sogni, mentre il Matter fa questa scelta per loro, cancellando gli orrori di cui sono testimoni da svegli con sogni idilliaci nelle ore di riposo.

Come ormai ha ben imparato a fare, anche in questo caso Black Mirror pone lo spettatore davanti ad un binomio morale forte, intenso, talmente attuale da farci male. Oggi ci sono centinaia di soldati che combattono per il proprio paese e le proprie famiglie, tutti costretti a premere un grilletto contro i propri simili. Non hanno un computer che renda i loro nemici dei mostri e non possono dimenticare i loro volti. Non possono rifugiarsi nei bei sogni per dimenticare gli orrori della giornata appena passata. Non hanno una scelta.

Stripe (Malachi Kirby) quella scelta ce l’ha e l’ha fatta. Quando uno dei “roaches”, le malefiche creature che lui e la sua unità sono incaricate di uccidere, manomette il suo Matter e gli permette di vedere la loro specie cosi com’è davvero e non come appare a lui, tutto il suo mondo viene messo in discussione. Non c’è più una linea netta tra il bianco ed il nero, non c’è un confine tra umani e roaches, c’è una zona grigia in cui tutto può e deve essere messo in discussione.

Ecco allora che emerge il vero quesito morale di questo episodio, per moltissimi aspetti forse il più intenso di questa stagione fino ad ora. È giusto uccidere il proprio nemico perchè ci viene ordinato? È giusto voler cancellare il nostro rimorso attraverso un programma, anche se questo ci rende ciechi di fronte all’orrore che siamo compiendo? Non c’è una risposta giusta o sbagliata, soltanto una che ci farà sentire più o meno in colpa.

Una fotografia che ti strozza (gentilmente) in una grafica da videogioco

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Lo comprendiamo bene quando la regia di Jakob Verbuggen ci cala direttamente nel pieno dell’azione. Quello che è un reale attacco a degli esseri umani diventa un vero e proprio videogioco, non meno brutale di qualsiasi gioco di guerra che potremmo sperimentale su una Xbox o una PlayStation. La scena in cui Ray (Madeline Brewer) spara ai roaches nella casa, la sua visuale è proprio quella di un’interfaccia di gioco da guerra. È una scena brutale, in cui manca solo il conteggio dei punti nell’angolo in alto a destra.

Ecco allora che l’empatia, un pregio, diventa anche un difetto. Un difetto che rende un soldato peggiore della macchina da guerra che potrebbe essere, peggiore della “migliore versione di sé” che quel soldato può essere.

Ma come in ogni sogno, la realtà prima o poi fa capolino, di solito insieme al sole da dietro all’orizzonte. Con la realtà anche l’istinto di sopravvivenza e con esso la morale assumono una nuova e forse più terribile sfumatura in cui l’uomo, malgrado tutta la sua empatia, non potrà mai mettere nessuno davanti a se stesso ed al proprio benestare. Stripe sceglie di dimenticare la realtà che aveva scoperto esistere e si rifugia di nuovo nei sogni. Non perchè sia giusto o giustificabile ma semplicemente perchè la realtà fa davvero troppo, troppo male.

Un episodio di Black Mirror che emoziona, stupisce, commuove e, soprattutto, fa riflettere.

VOTO: 5/5

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