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Black Mirror: Recensione dell’episodio 3.03 – Shut up and Dance

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Ciascuno si racconcia la maschera come può, la maschera esteriore. Perché dentro poi c’è l’altra, che spesso non s’accorda con quella di fuori. E niente è vero.

Chi sia Luigi Pirandello sarebbe offensivo per la cultura del lettore stare qui a ricordarlo. Quando siano state scritte le parole citate qui sopra, tratte dal suo saggio intitolato L’Umorismo, è utile dirlo: 1908. Quasi cento anni prima che Mark Zuckerberg e soci lanciassero quasi per scherzo quel Facebook (ufficialmente aperto nel Febbraio 2004) che è oggi il social network per definizione con oltre un miliardo di iscritti. Che c’entra il drammaturgo siciliano premio Nobel per la letteratura con il giovane miliardario statunitense? Ce lo dice la cronaca recente e ce lo racconta questo terzo episodio di Black Mirror che lascia le usuali ambientazioni distopiche per mostrare una realtà che è più spaventosa di qualunque incubo futuro.

Black MirrorKenny è un diciannovenne timido e piuttosto anonimo nella sua routine quotidiana fatta di lavoro come cameriere in un fast food, imbarazzata attrazione per la direttrice carina del locale a cui forse anche lui non dispiace, rassegnata sopportazione delle angherie verbali (e forse non solo) dei colleghi più grandi, litigi e ripicche con la sorella per chi deve usare il laptop, dialoghi veloci e sereni con una madre a caccia di nuove avventure amorose. Una vita tranquilla e senza problemi apparenti di cui Kenny non si lamenta fintanto che trova il tempo di concedersi qualche ora di tv e videogiochi e, perché no, un po’ di masturbazione guardando qualche foto porno il che, dopotutto, a quell’età non è né insolito né imperdonabile. Hector è, invece, quasi il contrario di Kenny. Felicemente sposato e padre di due bambini che adora, è tanto veloce di pensiero quanto esplicito nei modi di parlare e agire quanto Kenny è chiuso e silenzioso. L’unico suo problema è che la perfezione di una vita senza sussulti lo annoia al punto da doversi concedere qualche scappatella extraconiugale con giovani prostitute in anonime camere d’albergo che fanno della discrezione la loro unica impagabile dote. Kenny e Hector non avrebbero niente a che fare l’uno con l’altro. Se non fosse che qualcuno ha deciso che entrambi devono far parte dello stesso sadico gioco in cui dovranno obbedire ad ordini perentori dettati via sms compiendo azioni inizialmente innocue, ma che rapidamente degenerano in crimini che mai avrebbero pensato di commettere. Perché non è possibile sottrarsi? Perché sono entrambi vittime di un ricatto odioso: obbedire senza se e senza ma o affrontare le conseguenze della pubblicazione on line sui social di video rubati che li esporrebbero alla gogna mediatica di amici e conoscenti. Pena imperitura perché, come urla un terribilmente lucido Hector, la gente non può più dimenticare da quando c’è Internet a mantenere viva una memoria perenne.

Black MirrorÈ proprio qui che finiscono per incontrarsi Pirandello e Zuckerberg. Perché la maschera di cui parlava un secolo fa lo scrittore siculo è quella che la creazione del geniale informatico americano ha fatto diventare il volto universale che ognuno presenta al mondo della rete. Non si tratta più dell’eterna dicotomia tra l’apparire e l’essere perché la società moderna ha sciolto quell’antinomia facendone una diatriba irrilevante. Non importa se siamo ciò che appariamo, ma conta solo quello che mostriamo. Quanti possono conoscere il volto dietro la maschera? Pochissimi, a volte neanche le persone a noi più vicine. Quanti, invece, conoscono solo la maschera che decidiamo di esporre sui social? E quanto possiamo veramente controllare chi sta giudicando quel che siamo sulla base di quel che mostriamo? Tanti, tantissimi, forse anche troppi dal momento che la nostra immagine finisce per essere vista, studiata, analizzata, criticata, ammirata, vituperata, fatta a pezzi, dileggiata anche da chi non abbiamo mai conosciuto. E il loro giudizio vale quanto e più di quello di chi avevamo incluso precipitosamente nella lista degli amici, magari solo per fare numero o perché una volta abbiamo messo like alla stessa pagina. Kenny e Hector (ma anche la manager impaurita che lascia l’auto nel garage, il ragazzo spaventato che consegna il pacco, il tremante avversario nel bosco) non possono rinunciare alla maschera che si sono costruiti perché toglierla significherebbe far crollare in un attimo la vita che in tanto tempo si sono costruiti e dover ricreare tutto ex novo su fondamenta rese fragilissime dalla pubblica vergogna. Hector arriverebbe addirittura a uccidersi e la cronaca recente è ricca di troppi casi reali che hanno avuto questo tragico epilogo per dire che la sua reazione è solo una esagerazione televisiva. E allora ogni prezzo diventa accettabile che si tratti di correre in auto a tutta velocità rischiando incidenti ferali, inventarsi scuse improbabili, rapinare una banca anche a costo di farsela letteralmente addosso, battersi fino alla morte con uno sconosciuto che ha avuto la sfortuna di essere vittima dello stesso gioco.

Black MirrorJerome Flynn (in un inedito ruolo da debole che contrasta con il sarcastico Bronn con cui siamo abituati a vederlo in Game of Thrones) e soprattutto il giovanissimo Alex Lawther sono superbi nel restituire il senso di oppressione e terrore che lentamente ma inesorabilmente attanaglia due persone apparentemente ordinarie che vengono a trovarsi vittime di una situazione straordinariamente crudele per colpe che potrebbero apparire superficiali (perché adulteri e masturbazione sono dopotutto all’ordine del giorno). Impossibile non schierarsi dalla loro parte, solidarizzare con il loro spavento, provare lo stesso loro disagio, odiare i loro ricattatori. Soprattutto è immediato immaginare di stringere in un abbraccio ideale Kenny per consolarlo e dargli coraggio. Ma poi arriva quel finale.

Prima le parole dell’uomo nel bosco, poi l’immagine di Kenny coperto del sangue della sua vittima, poi la telefonata della madre. E allora capiamo. Allora la maschera cade di colpo e dietro vediamo con orrore chi c’era. Non un ragazzino spaventato colpevole solo di un veniale peccato tipico della sua età, ma un odioso pedofilo in erba che si masturba guardando foto di bambini nudi in questo uguale all’altro uomo che avevamo visto in lacrime pochi attimi prima. E la vergona allora diventa la nostra quando ci accorgiamo che non siamo diversi dalla massa informe che giudica solo in base alla maschera. Perché abbiamo fatto la stessa cosa, abbiamo creduto a quel che appariva senza preoccuparci neanche per un attimo di vedere se fosse tutto vero o meno, senza cogliere nessun indizio (Kenny che sorride alla bambina non era forse un labile segnale?). Non siamo migliori di quel che credevamo perché non possiamo esserlo. Perché non c’è più essere e apparire, ma solo essere è apparire e non c’è niente che possiamo fare per cambiare questa infrangibile verità.

È giusto quindi che Kenny abbia subito tutto quel calvario? Una meritata punizione? Si, ma anche no. Perché alla fine i misteriosi hacker mandano la stessa troll face a tutte le loro vittime pubblicando ugualmente i materiali in loro possesso come se tutto fosse stato solo un elaborato scherzo di pessimo gusto. Un’ultima mazzata per dire che ci si è preso solo gioco di tutti loro. Ma la verità ultima è che le vittime siamo noi messi di fronte alla amara realtà della nostra incapacità di distinguere l’essere dall’apparire e quindi i buoni dai cattivi.

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