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Better Call Saul

Better Call Saul: Caino e Abele alla sbarra. Recensione dell’episodio 3.05

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Photo by Michele K. Short/AMC/Sony Pictur - © 2017 AMC Network Entertainment LLC. and Sony Pictures Television Inc. All Rights Reserved.

Caino e Abele è una delle store bibliche più famose, presente anche in altri testi sacri per altre religioni, come il Corano. Figli di Eva e Adamo, considerati dai credenti i progenitori della specie umana, i due uomini rappresenta l’archetipo del fratricidio.

Agricoltore il primo pastore il secondo, Caino uccise il fratello minore per gelosia. Abele rappresenta il primo martire, la cui vita fu interrotta bruscamente dal primo uomo, la cui figura è stata vista come l’incarnazione del male (secondo alcune interpretazione era il figlio del serpente nel Giardino dell’Eden). Nei secoli la parabola di Caino e Abele è stata fonte di ispirazione per scrittori, musicisti e, ovviamente, sceneggiatori. 

Prima che Better Call Saul iniziasse il suo percorso, niente lasciava intendere che nella vita di Saul Goodman ci potesse essere un fratello o una sorella, tanto meno che quel fratello potesse avere un cognome diverso da quello dell’avvocato di Walter White, visto che non immaginavano nemmeno l’esistenza di un Jim McGill. 

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La sua entrata in scena nel pilota aveva mostrato un lato del protagonista a cui non eravamo abituati, un’amorevole dedizione che i fan di Breaking Bad non avevano ravvisato in quell’uomo della legge sornione e furbo. Avevamo da subito notato la cura e la dedizione con cui Jimmy assisteva giornalmente il fratello, affetto da elettroipersensibilità. Per quanto stramba e bizzarra ci sembrasse questa malattia, l’abbiamo, in qualche modo e con il passare del tempo, presa come vera, alla luce proprio dell’impegno profuso dallo stesso Jimmy. Abbiamo, in poche parole, creduto a Chuck proprio perché ci credeva Jimmy.

A 24 episodi di distanza da Uno, quell’interrogativo viene posto di nuovo sul tavolo, questa volta però non in una stanza buia illuminata da una lanterna da gas. Ora siamo in un’aula di tribunale, seppur anch’essa privata dell’elettricità (a parte qualche piccolo dettaglio), in cui si sta per compiere l’atto finale di un processo lentamente costruito da Gilligan & Gould in queste stagioni. Ad essere giudicati sono due uomini: uno ha ingannato il fratello affinché qualcun altro (per lui importante) potesse avere il lavoro per cui aveva duramente faticato, l’altro ha per una vita intera covato dentro di sé una poco giustificabile gelosia nei confronti di un fratello, sì maldestro, ma di sicuro non malvagio. 

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Chicanery segna la definitiva rottura tra Jim e Chuck. Se da un lato sono molti i punti di congiunzione tra il loro racconto e la parabola di Caino e Abele (il motore stesso della storia su tutti), dall’altra non possiamo non notare quanto i due racconti siano distanti e differenti. In primis perché quella netta divisione tra il bene e il male illustrata nella Bibbia qui non ha modo di esistere. Per quanto sia una storia di finzione, qui malevolenza e benevolenza si scambiano di posto con frequenza: per perseguire un “bene” Jimmy deve agire con il “male”. 

In secondo luogo, vittima di questo combattimento non è di certo il buono della situazione. Ed è qui che si potrebbe facilmente rintracciare un altro riferimento biblico, quello della lotta tra Davide e Golia. Un piccolo uomo dotato di astuzia che si scontra con il gigante, tronfio e nepotista, che si ritrova in trappola. Senza alcuna via di uscita.

Giunta al quinto episodio, questa terza stagione di Better Call Saul conferma una maturità narrativa spaventosamente soddisfacente. Dopo il ritorno tanto atteso di Gus e l’inizio di quella proficua collaborazione che conosciamo con Mike, anche la storia di Jimmy viaggia con velocità verso un presente fatto di camice sgargianti prima e di cinnamon rolls poi.

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Nota a margine: 1 ora e 43 minuti.

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3.05 - Chicanery
  • Caino e Abele
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