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Betaal e il consiglio giusto per il motivo sbagliato – Recensione della miniserie horror indiana di Netflix

Betaal: la recensione
Netflix

C’era una volta l’horror degli anni Ottanta capace di generare una lista di mostri entrati nell’immaginario collettivo. Freddy Krueger da Nightmare, Jason Vorhees da Venerdì 13, Michael Myers da Halloween si aggiunsero ai personaggi classici quali vampiri, licantropi, mostri alieni, zombie. Un successo tale da generare una pletora di imitazioni low cost e soprattutto di bassa qualità spesso prodotte per il mercato home video che allora furoreggiava. Perché l’horror è a suo modo arte (e Kubrick in quegli anni lo dimostrò con Shining). Ma ogni arte si porta dietro il suo codazzo di B – movies. O anche film di serie zeta. Oggi che si assiste ad una rinascita dell’horror poteva mancare il codazzo di cui sopra? Betaal è la risposta di Netflix a questa domanda.

Betaal: la recensione
Betaal: la recensione – Credits: Netflix

Tra zombie colonialisti e soldati corrotti

In un divertente video di presentazione dei David di Donatello di quattro anni fa, Alessandro Cattelan e Ciro Priello dei The Jackal si lamentavano di avere una videoteca ricca solo di film con robot che sparavano a zombie. Commentando con un fulminante “tutta roba di serie B… ma bellissima”. Succede qualcosa di molto simile con Betaal una volta che si sia entrati nel mood giusto. Che è quello di chi accetta di star guardando un prodotto che vuole solo spaventare solo quel tanto che serve a non annoiare. Con una sceneggiatura approssimata, dialoghi farciti di battute fuori luogo, effetti speciali e trucco di scena un tanto al chilo e se è di più lascia pure tanto per quello che costano.

D’altra parte la serie ci mette molto poco  a chiarire che questo è il suo intento. Perché quale altro potrebbe essere quello di una serie che vede fronteggiarsi zombie in divisa da soldati dell’esercito coloniale di sua Maestà nell’India di fine Ottocento contro un corpo di élite dell’esercito indiano dei giorni nostri? Senza farsi mancare anche la multinazionale cinica che corrompe i comandanti per fare piazza pulita dei contadini innocenti che sono sul tracciato di un’autostrada da costruire solo per profitto. Più una ragazzina innocente destinata a essere senza nessun particolare motivo la preda più ambita dal capo degli zombie. Si, perché gli zombie non sono veri e propri zombie, ma cadaveri ambulanti guidati dalla volontà del loro ex colonnello che ha fuso magia nera e spiriti indù. Scrivendo anche tutto in un diario appositamente lasciato in bella mostra così da fornire spiegoni ad hoc quando serve.

Se la breve sinossi riportata vi sembra confusa, non disperate. Seguire con attenzione i quattro episodi di cui si compone la serie vi farà rendere conto che non avete letto male voi o riassunto male il sottoscritto. Va proprio tutto così, senza un solido filo logico che stabilisca con chiarezza chi, come, perché. Eppure, il miracolo avviene lo stesso. La serie riesce ad essere contemporaneamente irritantemente confusionaria e perfettamente prevedibile. Merito e colpa di una sceneggiatura che abusa dei cliché tipici dell’horror sia nella scrittura dei personaggi che nella messa in scena dei momenti del terrore. Jumpscare, sacrifici eroici, salvataggi all’ultimo minuto, gore, splatter. Tutto avviene esattamente nell’istante in cui ci si attende che avvenga.

Fa paura Betaal? Dipende dal numero di horror che si sono visti in precedenza. E ne bastano davvero pochi per capire quando arriverà la scena che dovrebbe farci paura. E che quindi paura non fa.

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Betaal: la recensione
Betaal: la recensione – Credits: Netflix

Una grigliata mista a fuoco spento

In verità Betaal ci prova a mettere carne al fuoco per rendere la serie qualcosa più di un prodotto di serie B. C’è la corruzione delle multinazionali che col potere dei soldi piegano al loro volere gli apparati dello stato a danno dei più deboli tra i deboli. Si prova ad instaurare un discorso complesso sul male nascosto dietro il paravento assolutorio dell’obbedienza cieca agli ordini superiori. Né manca un velato accenno femminista sul come una società maschilista come quella indiana vede le donne e ciò che davvero sono in grado di fare.

Il tormento interiore di Siroi si incastra con il male incarnato dallo spirito maligno del colonnello Lynedoch che gioca proprio sulla volontà del primo di comportarsi sempre da buon soldato. Capire cosa significa davvero essere un buon soldato sarebbe il percorso che la serie vorrebbe far compiere al suo protagonista. Se solo se ne interessasse. Cosa che accadrebbe in una serie horror che ambisse almeno a non retrocedere in serie B. Ma a Betaal interessa poco anche finire in serie C tanto ormai Netflix l’ha già acquistata e distribuita. Missione compiuta e grazie a tutti per essere intervenuti.

Discorso analogo per la questione femminista che si intreccia al rapporto tra la piccola Sannvi e il padre Mudhalvan. Alla visione retrograda paterna della donna destinata a restare sempre in secondo piano la ragazzina può opporre un ricco parterre di esempi che dicono il contrario. Ed è interessante notare come queste figure femminili forti non sono soltanto positive come la soldatessa Ahluwalia e l’eroica Puniya. Ma anche negative come la comandante corrotta Tyagi. Come a voler ricordare all’India che nessun ruolo è precluso alle donne. Peccato che a dirlo sia una serie come Betaal la cui credibilità è minata dalla scadente qualità.

Paradossalmente, Betaal finisce per assomigliare ad un cuoco che abbia scelto i migliori pezzi di carne per preparare una sontuosa e succulenta grigliata. Lasciando però a casa tutto l’occorrente per accendere il fuoco.

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Betaal: la recensione
Betaal: la recensione – Credits: Netflix

Blumhouse più Netflix più India

Viene spontaneo chiedersi il perché di una serie come Betaal. La risposta arriva quando si vanno a leggere i nomi all’origine del progetto. A partire da quella Blumhouse Television, costola per la tv della casa produttrice di Jason Blum. Un nome a cui si deve la rinascita del cinema horror negli ultimi dieci anni con titoli come Paranormal Activity, Insidious, La Notte del Giudizio, Oujia, ma soprattutto Scappa – Get Out. Poteva mai una simile casa di produzione non prodigarsi per far risorgere anche l’horror di serie B? No, ovviamente.

E chi meglio di Netflix, da sempre avida di qualunque cosa possa attirare l’attenzione nel bene o nel male, poteva contribuire mettendo a disposizione la sua onnipresente rete? Tanto più che la creatura di Reed Hastings sembra aver trovato nell’India il terreno migliore dove far crescere prodotti con un ottimo rapporto ricavi/costi. Betaal si inserisce nella scia aperta da Sacred Games e Leila che erano, tuttavia, di qualità molto più alta. Il riferimento più appropriato è, invece, la miniserie Ghoul che con questa condivide il creatore Patrick Adams, ma anche gli stessi produttori (Blumhouse e Netflix). Solo che qui si gioca così tanto al risparmio che è inevitabile pensare che lo si sia fatto apposta. 

Non è, infatti, colpa dei volenterosi attori se i loro personaggi sono stereotipati e privi di ogni sviluppo. Né si può imputare qualcosa agli autori delle musiche che sanno miscelare bene suoni orientali e ritmi tenebrosi. Pregi sporadici che si perdono tra dialoghi surreali e battute maldestramente comiche. Così ci si trova ad ascoltare i dubbi amletici di chi non vuole uccidere il cugino zombie perché ha promesso alla zia di riportarlo a casa sano e salvo. Oppure a sghignazzare del tono epico con cui si carica un cannone d’anteguerra minacciando una personale interpretazione della Brexit dura. Passando per chi lamenta i mali del colonialismo passato accusando gli inglesi di voler depredare l’India anche dei suoi spiriti maligni. Un pot-pourri di assurdità che si accumulano fino al punto in cui non si può fare a meno di amarle. Perché ci vuole una certa maestria anche per riuscire a immaginare il peggio.

Betaal è una di quelle rare serie che costringono il recensore a fare quello che non dovrebbe fare. Consigliare a tutti di vederla. Ma per il motivo sbagliato. Non perché è di qualità superiore, ma perché, come diceva Ciro a Paolo Sorrentino in chiusura di quello sketch, riferendosi all’improponibile Robot Zombie 2, “questo è cinema… altro che la suora che sale le scale”. Beccandosi un “sei un cretino” dal regista premio Oscar. Eppure, quanto è bello essere cretini ogni tanto!

Betaal: la recensione
3

Giudizio complessivo

Una sufficienza immeritata ma guadagnata semplicemente perché all’horror di serie B si finisce sempre per volere bene 

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