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Cinema

Belle e Sebastien – L’avventura continua: la recensione

La maledizione del successo. Si potrebbe ironicamente chiamare così l’infelice sorte che attende i film che, andando oltre le più rosee aspettative dei produttori increduli, riescono a riscuotere consensi di critica e pubblico superiori a quelli che era lecito sognare. Maledizione perché la natura intrinsecamente avida degli stessi produttori li porta a trasformare un’opera delicatamente leggera e intelligentemente unica in un non necessario franchise costringendo gli autori della prima ora ad inventarsi qualcosa per mandare avanti un’opera che ritenevano felicemente chiusa. Maledizione perché certe alchimie sono sovente irripetibili e perpetuare nella ricerca di un bis finisce per cancellare il credito che tanto faticosamente ci si era guadagnati.

Belle e SebastienSuccede questo al secondo capitolo delle avventure del testardo Sebastien e del suo splendido cane Belle che arriva nelle sale in tempo per sfruttare l’ondata buonista del Natale imminente proprio come già avvenuto un anno fa. Se l’uscita al cinema è la stessa, ben diversa è la qualità dei due prodotti sebbene il cast di autori e attori sia rimasto sostanzialmente invariato e il cambio di regista (da Nicolas Vanier a Christian Duguay) non sia quasi visibile tanto simili sono le due tecniche narrative. Quel che, però, fa calare notevolmente il livello è una sceneggiatura che sposta l’attenzione completamente sul piccolo Sebastien relegando Belle ad un ruolo di deus ex machina scrivendo una sorta di adventure movie che tradisce lo spirito del primo film. Seppur diverso dal romanzo omonimo di Cecile Aubrey e dal cartone da esso tratto, il primo Belle e Sebastien era stato capace di sorprendere grazie alla delicata storia del rapporto tra un bambino solo e un cane tormentato, metafora nascosta dell’innocenza che sa guardare oltre l’apparenza restituendo la verità che gli altri non vedono. Anche la trama di contorno con i nazisti cattivi e i partigiani eroici era uno sfondo non troppo insistito, ma reso funzionale alla maturazione dei diversi personaggi e alla riabilitazione di Belle agli occhi di adulti increduli. Un film che, quindi, parlava di sentimenti semplici in modo elegante sottolineando il tutto con l’ariosità incontaminata di montagne innevate, pascoli verdi e cieli limpidi che ben si sposavano con la purezza lieve dei due protagonisti. Tutti elementi che vengono inopinatamente cancellati in questo sequel che sceglie, invece, di fare di Sebastien l’eroe indomito di una missione di salvataggio il cui inevitabile happy ending richiede una serie di avvenimenti che oscillano tra l’improbabile (perché, per quanto tenace, Sebastien è pur sempre un bambino di dieci anni) e il semplicistico (con Belle che trova sempre la strada giusta al momento giusto e aiuti che arrivano sempre un attimo prima della tragedia). Sebbene si tratti di un prodotto per un pubblico di età media piuttosto bassa, le soluzioni raffazzonate si susseguono tanto rapidamente e con tanta evidenza che persino spettatori in età da scuola elementare o poco più non possono che giudicare irrealistica l’evoluzione della storia (e le due ragazzine undicenni che mi hanno fatto compagnia al cinema sono una conferma sufficiente di quanto scritto).

Belle e SebastienChe il rischio di una sceneggiatura debole fosse dietro l’angolo, d’altra parte, si avverte immediatamente quando, mancando ora il burbero dal cuore buono (essendo stato Cesar convertito al buonismo alla fine del primo film), si decide di inserire come nuova figura inizialmente ostile il redivivo padre di Sebastien. Che questo spunti fuori dal nulla senza che a lui si fosse mai accennato in precedenza è il problema minore. Che tutti sapessero già della sua esistenza e che viva addirittura poco fuori dal paese è decisamente meno facile da mandare giù anche perché costringe gli autori ad inventarsi un odio a prescindere da parte di Cesar che non viene per nulla motivato. Eppure, la presenza del padre avrebbe potuto essere l’occasione buona per ripetere il miracolo dello scorso Natale dedicando il film alla costruzione del rapporto tra Sebastien e il ritrovato genitore Pierre. Niente di tutto questo viene fatto con i due che rapidamente passano dalla comprensibile antipatia reciproca ad una felice collaborazione che, sebbene figlia delle difficoltà superate insieme, arriva troppo in fretta. Ancor meno si capisce la presenza dell’altra new entry, la ribelle preadolescente Gabrielle, dal momento che né ha alcuna influenza seria sul carattere di Sebastien né contribuisce in maniera essenziale allo sviluppo della trama. Troppo flebile è l’accenno a qualcosa più che una simpatia tra i due (perché Sebastien rimane bambino anche se Gabrielle si avvia a non esserlo più) a meno che non si sia voluta lasciare la porta aperta per un ritorno in un per nulla auspicabile terzo capitolo.

Belle e SebastienC’è, comunque, del buono in questo sequel. Ed è nella felice scelta di non abbandonare gli spazi aperti e la vivida freschezza di una natura amica esaltata da una fotografia che privilegia colori chiari e luci intense. Soprattutto, continuano ad essere convincenti le prestazioni del cast di attori (e del cane). Tchecky Karyo torna a interpretare un Cesar rabbonito ma pronto a mostrarsi spigoloso con chi non ha ancora guadagnato la sua fiducia e conferma quanto di buono fatto in precedenza anche se stavolta il suo personaggio è assente sulla scena per gran parte dell’azione. Sufficiente anche Thierry Neuvic a cui spetta l’ingrato compito di essere Pierre, il padre involontariamente assente, che riesce a essere credibile nonostante i costumisti decidano di abbigliarlo quasi come un Indiana Jones senza frusta. Ancora una volta, il voto più alto va sicuramente al piccolo Felix Bossuet la cui espressività è tale da riuscire a restituire i sentimenti del suo personaggio anche restando in silenzio.

Questo sequel aggiunge al titolo (anche quello originale) il claim “l’avventura continua”. Ma il primo film era fatto tanto bene ed era tanto irripetibile che probabilmente sarebbe stato meglio lasciare Sebastien ai suoi giochi con Belle perché quella era l’unica avventura che doveva continuare.

Belle e Sebastien – L’avventura continua: la recensione
  • Ci si doveva fermare al primo
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