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Bates Motel

Bates Motel: Recensione dell’episodio 1.01 – First You Dream, Then You Die

Premessa doverosa: questa recensione ha due facce, come Norman Bates. Nella prima parte sarò estremamente composto, nella seconda sarò impietoso e saccente ai limiti dell’insopportabile per chi avesse amato il pilot di questa serie. Ciononostante, ho messo tre stelle quindi sappiate che il mio giudizio in linea di massima è positivo, ma personalmente credo possa significativamente migliorare. Detto ciò…

Nel 1998, Gus Van Sant ci aveva provato: tornare nel motel più famoso della storia del cinema per ricalcare il successo di una vera pietra miliare dell’horror d’oltreoceano. In parte, il giovane regista aveva assolto al suo compito ma quello che consegnò alle sale non era un vero e proprio remake, bensì una pellicola di estrema perfezione estetica che non apportava alcuna significativa impronta personale o innovativa rispetto al capolavoro hithcockiano. In sostanza, Van Sant aveva girato uno Psycho in technicolor. Il resto del merito restava di Mr. Alfred.

bates motelLuglio 2012. La rete A&E decide di investire sulla penna di Carlton Cuse (chi ha amato Lost farà le dovute associazioni) e Kerry Ehrin, creatori nonché produttori esecutivi dell’interessante novità in questione, dal titolo abbastanza indicativo.

Come già era accaduto per Hannibal, la televisione si appropria di un altro personaggio ormai entrato a far parte dell’iconografia cinematografica, per creare un serial-prequel. Norman Bates ha il volto di quell’ex bambino prodigio che è Freddie Highmore (August Rush, Neverland, Charlie and the Chocolate Factory), Vera Farmiga invece interpreta Norma Bates, origine di tutti i mali. L’alchimia fra i due portentosi attori è il punto di forza della serie ed è subito evidente, il loro rapporto simbiotico è immediatamente delineato, la malattia mentale serpeggia nelle espressioni, nelle inquadrature claustrofobiche, negli assurdi veti materni, nell’arresa ribellione del giovane Norman.

La scelta di portare la storia oscura della famiglia Bates ai giorni nostri, tuttavia, rappresenta un rischio di scrittura non youfeed-bates-motel-freddie-highmore-nel-pilot-della-serie-a-eindifferente: a tratti, le dinamiche psicologiche madre/figlio che avevano fatto la fortuna del primo Psycho, risultano paradossali in un’epoca in cui – almeno in linea generale – la psicosi non è più dettata da simbiosi genitoriali così estreme ma da ben altre variabili. Insomma, suona abbastanza strano che nel 2013, epoca di i-phone e forme di comunicazione abbastanza emancipate, una madre possa vietare al figlio diciassettenne di uscire con qualche amica, e che lui debba addirittura uscire di nascosto dalla finestra. Se non altro, avrei preferito a quel punto che il ruolo coercitivo di Norma fosse maggiormente delineato e approfondito, prima di essere catapultato in una scena che ho trovato abbastanza risibile, almeno a mio parere.

La mia impressione generale, è che la serie sia partita troppo velocemente: va bene il cold open con la morte del padre (e anche lì risulta troppo velocemente chiaro che c’è lo zampino di Norma), ma la morte di Keith Summers – la cui famiglia possedeva il motel prima dell’acquisto da parte di Norma – l’ho trovata di un’accelerazione narrativa a dir poco insostenibile: in sostanza, succede troppo e troppo velocemente. L’uomo si reca da Norma, butta giù due minacce e poi torna per violentarla e ucciderla. Seriously?! Sembra non stesse aspettando altro, ma quella scena sarebbe dovuta arrivare solo dopo altri momenti di tensione narrativa. Invece si consuma tutto repentinamente, e come se niente fosse ci ritroviamo su una barca in piena notte con madre e figlio che allegramente buttano il cadavere in acqua dopo essersi giurati fedeltà eterna.

bates-motel-nestor-carbonell-nel-pilot-della-serie-a-e-259727Nel frattempo, in pieno stile Hitchcock, assistiamo alla fase dell’occultamento con ripulita di moquette annessa e, in pieno stile yankee, all’incontro con lo sceriffo-hombre-latino-sospettoso (c’era una volta Richard in Lost) e il braccio-destro-biondo (ah, gli stereotipi) che non si accorgono di una beneamata cippa.

Norman nel frattempo familiarizza con un quadernetto-manga-sadomaso (WTF?!) che non ho ben capito se l’ha trovato sotto la moquette o ce l’ha nascosto lui, e che sembra essere fonte d’ispirazione per le sue prossime (prime? Boh!) malefatte da psicopatico. A proposito, è vero che sua madre è pazza e invincibile (attenzione, la donna che da sola fermerà la costruzione di un’autostrada)  ed è fin troppo chiaro che Norman vorrebbe punire tutte le donne al suo posto, ma resta comunque un vuoto di scrittura fra il timido Norman e l’assassino Norman, che spero sarà colmato gradualmente nei prossimi episodi. In ogni caso, mi auguro di cuore che a morire sia una di quelle cheer leader idiote e non Emma, la ragazza con la fibrosi cistica che è l’unica a starmi un po’ più simpatica e che per questo son certo schiatterà a breve.

In definitiva, come dicevo nella (doverosa, eh) premessa, credo che questa serie abbia dell’ottimo potenziale (nonostante i continuibates-motel-olivia-cooke-nel-pilot-della-serie-a-e-259730 paradossi, avevo un certo senso di disturbo e fastidio alla fine del pilot, e questo è un bene) ma solo se imparerà a gestire la sospensione dell’incredulità in modo più efficace. Se l’intento invece è quello di presentare un prodotto di scrittura autoreferenziale che non abbia alcunché di realistico ma che voglia solo rendere omaggio (abbastanza simpaticamente ma non di più) a un capolavoro dell’horror, beh, ce lo facciano sapere perché in quel caso approcceremo tutti mettendoci l’anima in pace come facciamo con prodotti come Revenge, in cui l’assurdo è premessa indispensabile per apprezzarne la qualità.

Tre stelle, ma sulla fiducia proprio.

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