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Awake

Awake – Season 1 (and lonely)

Agli upfront dello scorso anno questo progetto aveva alzato uno dei più grossi hype della stagione, poi rivelatosi in parte una delusione. Per l’NBC la delusione maggiore sono stati sicuramente i dati degli spettatori, ben al di sotto della media del Network, che hanno portato ad una prematura cancellazione.

Il plot era sicuramente interessante: un detective della polizia di Los Angeles, che dopo un tragico incidente d’auto, si ritrova a vivere due realtà parallele, in una delle quali è morto suo figlio nell’incidente e si è salvata sua moglie, nell’altra è successo esattamente l’opposto.

Queste due realtà hanno diversi punti di divaricazione, oltre ai più ovvi, ossia il partner che cambia, un differente psicologo dal quale il protagonista, Michael Britten, viene seguito per curare il trauma post incidente e diversi casi che si sviluppano nelle due realtà, che vengono definite come rossa e verde dallo stesso show.

Notevoli sono, invece, i punti in comune tra le due realtà, che vanno dai “messaggi” che passano da una “mondo” all’altro e influenzano sia la sua vita privata che la sua vita professionale, fino al sub plot “mistery” di cosa sia veramente successo la notte della tragedia e le motivazioni di tutto.

Il primo grosso problema narrativo di Awake è stata proprio la parte procedurale, in cui si susseguivano, anche se non in tutti gli episodi, casi della settimana, a volte anche duplici, che non erano decisamente interessanti, sia per il senso di già visto di alcuni, sia perché, proprio a causa della struttura a doppio binario e dell’inserimento di altre tematiche, i “case of the week” avevano necessariamente poco screentime e quindi erano semplificati e gestiti superficialmente.

L’altro grosso problema dei “casi” è stato che spesso era un minimo dettaglio di una realtà ad influenzare la risoluzione dell’indagine nell’altra realtà, risultando spesso un deus ex machina troppo forzato.

Nessuna di queste indagini è stata particolarmente memorabile e l’unica che poteva creare un discreto interesse per le potenzialità di un villan interessante è stata quella dell’episodio 5 “Oregon” in cui il centro narrativo è stato il serial killer “Gemini” evidentemente introdotto come possibile villan ricorrente ma poi eliminato per via dell’annunciata chiusura della serie.

Quello che invece ha funzionato di più è stata la parte “privata” della storia, in cui sia gli sviluppi delle dinamiche della famiglia in lutto (nonostante una Laura Allen nella parte della moglie mai incisiva) e soprattutto nell’analisi della psiche del protagonista, per la mancata elaborazione del lutto, dovuta alle due realtà complementari, sostenuta dall’ottimo (anche se troppo poco utilizzato) lavoro dei due psicologi, tra i quali si è distinta l’ottima prova recitativa di BD Wong.

Spingendo molto su questa parte sono stati realizzati degli episodi di ottima fattura, come il sesto “That’s not my Penguin”, in cui Britten si confronta con la mancata accettazione della realtà grazie al doversi confrontare con il “villan” dell’episodio (un ottimo Billy Lush) e soprattutto come gli ultimi tre episodi dove sono avanzati a passo spedito sia la trama orizzontale che le allucinazioni e le psicopatie che avrebbero dovuto avvolgere l’intera serie. Particolare encomio all’episodio “Say Hallo to my little friend”, davvero a livelli dei migliori episodi di stagione in generale, in cui esplode improvviso quel senso di perdita mancante e lo spettatore è gettato in un’insicurezza crescente, empatizzando col protagonista.

Jason Isaacs inoltre è stato bravo per tutta la stagione, fornendo una prova attoriale sicuramente di alto livello e che mi farà dare sicuramente fiducia al suo prossimo progetto. Menzione anche per Kevin Weisman, che negli ultimi episodi s’è ritagliato un ruolo da villan decisamente ben interpretato.

Veniamo al finale (e qui divento spoileroso, quindi chi volesse recuperarsi la serie eviti di leggere): spinti dalla cancellazione presumo che gli autori abbiano messo tutto il loro impegno per dare una chiusura decente alla storia, ma il risultato è interpretabile e varia dalla delusione ad un bello ma potevano fare meglio, lasciando all’interpretazione di ognuno quale sentimento scegliere. Io personalmente, ho apprezzato che il finale non contenesse cliffhangers, anche se avrei gradito spiegassero le cose anziché lasciarle all’immaginazione dello spettatore. Io ho interpretato nel senso che la realtà rossa era quella reale e la realtà verde è una creazione della sua mente in cui lui fa andare le cose nel modo giusto, la realtà verde sostanzialmente è frutto del suo subconscio che gli da indicazioni che a livello conscio gli sfuggono e gli rende almeno minimante sopportabile la perdita. Quando lui alla fine si rende conto che la realtà verde è immaginaria, allora passa ad un nuovo livello e crea un universo dove la tragedia non è mai successa, mentre nell’unica realtà vera, la rossa, sconfitto e fallito, si trova in carcere da perdente e pazzo.

(fine parte spoilerosa)

La conclusione finale è che Awake secondo me andava visto, o va recuperato per chi non l’ha seguito, proprio per gustarsi la bellezza di quei 4/5 episodi, che sono riusciti veramente bene, nonostante l’inutilità e noia degli altri, ma sicuramente non è né sarà mai un must della serialità televisiva.

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