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Cinema

Ave, Cesare!: recensione del film dei fratelli Coen al Festival di Berlino 2016

Cesare

È finalmente iniziata la 66° edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, che più spassosamente non poteva aprirsi: l’incipit porta infatti la firma di Joel e Ethan Coen, che allietano il pubblico con il loro nuovo e atteso film, Ave, Cesare!, che porta il titolo originale un po’ infelice di Hail, Ceasar!, facilmente criticabile in terra germanica. Per fortuna però il pubblico apprezza il loro tagliente e al contempo assurdo humor, che tanto da vicino ricorda la trilogia dell’idiota da loro realizzata (Fratello, dove sei?, Prima ti sposo poi ti rovino e Burn after reading – A prova di spia).Cesare

Ave, Cesare! offre l’opportunità ai fratelli Coen di ricreare l’ovattata atmosfera della Hollywood anni ’50, vissuta all’interno dei tanto frenetici studios, sempre coinvolti in qualche disputa problematica. Ed è ciò che infatti accade in questa ironica pellicola. Il protagonista è il fixer Eddie Mannix (Josh Brolin), specialista addetto alla discreta e silenziosa soluzione dei problemi dei Capitol studios, che risultano essere più complessi del previsto. Il tema offre un volo d’angelo meta-cinematografico attraverso una visione altalenante tra dietro le quinte, i set e i film stessi sul grande schermo, a partire dal fulcro dell’assurda disavventura che funge da cuore vero e proprio del film. Tra questi, infatti, dal set del suntuoso peplum che porta il nome di Ave, Cesare!, viene rapito il protagonista Baird Whitlock (George Clooney), superstar del momento e talentuoso attore impegnato e imprigionato per tutta la durata del film (dei Coen) nelle sue vesti di centurione romano, con tanto di calzari e spada ingombrante. A chiedere il riscatto sono un gruppo di assurdi personaggi che cercheranno di fare un pacifico lavaggio del cervello al super divo, super stupito nonché super stupido Whitlock. La situazione si fa critica per Mannix, che non riesce né a recuperare né tanto meno ad avere notizie dell’attore, oltre ad affrontare le questioni del momento, come il faccia a faccia diplomatico a tema religioso con i massimi esponenti del mestiere, o i capricci di una avvenente Scarlett Johansson, che interpreta un’attrice impegnata in una coreografia acquatica patinata, o, tra l’altro, l’insistenza della moglie che controlla il suo vizio per il fumo.

CesareIl film si sviluppa dunque in una serie di gag all’insegna dell’improbabile, dell’assurdo, di quei dialoghi al limite del non-sense che riescono così bene ai due fratelli registi. Con tutta l’ironia del caso, che forse nasconde della malinconia così come delle critiche, viene ricreata quell’atmosfera della Hollywood classica che tanto si basava sull’individualizzazione di generi cinematografici (al tempo) impermeabili. Ne è un esempio il melodramma che l’impaziente Laurence Lorenz (Ralph Fiennes) cerca di dirigere con l’imposizione da parte dello studio di un attore del tutto estraneo all’ambiente, l’agile ed esperto cowboy interpretato da Alden Ehrenreich, che stenta ad abbandonare il suo personaggio anche al di fuori dello schermo, facendo imbestialire il suo nuovo regista. È da un lato un omaggio a quel cinema settoriale con i suoi divi-icone intoccabili che probabilmente mai più esisterà, sia una spia che quel mondo, come in effetti è accaduto, cominciava a cambiare struttura proprio per imposizioni esterne, non per mano degli artisti.

Attraverso la figura del supervisore Mannix, che si muove agilmente da un set dell’antica Roma a quello di un musical di marinai, intromettendosi da lontano nel dietro le quinte di un film western e mettendo a tacere i più o meno piccoli scandali di attori e attrici, guardiamo da vicino la fabbrica della finzione di qualche decennio fa. Certo, c’è chi la prende troppo sul serio, ed è proprio quello che viene calcato e che ci fa ridere. C’è infatti chi non è in grado di uscire dal proprio ruolo, più o meno volontariamente, così l’eterno cowboy, uno dei finti marinaretti che accenna passi di danza anche fuori dal set, così lo stesso Whitlock, un centurione costretto che si immedesima talmente tanto in una delle sue battute da commuovere gli spettatori… In questi termini credo si possa parlare di un omaggio, velato da un superstrato esilarante, al cinema in generale, a tutta quella magia bugiarda che lo circonda ed a tutti i suoi personaggi assurdi e spostati che gravitano intorno ad esso, nonostante la pressione del mercato degli studios gravi continuamente su di loro.Cesare

Dietro ai produttori, dietro alle grosse case cinematografiche c’è anche questo, ci sono situazioni problematiche tanto quanto improbabili o ridicole, così è stato e probabilmente così sarà per sempre: benché gli attori, nell’accezione proppiano-greimasiana del termine, siano diversi rispetto a quasi sessant’anni fa, gli attanti, in fondo, non sono molto cambiati.

Così, grazie alla destrezza e alla simpatia dei Coen, il pubblico finisce per ridere di ciò che conosce forse solo parzialmente, ma che in fondo non gli è troppo difficile da immaginare.

Un buon inizio, un’aria di freschezza anni ’50 per aprire le danze di un festival all’insegna della celebrazione del cinema!

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