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American Horror Story

American Horror Story: Recensione dell’episodio 2.07 – Dark Cousin

Con questo episodio controverso e delicato American Horror Story entra nella sua maturità andando a toccare temi pesanti, con un punto di vista fondamentalmente cinico ed oscuro, che tocca la morale e l’etica umana. Il tema dell’episodio è il suicidio, affondando in realtà in un’osservazione della realtà che non ammette redenzione. Una puntata con uno sviluppo della trama non particolarmente vivace, ma che ha nel suo tono, nella sua glaciale fermezza e nelle sue affermazioni, qualcosa di profondamente inquietante.

Lasciatemi parlare prima di tutto dell’ennesimo tema inserito da Murphy nella serie. Dopo zombie, mostri deformi, serial killer, alieni, il tema della follia, il diavolo, il dottore pazzo nazista, la religione corrotta e la misoginia anni 60, arriva anche l’angelo della morte e c’è subito un incontro tra angeli e demoni. Per un momento mi è sembrato di vedere una scena tratta da Supernatural. Il che mi garba molto, per gusto personale. Trovo che le storie sovrannaturali sulla mitologia “cristiana” siano sempre affascinanti. Ecco perché vedere l’angelo della morte parlare con il diavolo è davvero gustoso. Davvero apprezzabile la glacialità dell’interpretazione dell’angelo nero.

A parte questa virata ancora più verso il sovrannaturale, l’episodio è mortalmente terreno. Partendo dal personaggio mai visto prima Miles, che cerca la morte per smettere di soffrire, passando per Lana, Grace, l’uomo che è stato lasciato dalla moglie e ovviamente Sister Jude. Ognuno a modo proprio ma ognuno partendo da una stessa premessa: non c’è via di scampo. Sono tutte anime che provano in ogni modo di superare i propri problemi, di rompere le proprie prigioni, di fare di necessità di virtù e di trovare il modo di restare aggrappati alla vita.

Ma il punto di vista del racconto è che questo non serve. Perché per ogni lucchetto che si spezza altri se ne chiudono in un circolo impossibile da rompere. Un cinismo assoluto, che dice che non c’è speranza di redenzione, di salvezza. L’unica speranza è la morte, la propria morte, il suicidio. L’angelo della morte è l’angelo misericordioso che pone fine alle nostre sofferenze.

Di questa inutile corsa, Lana ne è l’esempio più lampante, mentre vale meno per Sister Jude, che dopo aver scoperto la morte del detective ebreo, si scopre braccata, scivola verso l’oscurità, a un passo dal suicidio essa stessa, spinta ovviamente da Sister Eunice. Nonostante tutto trova la forza per un ultima prova, affrontare i genitori della bambina che aveva investito tanti anni prima, per scoprire che la bambina quella sera non era morta, ma è ancora viva e vegeta e addirittura madre. Questa scoperta sarà senza dubbio la nuova spinta che darà forza al personaggio di Jude.

Prima di chiudere, alcune note. Davvero piacevole il passaggio di “consegne” dal Dottor Arden al Diavolo/Sister Eunice. E a proposito, Lily Rabe è un’attrice che sta mostrando la propria abilità straordinaria nell’intensità delle sfumature con cui è in grado di rendere i vari aspetti del suo multiplo personaggio. Mi è dispiaciuto per la morte di Grace, era un personaggio positivo e avrei voluto vederlo più in gioco, ma è una mia considerazione “emotiva”. Certo, questo crea anche un nuovo agente scatenante in Tate.

In ogni caso, questa seconda stagione Asylum si sta rivelando davvero eccellente, con un grande calderone di temi, senza dubbio, ma che per ora si amalgamano abbastanza bene, a tutto vantaggio di un intreccio che ha ancora molto da dare.

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