American Gods

American Gods: La brutalità del fenomeno migratorio trova finalmente spazio in televisione. Recensione episodio 1.02

American Gods questa settimana mette in scena cinquanta minuti di televisione densa e strabordante di idee, riflessioni e effetti visivi dallo stile barocco che fanno giungere lo spettatore a fine episodio con la testa tra le mani.

La riflessione sul concetto di essere un uomo in terra straniera, di essere un diverso perché proveniente da un altro luogo era stato in parte accennato nel pilot dalla scena dei Vichinghi ed ha in questo episodio la sua vera prima (fidatevi non sarà l’ultima) potente esplicazione. La serie non ha paura di descrivere cinicamente e in modo cattivo il fenomeno della segregazione razziale americana, che inizia nel 1600 come vediamo dalla scena introduttiva, ma perdura ancora oggi. Il voler sottolineare più volte che l’ospedale segnalerà le lesioni di Shadow solo se ha subito un colpo di arma da fuoco, fa sicuramente riflettere e pensare ai fatti che fino a pochi mesi creavano disordine nel cuore dell’America. Un monologo quello iniziale di Anansi (che poi chiameremo Mr. Nancy) che dovrebbe essere visto e rivisto, che punta il dito contro una delle più forti potenze del mondo per far emergere non nel solito modo buonista, questa enorme lacuna della sua storia di accoglienza. Ma cosa vuol dire migrare?

IL TEMA DELLA MIGRAZIONE COME FILO ROSSO DEL RACCONTO.

Il viaggio di Shadow e Wendsday continua e più le scene tra di loro aumentano, più i dialoghi accumulati crescono più iniziamo a capire che il racconto di Gaiman vuole cercare di spiegare il fenomeno migratorio, dalle sue origini ad oggi. Migrare secondo American Gods vuol dire essere catapultati in un mondo che non si rivela migliore, vuol dire rincorrere con i pensieri ogni giorno alla casa che abbiamo lasciato, il suolo che non calpestiamo più, la vita che è rimasta dall’altra parte dell’oceano.

Così il personaggio di Wendsday, capace di scatenare tempeste soffiando una manciata di polline è costretto a girare in macchina l’America, a portare regali scadenti a dei vecchi amici per costringerli ad aiutarlo e ad assistere impotente a Shadow che viene malmenato. Bliquis, o la Regina di Saba, dopo essersi nutrita è costretta ad entrare in un museo per poter rivedere i suoi gioielli gloriosi. Ed infine Czernobog nel suo meraviglioso monologo ci racconta come il paese in cui si è trasferito, gli abbia tolto anche l’unica cosa che amava davvero fare nella vita: uccidere con il suo martello.

Attraverso queste storie e tramite il personaggio di Shadow, il racconto di Amrican Gods accosta la perdita di vigore delle divinità antiche alla perdita di identità di chi subisce gli effetti negativi della migrazione. Cambiare continente, lingua, cibo, abitudini può rafforzare la tua identità o farti subire quella degli altri, quella imposta dalla tecnologia e dai media.

I due personaggi introdotti in questi episodi del Ragazzo Tecnologico e di Media, qui sotto le spoglie di Lucy, risucchiano Shadow come lo spettatore in una marea di promesse e orizzonti luccicanti, ma poi picchiano duro oppure, in modo cattivo e cinico, sbattono in faccia la realtà. La tecnologia e i mezzi di comunicazione vengono dipinti come enormi strisce di carta moschicida dove è fin troppo facile restare appiccicati, soprattutto se ci sente persi e senza scopo.

LA MERAVIGLIA TECNICA DI AMERICAN GODS

American Gods può essere definita già a questo secondo episodio una serie senza metro di comparazione, perché ad oggi un racconto così per tematiche e modalità di narrazione in tv non c’è mai stato. La capacità di Fuller di scrivere dialoghi con un lessico elevato, che sono lunghi, entusiasmanti e pieni di interpretazioni e significati è straordinaria. Il monologo iniziale e quello finale potrebbero essere piece teatrali o cinematografiche data la loro profondità e pathos. La scelta registica di mischiare fin da subito tutti i personaggi, proprio come nel libro, funziona e rende meno pesante il racconto senza confonderlo; la recitazione è superlativa, in questo episodio brilla Gillian Anderson unica e sola regina della tv; e poi aggiungiamo la regia, l’uso di immagini oniriche e musiche destabilizzanti. Inutile dire che un prodotto come questo è nuovo, unico e originale.

Nel 2017 sono molte le serie distopiche andate in onda, pensiamo a The Leftovers e a The Handmaid’s Tale, ma American Gods, anche se siamo solo al secondo episodio, riesce ad avere un ampio ventaglio di argomenti da raccontare senza fissarsi solo ed esclusivamente su un settore, e questo lo rende in potenza un prodotto che ha molto e forse troppo da dire.

Le domande sono molte: Shadow ne prenderà anche questa volta? Chi sono i misteriosi ceffi che vuole incontrare Wendsaday? Quanti altri arrivi in America dobbiamo aspettarci? Shadow esattamente chi è e sua moglie è davvero morta?

Non ci resta che aspettare e credere…

Good Luck!

Angolo della Vipera:

–          Grazie Fuller per averci donato una serie con la stessa quantità di nudi femminili e maschili

–          Anansi mostrato in abiti moderni è una scelta molto intelligente, che introduce il tema del divino come presente in ogni tempo e luogo, vedrete che avrà un suo perché.

–          Graditissima la scelta di approfondire le tre donne che nel libro appaiono poco.

–          Per i curiosi Czernoborg è il diavolo di fuoco che in fantasia è il protagonista della notte sul monte calvo.

–          Ma Mads Mikkelsen in quanto divinità apparirà secondo voi?

Episodio 1.02
  • In espansione
Sending
User Review
4 (2 votes)
Comments
To Top