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All Eyes On

All Eyes On: Xavier Dolan

Xavier Dolan

“Preferisco la follia delle passioni alla saggezza dell’indifferenza”: con queste parole dello scrittore Anatole France, Xavier Dolan ha chiuso il suo discorso di ringraziamento per la vittoria del Grand Prix all’ultimo Festival di Cannes con il suo ultimo lavoro, Juste la fine du monde.

Arrogante (quasi al limite della sopportazione per alcuni) ed egocentrico, Dolan potrebbe all’apparenza essere considerato l’erede moderno di un quell’immaginario voluttuoso che il Dorian Gray di Oscar Wilde o il Narciso di Ovidio rappresentano al meglio. Enfant prodige (o terrible, dipende dai punti di vista), è riuscito in pochissimo tempo a costruirsi una reputazione che molti altri registi hanno faticato a raggiungere in anni e anni di lavoro.

Classe 1989 e radici canadesi, ha iniziato fin da piccolo a frequentare i set cinematografici – come attore e doppiatore – e fotografici. Il debutto dietro la macchina da presa è nel 2009 con J’ai tué ma mère (presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes), nel quale si possono già individuare quelli che saranno i temi e lo stile che caratterizzeranno le sue produzioni successive (seppur con le dovute differenze, vista la varietà dei generi in cui il regista deciderà di cimentarsi). La consacrazione arriverà nel 2014 con Mommy, Premio della Giuria a Cannes e per ora l’unico film arrivato nelle nostre sale cinematografiche.

A 27 anni Dolan ha scritto, prodotto, diretto (ma in molti casi si è occupato anche dei costumi, delle musiche e del montaggio) sei film ed è al lavoro sul settimo. Una carriera ancora agli inizi, ma che già fa molto discutere. Positivamente e negativamente, come è ovvio che sia.

J’ai tué ma mère

La sua prima prova da regista è l’adattamento cinematografico di una pièce teatrale che lui stesso aveva composto all’età di 16 anni. Al centro del racconto, per certi versi autobiografico, il rapporto tra un madre e un figlio. La prima esageratamente variopinta nel suo agire e vestire, apparentemente solo concentrata su se stessa, il secondo nauseato da questa presenza alla quale nasconde una parte importante della sua esistenza, il suo essere omosessuale, ma soprattutto una parte importante del suo cuore.

Il film non è incentrato come sembrerebbe su uno scontro generazionale, quella frattura che ognuno di noi vive ad un certo punto della propria adolescenza come l’inizio di un processo di emancipazione dal nido familiare, né è una presa di posizione verso un certo mondo “esteticamente definito”. J’ai tué ma mère è il racconto di due anime sole, che la vita ha per caso messo insieme e che in quel rapporto che vivono – esclusivo, totalizzante, indissolubile – riversano tutte le loro paure, le loro gioie, la loro solitudine.

Les Amours Imaginaires

Lui, lei e l’altro. Il classico triangolo amoroso che ha ispirato decine e decine di film melodrammatici dagli inizi del cinema. Marie e Francis sono amici di vecchia data ma il loro rapporto viene a messo a dura prova quando a rompere gli equilibri arriva Nicolas, affascinante e carismatico ragazzo di campagna. Il gioco della seduzione che i due amici metteranno in atto, nemici ma allo stesso complici, li porterà ad inseguire un amore che in realtà non esiste, a rincorrere un sentimento che alla fine non ha un volto. E quando l’oggetto del desiderio verrà a mancare, non sparirà al contrario quella ricerca affannata dell’amore.

Les Amours Imaginaires è il film più “estetico” di Dolan – con lunghe sequenze in slow motion ad enfatizzare l’attenzione e la cura con cui i due concorrenti si preparano, osservano, si scontrano (anche fisicamente) per arrivare a catturare la preda – in cui a parlare sono soprattutto i colori che il regista ricerca nel contesto e abbina ai suoi personaggi. Colori primari, quelli con cui si creano gli altri. Come in un rapporto amoroso, in cui l’incontro tra il desideroso e il desiderato crea il desiderio. Che può prendere vita o rimanere qualcosa che non si può toccare, ma si può solo sognare.

Laurence Anyways

È probabilmente l’opera più complessa, di sicuro la più coraggiosa, di Dolan. Laurence è un professore di filosofia, apprezzato da alunni e  colleghi, e un scrittore promettente. Ha una fidanzata, Fred, con cui vive una storia d’amore intensa, bella, piena. Eppure al centro del suo cuore c’è un buco enorme, una voragine di cui solo lui conosce l’origine e che non ha mai avuto il coraggio di raccontare al mondo. Il giorno del suo trentacinquesimo compleanno decide che è arrivato il momento di togliersi quel peso di dosso e rivelare finalmente alla sua amata Fred di essere – sotto la barba, i pantaloni con le pence e le cravatte – una donna. Comunque Laurence, nome che in francese ha una valenza sia maschile che femminile.

Laurence Anyways non è – per lo meno non è solo – il racconto di una trasformazione, di una rivelazione. Dolan, nelle 2 ore e 39 minuti che compongono la pellicola, racconta (in costante tensione tra conscio ed inconscio) l’incontro/scontro tra due anime unite da quello che gli uomini chiamano amore per convenzione, ma che in realtà solo il cuore riesce a capire bene. I dieci anni della vita di Laurence e Fred di cui siamo testimoni sono la piccola parte di un viaggio più grande, la vita, in cui entrambi si dovranno scontrare con i pregiudizi delle loro famiglie e della società, in cui dovranno e vorranno trovare la loro identità, anche a costo di dover rinunciare a quella parte di sé a cui non avrebbero mai voluto dire addio.

Tom à la ferme

Con le spalle alla città, Tom à la ferme cambia non solo lo scenario ma anche e soprattutto il genere cinematografico. Dolan decide di cimentarsi nel thriller psicologico lasciando da parte, quasi completamente, il suo modo visionario e colorato di raccontare i suoi personaggi. Qui a predominare sono il giallo e il verde della campagna, luogo in cui il nostro protagonista giunge alla notizia dell’improvvisa scomparsa del suo compagno Guillaume. Tom si ritroverà a dover gestire una realtà di cui non era a conoscenza (che da un lato lo spaventerà ma dall’altro lo attrarrà, in maniera morbosamente sensuale) e un segreto (il suo amore per quel ragazzo tragicamente scomparso) che sarà la chiave di accesso ad altre porte nascoste.

Di forte ispirazione hitchockiana, con Tom à la ferme Dolan porta sul grande schermo per la prima volta un testo non suo. Il film è infatti basato sull’omonima opera teatrale scritta da Michel Marc Bouchard. E l’impostazione teatrale, la staticità delle situazioni, le lunghe scene di confronto tra i personaggi fermi nelle loro posizioni – sul palco, come sulla vita – costringono il regista a mettere per un attimo da parte (nella maggior parte del film) il “gusto” per il movimento, a favore di un confronto più fermo tra città e campagna, pretesto per scavare ancora una volta nella psiche umana.

Mommy

Dopo la parentesi campagnola di Tom à le ferme, Dolan torna in città e precisamente a Montreal, nel quartiere in cui ha trascorso la sua infanzia, e riporta dentro la pellicola i colori. Girato nel formato 35mm ma editato in un formato quadrato (1:1), Mommy torna a raccontare il rapporto tra una madre e un figlio, molto diverso da quello presentato in J’ai tué ma mère. La mommy a cui fa riferimento il titolo si chiama Die, diminutivo di Diane. È una madre single, dopo la prematura scomparsa del marito, con un figlio che presenta diverse problematiche, la più importante l’incapacità di controllare la rabbia. Cacciato dall’istituto di correzione in cui viveva, Steve torna a vivere dalla madre, la quale ha nel frattempo perso il lavoro, loro unica fonte di sostentamento. Verrà in loro soccorso, quasi come una manna dal cielo, Kyla, la nuova vicina affetta da un problema di balbuzie legato all’ansia.

Al suo quinto film Dolan torna a parlare di madri e figli, donne e ragazzi che stringono legami confusi quanto confuse sono le loro vite. Nel giallo che fa pensare al sole e al calore, il regista costruisce una storia tutta incentrata sulla dicotomia speranza – pessimismo come asse portante delle decisioni che costruiscono il nostro cammino di vita.

Lo stile di Dolan: temi, colori, regia, musica, costumi

Nonostante la giovane età, Xavier Dolan ha già una sua cifra stilistica ben definita e rintracciabile in ognuna delle sue pellicole. Dal processo di scrittura a quello della scelta dei costumi alla fase di montaggio, per ogni suo film Dolan costruisce una visione estetica in grado di dar vita a personaggi, situazioni, sentimenti vicini e al tempo stesso lontani dal pubblico, presentati sempre attraverso la mediazione del suo sguardo (a partire dalla scelta del formato).
In Mommy ad esempio, l’uso del quadrato costringe lo spettatore a concentrarsi sul viso dei personaggi, sulle loro emozioni, senza lasciarsi distrarre dal contorno. In Tom à le ferme, il fotogramma si stringe in un formato Cinescope per enfatizzare la tensione della scena. In Laurence Anyways il 4:3 non solo riecheggia un ritorno al passato (il film è ambientato tra gli anni 80 e i 90) ma cerca anche e soprattutto l’intimità del racconto.

Tra gli altri elementi che caratterizzano la poetica di Dolan, due sono di fondamentale importanza. Il primo è la tecnica dello slow motion: rallentare il movimento per cesellare un momento importante, una rivelazione, una svolta nella storia e accompagnarlo in diversi casi ad un brano specifico per parole, note o legame con un determinato periodo storico (quasi come a ritrovarsi nel videoclip di quella canzone). Il secondo sono i colori, a cui affida il compito di guidare le emozioni di chi è dentro e fuori lo schermo. Rosso come passione, giallo come speranza ma anche pericolo imminente, blu come serenità, viola come tormento.

Già dal suo esordio con J’ai tué ma mère, come accennato sopra, Dolan presenta al pubblico i temi e l’approccio che caratterizzeranno la sua produzione successiva, prendendo in alcuni casi a piene mani dalla sua vita privata. Dal rapporto conflittuale con la madre alla mancata accettazione del diverso da parte di una società omofobicamente spaventata in primis di se stessa, il regista concentra il suo sguardo su chi non rientra nei canoni della normalità. “Quando le persone dicono speciale non hanno l’intelligenza per capire la differenza” racconta in un frame in bianco e nero (in assenza di colori) nel suo primo film. Quella differenza che può essere rappresentata o meno dagli abiti che vestiamo, quel fuori che ci identifica ancora prima del nostro dentro. Dolan costruisce le sue storie sulla dualità, mettendo a confronto chi subisce la diversità e chi la impone, giungendo quasi alla conclusione che, per quanto ci si ostini a negarlo, la sofferenza è comune.

Progetti presenti e futuri

Allo scorso Festival di Cannes Dolan ha presentato il suo ultimo lavoro Juste la fin du monde – adattamento di un testo di Jean-Luc Lagarce – in cui racconta la storia di uno scrittore che dopo 12 anni torna a casa per raccontare ai suoi familiari che sta per morire. Qui si scontra con una realtà che non riconosce più, peggiorata anche e soprattutto per la sua prolungata assenza.

Il regista è intanto al lavoro su un nuovo progetto, The Death and Life of John F. Donovan, che lo vedrà per la prima volta girare in inglese. La pellicola è incentrata sulle vicende di una giovane star cinematografica statunitense (che sarà interpretata da Kit Harington), la cui carriera verrà messa a dura prova quando i tabloid inizieranno a speculare sul rapporto epistolare che l’attore intrattiene con un undicenne.

Secondo quanto riportato da Le Figaro, Dolan avrebbe rivelato di avere in cantiere anche una serie televisiva. “Ci sono diverse offerte è una grande cosa. Potrebbe essere Fox. Questo progetto è qualcosa di completamente lontano da me” ha affermato in un’intervista rilasciata al Journal de Québec.

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