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All Eyes On

All Eyes On: Meryl Streep

meryl streep

Proprio in questi giorni ha fatto sorridere il mondo ironizzando sulla figura di Donald Trump: nel clima politico in cui si trova l’America, teso e cinico, lei si è permessa di “parodizzare” su uno dei personaggi chiave dei tempi moderni del mondo, perché lei può. Stiamo parlando di Meryl  Streep, la donna dai mille volti, l’unica star ad aver dimenticato nella toilette dell’Accademy la  statuetta dell’Oscar appena vinto, come se fosse un oggetto dimenticabile. Questo però  è l’unico gossip che abbiamo riguardo l’attrice, doppiatrice e produttrice statunitense.

Una vita impeccabile e un privato protetto e vissuto eccezionalmente, è sullo schermo che ha fatto impazzire il mondo, li è stata chiunque e chissà quanto ancora sarà. Un’esempio di perseveranza quello della Streep, che nel ’77 venne rifiutata per il film King Kong (perché considerata brutta) ma poco dopo si vide accanto al grande Robert De Niro nel film Il cacciatore. Insomma quanto sia stato facile per lei chiudere la famosa porta e vedersi aprire il portone è noto: da lì solo un’ascesa stupefacente, i registi la contendono, il pubblico la ama e anche i colleghi hollywoodiani non possono farne a meno di adorarla. Non c’è competizione con una diva così pulita, la più sincera nell’applaudire alle vittorie degli altri. È stata tutto, è tutto sulla pellicola. Amante cinica, amica tenera. Ha amato le donne così come gli uomini. È stata terribile, una vera Iron Lady, citando l’ultimo film che le ha fatto guadagnare un altro Oscar come miglior attrice protagonista.

I primi anni della sua carriera la videro spesso in ruoli secondari, per esempio in Manhattan di Woody Allen o in Kramer contro Kramer, per cui vinse l’ambita statuetta dell’Academy come miglior attrice non protagonista. Il punto è che qualsiasi ruolo affidatole, lei lo ha reso unico ed immortale.
Attrice di commedia e di drammi laceranti, come I segreti di Osage Country. Nella  scena in cui scende le scale, sfigurata dalla malattia e dal dolore, mette in atto un meccanismo di empatia totale con lo spettatore, la stessa empatia che si prova con la Miranda del Diavolo veste Prada, dissacrante e odiosa nella trama ma indimenticabile nella vita.

Mai nessuno ha ottenuto tante candidature come lei, agli Oscar come ai Golden Globe. Ma ciò che rende unica Meryl Streep è soprattutto la stima di un pubblico, una stima ottenuta con umiltà e sacrificio, con la bellezza di chi bella non è secondo i canoni di un mondo concettualizzato, ma lo è secondo la macchina da presa che non riesce a stare senza di lei. La trasformista, l’egocentrica, l’unica che è riuscita a dare un volto affascinante al dolore.

Siamo circondati da un mondo di attori stupendi, ma anche estremamente monotematici,  a volte banali nel ripetere spesso determinati ruoli. La Streep invece è un’eccezione su tutto. È riuscita a passare dall’amore saffico di The Hours alla vita monastica de Il Dubbio con una leggerezza che solo i geni posseggono. È stata la cuoca simpatica in Julie e Julia ma anche una donna lacerata in La scelta di Sophie.

Certo,non si può dire si sia fatta mancare niente: la Streep è artista a tutto tondo, ha calcato palchi di teatro che sono sempre ossigeno per i grandi del cinema, ha bucato lo schermo televisivo, ha realizzato se stessa negli anni mentre gli appassionati la ricordano giovane e ingenua nei ponti di Madison County, è diventata quello che è passando da La stanza di Marvin o dal musical Mamma Mia.

Il suo penultimo film, insieme a Suffragette nel quale interpreta l’attivista Emmeline Pankhurst, porta l’emblematico titolo Dove eravamo rimasti. Per noi lei è rimasta sempre qua, e speriamo ancora per molto, a trasformare se stessa in mille volti.

 

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