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Agent Carter

Agent Carter: Recensione dell’episodio 2.05 – The atomic job

Agent CarterCitazione necessaria o pigro copia e incolla? Quale di queste due cose è scrivere che Agent Carter è “una buona serie che fa passare 40 minuti piacevoli, ma dopo 10 minuti che è finita ci si è già scordati di averla vista”, rubando le parole finali della recensione dell’episodio 2.03 scritta da Andrea ? Non per biechi motivi di autoassoluzione, ma è più probabile che due indizi facciano una prova. E che questa seconda stagione di Agent Carter abbia deciso di puntare più su una leggerezza programmatica che su una trama intrigante. Non che sia una scelta sbagliata, perché garantisce un comodo piacere settimanale e fa rendere al meglio la vis comica di un cast che sembra convinto e ben lieto di seguire questa direzione. Ma è una decisione che nondimeno rende estremamente volatile ogni episodio che, come il gas elio usato per gli scherzi con la voce in falsetto, diverte per evaporare subito dopo che si è spento l’eco di un sorriso.

Lo si vede bene da questo The atomic job, dove la corsa a chi per prima arriva alla sede della Roxxon dove sono conservate ben due bombe atomiche diventa l’occasione per coinvolgere nel team due personaggi che sembrano fatti apposta per parodiare le storie di spie ed inscenare una serie di gag, ben riuscite per quanto prevedibili. In nome di questa svolta scherzosa si devono accettare anche una successione di situazioni ai limiti dell’assurdo, se non palesemente irrealistiche. La stessa premessa che un’azienda privata, per quanto potente, abbia in suo possesso ben due bombe atomiche in un periodo in cui da poco si era cominciato a realizzarle, dopo anni di ricerche supersegrete, richiede un generoso chiudere non uno, ma entrambi gli occhi. Agent CarterChe poi a Peggy basti indossare una parrucca rossa e fingersi un’attraente oca per accedere liberamente negli archivi della Roxxon durante la pausa pranzo di una distratta segretaria è ancora una volta poco credibile, ma lo si deve accettare come indispensabile preparazione alla gag degli incontri con il redivivo Hugh Jones, vittima della versione antidiluviana dell’aggeggio sparaflashante di Men in Black. Fino ad arrivare, ovviamente, a Rose, tanto improbabile come agente segreto quanto abile combattente, e Samberly, tanto geniale inventore quanto imbranato visibilmente cotto della abbondante finta talent scout. A completare l’improbabile team il sempre spassoso Jarvis e un Sousa nel ruolo del professionista rassegnato all’inevitabile collaborazione con dilettanti allo sbaraglio. La scena in un parodistico slow motion del gruppo che si avvia ad affrontare la difficile missione (e lo scienziato che inciampa sostenuto dalla vigorosa Rose) è una chiara presa in giro del classico avviarsi del gruppo di eroi alla battaglia finale che abbonda in tanti action movies e sottolinea, qualora non fossero bastati gli esempi precedenti, il carattere decisamente scanzonato che questa seconda stagione sembra aver eletto a suo principio fondante.

Ci sarebbe anche una trama da portare avanti, a dirla tutta. Ma qui di passi se ne fanno pochi sebbene di non trascurabile importanza. La ricerca della due bombe atomiche diventa anche l’occasione giusta per il primo confronto tra Peggy e una Whitney ormai consapevole dei suoi poteri e decisa a sfruttarli per quel riscatto che i flashback dello scorso episodio avevano motivato. Proprio il personaggio interpretato da Wynn Everett rimane quello più interessante. Una figura di villain suo malgrado, che nasce come erede di un passato difficile e vittima di un circostanza casuale. Sebbene siano state le sue intuizioni fantascientifiche a indirizzare lo studio della zero matter, è comunque un caso fortuito ad averle dato quei poteri sovrannaturali che ha deciso prima di indagare per la paura che potessero annientarla e solo dopo di usare per scalare la piramide distorta di una società maschilista che voleva vedere in lei solo una bella immagine da copertina. In un sovvertimento di ruoli prevedibile ma funzionale alla storia, è Calvin ad essere ora relegato al ruolo di impaurito principe consorte condannato ad assecondare i progetti per lui incomprensibili di una moglie che non può controllare.

Agent CarterE poi c’è ovviamente Peggy, sempre più motore travolgente di una azione che, contrariamente alla vivace irruenza della vulcanica agente Carter, procede con voluta lentezza per concedersi le divagazioni divertenti citate sopra. Rispetto alla prima stagione, qui Peggy sembra volersi concedere distrazioni amorose che hanno un peso maggiore nelle sue scelte. La stessa ricerca della zero matter è, infatti, motivata non solo dai canonici fini di sicurezza nazionale e onesto disvelamento di pericolosi complotti segreti, ma anche dall’egoistico obiettivo di guarire quel Jason Wilkes volontario complice di quello che è molto più che un flirt passeggero. Una Peggy in love che si concede meno combattimenti e inseguimenti e più scene delicate dove un romanticismo sottointeso è frenato solo dall’aplomb professionale che entrambi scelgono di mostrare in presenza di altri.
Anche perché sullo sfondo resta comunque l’amore represso ma mai davvero cancellato di Daniel per una Peggy che ci ha apparentemente messo una pietra sopra appena saputo di Violet. Neanche la più scalcinata proposta di matrimonio che serie tv ricordi ha per un solo attimo ingannato gli spettatori su quale sia il vero love interest del neo direttore della sede di Los Angeles della SSR. Peccato che, come l’anno scorso, anche stavolta le chance di successo di Daniel siano legate più ai fallimenti altrui che alle proprie capacità finendo per ripetere un canovaccio già visto che si pensava l’introduzione di Violet avrebbe evitato.

Alla fine, The atomic job è un episodio che si lascia guardare con piacere, ma che appunto resta in mente giusto perché bisogna scriverci una recensione. E, dicendo così, si ripete quanto già detto da Andrea, ma si evita almeno la sgradevole accusa di un copia e incolla.

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2.05 – The atomic job
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