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Dollhouse

Addio a Dollhouse

Eh sì, quello che doveva accadere è alla fine accaduto. Dopo un rinnovo rocambolesco Dollhouse è stata infine cancellata e quasi quasi dobbiamo ringraziare la Fox per aver mandato in onda – con una programmazione quanto meno lobotomica – tutti gli episodi della seconda stagione.

Leggendo qua e là per la rete ho visto pareri molto discordanti su Dollhouse, alcuni a girdare al capolavoro altri alla boiata pazzesca. C’è da dire che quando si parla di Joss Whedon è difficile vedere animi calmi: i fan sfegatati venerano a priori, i detrattori criticano a priori.

Per quanto mi riguarda non sono né l’uno né l’altro. Insomma, non ho mai visto i vari Buffy o Angel, però ho adorato Firefly. Non so di cosa si parli quando leggo dell'”umorismo whedoniano” – sinceramente non mi sembra l’unico a smorzare la tensione nei momenti drammatici – per cui penso di essere abbastanza imparziale. O almeno mi piace crederlo

 Dollhouse l’ho seguito con passione, mi sono annoiata, mi sono arrabbiata, sono stata con il fiato sospeso, mi sono commossa, e sono stata con l’adrenalina a mille. Quello che è certo è che non è una serie che passa inosservata. La sensazione finale che mi rimane è però quella dell’opera incompiuta, con un ottimo potenziale che è stato in parte male utilizzato, in parte sabotato.

Nel complesso l’operazione si salva in modo più che dignitoso perché i momenti di “bassa televisione” sono bilanciati da idee, dialoghi, immagini ed interpretazioni di altissima qualità, che ci permettono di essere indulgenti.
Per razionalizzare la perdita di una serie per cui vale comunque perdere 26 ore della propria vita, voglio provare ad analizzare pregi e difetti, nel bene e nel male.
Teniamo le cose buone per la fine e partiamo dai

DIFETTI

Innanzitutto la rete sbagliata, nel giorno sbagliato all’ora sbagliata. La collocazione nel death slot del venerdì sera, se da una parte ci ha permesso di vedere tutte le puntate, dall’altra non ha mai concesso alla serie di decollare. A questo va ad aggiungersi anche l’intromissione della Fox nella fase creativa (basti pensare all’orribile e lentissimo pilot, rimaneggiato dopo la bocciatura dell’episodio originale) che quasi mai va a migliorare le cose. O la non trasmissione del malinconico e bellissimo Epitaph One.

Indissolubilmente legato a questo rimane il fatto che la serie è stata molto lenta ad ingranare. E nel death slot, che se si chiama così forse un motivo c’è, non ci si possono permettere errori. Pilot escluso le prime 5 puntate sono state “introduttive” e sostanzialmente autoconclusive. Troppe per una prima stagione di soli 13 episodi. L’accelerazione a partire da metà stagione ha salvato alla grande il giudizio complessivo, ma non è veramente sufficiente. Anche perché l’affetto si crea ad inizio serie, chi l’ha già abbandonata di sicuro non la riprende.

La seconda stagione è stata decisamente interessante, ma non si è comunque risparmiata il difetto dei primi episodi, troppo slegati dalla trama orizzontale. Conseguenza ne è il fatto, che una volta decisa la cancellazione, le puntate hanno avuto un’accelerata vertiginosa verso l’ineluttabile fine. Accelerazione per altro in alcuni momenti discutibile visto che si sono tirate delle conclusioni sicuramente ad effetto, ma forse più improvvisate che pensate (il coinvolgimento di Boyde mi è sembrato messo lì in modo un po’ posticcio…)

L’affetto è un altro dei punti a favore/sfavore. Diciamocelo chiaramente, non è per niente facile empatizzare con la protagonista Echo-Caroline. Molti difensori imputano questa difficoltà al fatto che essendo una Doll non possa trasmettere delle emozioni. Io invece ritengo che sia dovuto all’incapacità di Eliza Dushku di dare spessore e carattere al personaggio. Sierra è una doll, Victor è una doll, November, Whiskey sono doll, eppure tutti questi personaggi sono entrati nel cuore degli spettatori, molto spesso creando fans adoranti. La coppia Sierra-Victor è una delle più amate, di Amy Acker hanno quasi messo in produzione i santini…. La Dushku per tutta la prima stagione non è stata in grado di modificare registro, apparendo identica a sé stessa nei panni di una cantante piuttosto che di una negoziatrice piuttosto che di una ragazza squillo.
Un netto e deciso cambiamento si nota nella seconda stagione, ma ormai il treno è perso.
Non penso sia un caso che le puntate in cui Echo è in secondo piano siano tra le più belle e approfondite. Per carità le calze a rete con microgonna avranno anche destato l’interesse di molti, ma da un’attrice cerco altro, e cioè che mi sappia trasmettere le emozioni del suo personaggio. Insomma, un po’ come il resto del cast ha saputo fare.

Veniamo ora ai

PREGI

Eh sì, ci sono anche quelli! Innanzitutto la tematica particolarmente interessante: l’evoluzione tecnologica si spinge talmente in là da poter creare degli schiavi, consenzienti, disposti a fare qualsiasi cosa. Il cervello diventa programmabile, basta un hard disk esterno per acquisire capacità senza la necessità di studio o di un percorso formativo. Se nella prima stagione questo diventa un mezzo per far fare soldi a Miss DeWitt, nella seconda diventa un mezzo di sopravvivenza.

Il tema strisciante sul fondo è quello della solitudine. Tutti i protagonisti sono soli. C’è chi paga per avere un amante, chi cerca di sostituire la moglie morta, chi cerca un compagno d’avventura, chi cerca qualcosa di diverso ed elettrizzante per la propria giornata, chi preferisce fare tabula rasa del proprio cervello per dimenticare chi è e cosa ha fatto. Quello che inizialmente è sembrato l’elemento distruttivo e separatore, cioè la Dollhouse, alla fine diventa invece la base per costruire una famiglia. Una famiglia sgangherata e fuori dalle righe, ma comunque un insieme di persone che si fida l’uno dell’altro e lotta per raggiungere un obiettivo. La scena agreste di Epitaph Two, con Adelle che coltiva i campi e vive in una comune con Sierra ne è il più pratico esempio. Forse questa è la tematica più bella della seconda stagione, escludendo le trame un po’ ritrite di come si salva il mondo. Ed è la stessa tipologia di famiglia sui generis che già avevamo visto in Firefly.

Tra i maggiori pregi sicuramente la scelta degli attori del cast, alcuni quasi debuttanti, ma che hanno saputo caratterizzare in modo indimenticabile i propri personaggi. Tra tutti non posso non menzionare Enver Gjokaj che si è destreggiato con padronanza, crescendo piano piano, tra ruoli drammatici, comici e perfino in una formidabile imitazione del suo “collega” Thoper. L’altro elemento che mi ha appassionato è stata l’evoluzione costante e relistica di alcuni personaggi, e non posso che riferirmi in particolare a Topher e Adelle. La tenerezza e il disagio che ho provato a vederli entrambi privi del loro potere, uno schiacciato dai sensi di colpa per voler giocare all’Onnipotente e l’altra, algida mistress che finisce per prendersi cura amorevolmente del genio trasformato in folle mi creano un senso di malinconia ogni volta che ci penso.

Nemmeno l’utilizzo di attori feticcio come Alan Tudyk o Summer Glau hanno risollevato le sorti della serie, nonostante ne abbiano indubbiamente rialzato la qualità.
Nella conta tra pregi e difetti non so alla fine chi riesca vincitore. Per parte mia, la qualità e l’intensità di alcuni passaggi e degli interpreti sono talmente alti da farmi mettere in secondo piano le lentezze, i gongolamenti e le autoindulgenze che costellano la serie.
Insomma se penso al confronto tra Topher e Wiskey, Echo in reggiseno che si avvinghia a Captain Apollo mi passa sullo sfondo.

Voto razionale 7 –

Voto col cuore 8.5 

 

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