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A girl walks home alone at night: La recensione del film di Ana Lily Amirpour

Titolo: A girl walks home alone at night
Genere: Horror
Durata: 97 min
Produzione: USA
Regia: Ana Lily Amirpour
Sceneggiatura: Ana Lily Amirpour
Cast principale: Sheila Vand, Arash Marandi, Marshall Manesh, Mozhan Marnò, Dominic Rains

In uno spaccato di Iran virato in atmosfere mai così dark e western, si intrecciano le storie sgangherate di alcuni drop-out in un sobborgo chiamato Bad City. Tra questi Arash, un teddy boy dalle buone intenzioni ma dalle scarse risorse, si barcamena senza convinzione tra lavoretti e blitz improvvisati nel sottobosco del crimine per riscattare un quotidiano fatto di sconfitte e miseria. Il punto d’arrivo sarà l’incontro con una teenager in chador, languida e introversa, che scorribanda in skateboard alla perenne ricerca di qualcosa con cui placare la sua eccentrica sete.

A girl walks home alone at nightNon è difficile ravvisare nell’opera l’intento della cineasta di origini iraniane di scavare sotto la superficie delle cose, e il simbolismo dei pozzi petroliferi e il loro costante lavorio è li a ricordarlo. Optando per il genere horror come cornice stilistica del testo, la Amyrpour trascende la trappola del realismo forzato, del verismo o del verosimile, tipica di tanta cinematografia iraniana e punta dritto al cuore delle cose. Punta a succhiare il sangue dai fatti. Ma quali sono i fatti. A cosa cerchiamo di avvicinarci? Di accostarci?

Il film tratteggia una storia corale organizzata attorno a un insolito perno drammatico, la figura della ragazza e la sua indole predatrice. Una funzione cruciale va riconosciuta al background, all’ambientazione, non tanto in quanto collocazione storica e geografica ma in quanto paesaggio mentale in cui si configura il racconto. L’ambientazione notturna, austera e crepuscolare, si carica di una valenza simbolica marcata, più connotativa che denotativa, entrando in stretto contatto con la definizione psicologica dei personaggi. Personaggi sconfitti, emarginati, solitari. La cineasta traccia la storia di alcuni drop-out incondizionatamente calati in una realtà di degrado morale e sociale e così facendo fotografa il mood di una fetta di umanità: i disadattati.

Lontano dalla preoccupazione della denuncia o dell’impegno, il racconto trasfigura i problemi sociali delle periferie del mondo traducendoli nei demoni privati dei protagonisti. E così troviamo il protagonista maschile, un perdigiorno un po’ gonzo ma stanco della sua paralisi sociale e familiare (le colpe dei padri, tema sempre attuale), il padre a sua volta schiavo dell’eroina e di un passato mai rimosso, la prostituta Atti che avverte il peso dei rimpianti e degli errori commessi, e la stessa ragazza senza nome, schiacciata dai sensi di colpa per la sua fame assassina.

A girl walks home alone at nightDestini cupi e dolenti, che si intrecciano attorno alla figura cardine del vampiro quale perno drammaturgico che infittisce la rete di rimandi tra i protagonisti. Ma i protagonisti vivono? O sopravvivono? Essi combattono per contrastare la loro condizione o attendono passivamente un cambiamento? Il loro agire si configura come lotta o come fuga? La risposta è presto detta. Non ci sono grandi punti di riferimento nei percorsi tracciati, l’unico orizzonte è la fuga, l’abbandono, che sia alla droga o al sangue (metafora figlia di una lunga tradizione iconografica di cui mi limito a citare The Addiction di A. Ferrara, peraltro apertamente omaggiato). Il nucleo drammatico del film si evince allora in tutto la sua valenza.

Il conflitto tra desiderio e dipendenza, tra pulsione e patologia, viene enunciato con forza e con gusto del romanticismo macabro, ma sempre con attenzione marcata al concetto cruciale di confine. Anche stilisticamente il film si muove sul sottile e fluttuante equilibrio tra farsa e tragedia, dramma e commedia, sovrannaturale e simbolico, superficie e sottotesto, corpo e anima. La ragazza uccide scremando con cura le sue vittime in base ad un giudizio morale. La formulazione del trittico morale colpa-castigo-redenzione è qui declinata in forma orrorifica e grottesca ma comunque presente. Il vampiro-sceriffo punisce i peccatori. Il suo è un compito morale e ideologico.

Ma laddove il giudizio non conduce a una sentenza di morte (Arash, la prostituta), il suo intervento innesca finalmente un effetto catartico e liberatorio, portando l’altro a prendere coscienza della necessità di una ribellione, un riscatto o semplicemente una fuga. È questo il ruolo della ragazza e per osmosi dello sguardo rivelatore del regista-vampiro. Che guardando il mondo con occhi diversi, con il filtro del genere, non scende semplicemente per strada e racconta la realtà, ma amplia il campo del visibile e cerca una forza che muova in profondità la vita di questi antieroi alla sbando. Trovandola nella rinnovata empatia di personalità sole ma non vuote, fragili ma non sterili, introspettive, emarginate, inadatte, randagie e subordinate alla notte come unica e sola necessità.

A girl walks home alone at nightEcco in ultima analisi il centro focale dell’opera e il suo non plus ultra figurativo ed espressivo. La Amirpour firma un inno alla notte e ai suoi inquilini, dipingendo un affresco umorale, insieme lirico e ideologico, pervaso da un respiro fiabesco e surreale ma calato in una realtà sociale di malessere sordo che lo rende uno sguardo di indagine sul sottoproletariato della psiche. Sfortunatamente i cali di ritmo e tensione sono numerosi, l’atmosfera fiabesca e il tono agrodolce stemperano a stento un impianto ideologico forte, manicheo e non a caso virato in un bianco e nero nitido e avaro di sfumature. Il gusto eccentrico con cui combina atmosfere dark e immaginario pop non dispiace, ma l’impiego di un sonoro calibrato e potente degenera presto in un abuso di canzonette extra-diegetiche, che si aggiungono alla serie di elementi connotativi che forzano lo sguardo della spettatore verso le intenzioni a monte. Peccato, perché con un po’ di storia in più, e qualche sviolinata indie a Tarantino e Jarmusch in meno, sarebbe stato un prodotto decisamente più equilibrato.

Antonello Océ

Antonello Océ ha una formazione umanistica in arti visive e letterarie e si è fatto le ossa in un paio di esperienze legate alla stampa e alla redazione testi. Al momento vive a Perugia dove ha un prosaico impiego full time e coltiva con tenacia e curiosità la conoscenza del Pianeta Cinema e dei suoi meccanismi occulti, sua grande e bruciante missione sin dalla tenera età. Tra un volo pindarico e l’altro collabora con Telefilm-Central e altre webzine scrivendo recensioni.

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