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666 Park Avenue

666 Park Avenue: Recensione dell’episodio 1.10 – The Comfort of Death

La ABC lo trasmetterà in estate, o forse no, ma intanto le tv australiane e spagnole lo trasmettono e danno anche a noi poveri mortali l’opportunità di finire questa serie senza aspettare una fantomatica messa in onda estiva. Ma ci stanno facendo un favore? Tenendo conto che così almeno terminiamo la serie, direi di si, ma se gli episodi sono come questo, francamente hanno fatto bene a non trasmetterla in America.

Devo dire che ho combattuto a lungo con i miei sbadigli mentre seguivo l’episodio (e l’ho visto di giorno, quindi, nessuna scusa) e mi ha salvato solo ogni tanto il fastidio che provavo in certe scene, ma non stiamo parlando di gore, stiam parlando proprio di fastidio e basta. Intendiamoci, in questo episodio succede di tutto, anzi, tenendo conto che siamo a tre episodi da una fine che ci avevano promesso essere una Fine, si aprono molte più porte di quante se ne chiudano; ma non è la mancanza di avvenimenti a rendere questo episodio insulso, quanto il fatto che molti siano assolutamente per nulla interessanti, mentre altri sono dei contorcimenti di trama e, diciamocelo, delle vaccate assurde. 666 Park Avenue 110cPare un po’, come cantavano i Pitura Freska un po’ di anni fa, “perso per perso, ‘ndemo a imbriagarse“.

Partiamo dalla cosa che proprio non mi torna: la giovane Sasha. Nell’ultimo episodio vediamo Gavin ritrovarla al bar e qui, dopo un po’ di discorsetti col padre, la vediamo presentarsi alla madre e poi interagire con entrambi e con lo spaesato Henry per il resto dell’episodio. Due sono le cose che mi hanno infastidito di più: la prima è la totale assenza di qualsiasi emozione o espressione di emozione che manifestano tutti, non sembra che sia ricomparsa una figlia data per morta da anni, sembra “ah, caspita, ecco dove avevo perso l’orecchino stamattina” e si limitano a chiedere spiegazioni ed è qui che viene fuori la seconda cosa irritante; Sasha per giustificare tutto sto casino racconta una cosa che non sta in piedi nemmeno con 200 stampelle e una tonnellata di Attack: (non letterale) “no, ero incazzata, guidavo forte e ho sbattuto, poi ho visto la macchina esplodere e ho pensato che potevo sparire” “e il cadavere?” “ah, era una mia amica”…. brividi e controbrividi di assurdità, e poi neanche un “dov’eri?”, no, capita un “perché l’hai fatto” e ce ne usciamo con un “ho scoperto cos’era il Drake e cos’è papà”.. al che io le chiederei cosa intende, invece, nada, si tira dritti. Poi, inesplicabilmente, decidono di tenere segreta la sua identità (perché?) e lei, che, ricordiamocelo, ha scoperto cos’è suo papà, fa di tutto per rientrare nelle sue grazie. Siamo all’allucinante.

666 Park Avenue 110aNel frattempo a intramezzare la storyline dei Durant e l’altra principale di Jane (ci arrivo, ci arrivo) passano dei siparietti mica da poco: il triangolo degli inutili continua a far cose che non cito per noia, ma si porta dietro comunque una secna epica: la mora ubriaca confessa alla bionda che anni prima da sfatta ha tirato sotto qualcuno (guardacaso la bionda ex paraplegica, che caso) e lo fa perché è in vena di confidenze da ubriachi e a noi comunque continua a fregarcene poco; l’altro siparietto è quello dello spaesato Henry che viene candidato in politica da Gavin (confermando l’assioma che i poteri forti necessitano di piazzare uomini deboli), ha dubbi, ci ripensa, ma siccome ha il carattere di un criceto bagnato, si fa riconvincere in circa 20 secondi dal demoniaco duo (e purtroppo no, non sono Dick Dastardly e Muttley).

L’altra main story è quella della nostra Crazy Jane, che tornata dal manicomio, fa un po’ la splendida ovunque, come se avesse passato il weekend agli Hamptons, ma nel frattempo, restauri, mica restauri, continua a vedere gente morta negli specchi e gente che dovrebbe esser morta attaccata a respiratori artificiali che nemmeno Montgomey Burns e conduce le solite indagini assurde, entrando in scantinati (che dovrebbero crear tensione.. dovrebbero) o rintracciando in pochi minuti l’ultimo discendente della Compagnia del Drago a cui fa domande inutili e giustamente riceve risposte inutili (ma chiedere come ne esco da sto casino no? 666 Park Avenue 110ehai una domanda sola, perché poi una sola non lo so, e gli chiedi che vuol dire un unica frase, ma giusto perché la vedi spesso?), ma nonostante tutto ciò, ce la fa, riesce a capire che la porta non è una porta ma uno specchio (sbattendoci contro, chiaramente), riesce a capire che l’unico modo per aprirlo è farlo in sogno (ti prego, no!) e quindi aprendolo, non tira fuori solo la giovane ragazza morta ma anche il male che più male non ce n’è (strano, chi l’avrebbe mai detto? pensavo tutti l’aiutassero per le sue indiscusse doti attoriali) che appena uscito dallo specchio gli vien voglia di bistecca.

Insomma, a parte un assurdità che tira l’altra, mi sembra che non stiano chiudendo nessuna porta e ne stiano aprendo troppe (e non solo metaforicamente), tant’è che fatico a intravedere un finale che sia ragionato e costruito e temo molto un finale posticcio e le varie storie o dimenticate o chiuse ad mentula canis. Comunque ne mancano solo tre, siamo vicini alla meta.

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