666 Park Avenue

666 Park Avenue: Recensione dell’episodio 1.09 Hypnos

Ci separano soltanto quattro episodi dal termine della prima e unica stagione di 666 Park Avenue e durante la visione di Hypnos sembra che la notizia della chiusura definitiva della serie dopo solo tredici episodi sia giunta agli autori mentre stavano scrivendo la sceneggiatura di questo episodio, data la quantità di eventi che si sono susseguiti in soli quarantadue minuti.

Jane varca la soglia dell’appartamento contrassegnato dal simbolo che durante il suo ricovero in ospedale aveva disegnato più volte su dei fogli. Al suo interno trova nientemeno che Whoopi Goldberg versione rastafari che, facendo scattare un’operazione nostalgia, non fa che interpretare una versione leggermente diversa della medium Old Mae Brown di Ghost che la consacrò al successo internazionale tanto da vincere un miriade di premi, Oscar compreso. Maris, questo il nome del personaggio interpretato della Goldberg, al contrario di Old Mae Brown, si professa avere dei fondamenti di psichiatria conditi con un po’ di elementi soprannaturali (in certe scene sembrava di veder spuntare da qualche parte il fantasma di Patrick Swayze). Grazie allo strumento dell’ipnosi regressiva, tanto cara agli show di J.J. Abrams (vedi Alias e Fringe), Jane vuole capire una volta per tutte dove caspita è andata a finire quando scese le scale a chiocciola che gli si aprirono davanti a lei nei sotterranei del Drake. Ma ad ascoltare Maris non è tanto importante sapere “dove”, bensì “quando”.

Durante una seduta vediamo infatti Jane catapultarsi nel 1927, esattamente il 28 ottobre del 1927. Per lei sarà una sorpresa ritrovarsi tra gli invitati al quinto di compleanno di Jocelyn, la bambina che appariva a Jane di tanto in tanto e che ha scoperto in seguito essere sua nonna. Ma agli occhi degli altri Jane non è Jane ma bensì Libby Griffith, la baby-sitter di Jocelyn (qualcuno aveva parlato di Ghost prima?). Per Jane sarà anche l’occasione per fare luce sui suoi legami con il Drake e per scoprire un qualcosa di più sul personaggio di Peter Kramer, quello che è a tutti gli effetti suo bisnonno nonché un pazzo omicida. Qualche rilevazione a riguardo può uscire fuori da un diario che Kramer lasciò nascosto la sera del 28/10/1927, la stessa in cui Libby passò a miglior vita (o a miglior specchio) e che Jane, nel presente, con l’aiuto del muscoloso detective che non crede alle coincidenze, ritrova nello stesso posto in cui lo aveva lasciato il bisnonno. Al suo interno ecco che riappare il misterioso simbolo.

Questo simbolo – non so perché ma a me ricorda un’ascensore – alla fine non lascia il tempo che trova. Per Gavin Duran e Maris sembra essere un semaforo rosso. Gavin non può entrare nell’appartamento dove c’è quel simbolo, che è proprio l’appartamento di Maris. Il problema (o forse sarebbe meglio chiamarla la maledizione?) può valere anche per quest’ultima e si spiegherebbe così il perché non mette il naso fuori da casa da ben 26 anni. Insomma, dove c’è quel simbolo non si entra, né tantomeno si esce, a meno che, come ormai abbiamo imparato a conoscere, non fai un piacere a Gavin.  E Jane allora perché è entrato senza problemi? Beh, che domande, lei è speciale.

A questa giro gli autori ci hanno voluto abbastanza bene non facendoci annoiare più di tanto con l’insulso triangolo tra lo scrittore, la fotografa e la bionda (che deve fare la) porcona. Ho detto abbastanza perché la parte più sottotono della puntata se l’aggiudica Olivia. La signora Duran è intenta ad arrovellarsi il cervello per capire se Victor Shaw dica la verità o meno sulla non morte di Sasha, la figlia dei Duran data per morta in un misterioso incidente stradale. Shaw, minacciato da una furiosa Olivia, dice di essere a conoscenza sia del numero di telefono che dell’ultima abitazione dove risiedeva Sasha. Perché allora perdere tempo a telefonargli e non precipitarsi subito all’appartamento? Sì, in effetti ci sono da riempire quaranta minuti e non vogliamo dedicarne almeno quindici al talento di Vanessa Williams? Fatto sta che Olivia arriva troppo tardi all’appartamento. Sempre se lì ci viveva Sasha, sempre se Sasha è ancora viva, sempre se Victor Shaw dica la verità. Ma adesso è troppo tardi. Gavin Duran ha pensato bene di eliminarlo prima che la moglie sappia una volta per tutte la verità, quella che ci viene rivelata al termine dell’episodio: Sasha è viva e vegeta e ha il volto e il corpo di Laurel. Sì, proprio l’assistente di Henry che, anche in questo episodio, è venuta in suo soccorso per agevolargli la conquista di un posto come consigliere comunale.

E’ stato un colpo di scena finale ad effetto e per niente scontato che forse, se la serie fosse proseguita fino a maggio, avremmo visto probabilmente più avanti. Certo, rimangono ancora da capire molte cose che devono necessariamente essere chiarite nei prossimi quattro episodi finali e che in gran parte girano intorno alla figura di Gavin Duran. E’ sempre stato a conoscenza che sua figlia era viva? Quali sono le sue reali intenzioni nei confronti di Henry? Perché non vuole che la moglie sappia che Sasha è viva? Olivia sa chi è veramente suo marito? Alla luce di queste interrogativi essenziali sembrano acquisire scarsa importanza quelli relativi al legame di Jane col Drake ma non sarà certo un sorpresa se poi venissimo a sapere che le due cose sono in qualche modo collegate tra loro. I quesiti devono trovare risposta. Si spera lo si cominci a fare già tra un mese, quando 666 Park Avenue tornerà dopo la pausa natalizia.

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