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Fanatismo religioso e serie tv: 3 serie contro ogni fondamentalismo

Unorthodox: la recensione
Netflix

In un 2020 falcidiato da questa pandemia che ci ha chiusi tutti a casa non è stato semplice per una serie TV emergere sul mare di produzioni vecchie e nuove in cui si sono tuffati tutti per evadere almeno con la mente dalle quattro mura di casa. Ma tra queste un titolo si è sicuramente imposto all’attenzione generale guadagnandosi il plauso unanime di critica e pubblico. Stiamo parlando di Unorthodox, la miniserie israeliana di Netflix, sulla rinascita di una giovane ragazza ebrea in fuga dalla sua comunità ultra ortodossa. Una serie che ha anche fatto conoscere al pubblico quanto un male assoluto possa nascere dalla degenerazione di quello che sarebbe un bene (per quanto relativo) come la religione.

Un concetto questo che prescinde da quale sia la religione di cui si parla. Il problema non è in quale dio si creda, ma come il fanatismo di pochi possa arrogarsi il diritto di decidere della vita degli altri. E che questo sia un dramma che vale per ogni credo lo dimostrano le tre serie tv che andiamo a proporvi in questo articolo.

Contro ogni fanatismo: Waco
Contro ogni fanatismo: Waco – Credits: Paramount Channel

Waco

Un assedio durato cinquanta giorni conclusosi con un incendio in cui morirono 76 persone (tra cui 20 bambini). Uno scontro inimmaginabile che coinvolse ATF, polizia e FBI, da un lato, e la setta ultra cattolica dei davidiani guidati dal loro auto proclamato profeta David Koresh. Uno stallo iniziato con la richiesta dell’ATF di sequestrare l’arsenale di armi a disposizione dell’apparente pacifica comunità. Protrattosi fino ad un drammatico epilogo dalla dinamica mai del tutto completamente chiarita. Tutto perché gli assediati erano convinti di star vivendo la prova definitiva della loro fede. Certi che arrendersi avrebbe significato dimostrarsi indegni della gloria annunciata dal loro improvvisato messia.

Prodotta da Paramount Channel, Waco cerca di essere fedele alla cronaca reale seguendo i due libri scritti sull’argomento da Gary Noesner, il mediatore dell’FBI interpretato da Michael Shannon, e da David Thibodeau, uno dei pochi superstiti tra i davidiani a cui presta il volto Rory Culkin. Sebbene questa neutralità si perda durante gli episodi, il ritratto finale che Waco presenta è inclemente nei confronti tanto delle forze dell’ordine quanto della comunità. Gli errori e i peccati di entrambi gli schieramenti sono mostrati con lampante chiarezza. Soprattutto Waco evidenzia quanto la tragedia fosse, in verità, il frutto marcio di un albero malato: il fanatismo che genera il sonno della ragione.

Non a caso i veri protagonisti di Waco sono Gary e Steve, il braccio destro di David, che in quei giorni continuarono a parlarsi cercando una via di uscita condivisa. Se Tony Prince, che dirigeva le operazioni dell’FBI, avesse avuto la necessaria pazienza di seguire la lenta via pacifica, i Davidiani avrebbero ceduto. Se David (interpretato da un ottimo Taylor Kitsch) avesse accettato di compiere almeno uno dei passi concilianti suggeriti da Steve invece che restare immobile nella sua convinzione di essere nel giusto, l’FBI avrebbe aspettato. Ma quando a vincere è il fanatismo delle proprie idee, il risultato finale non può che essere una sconfitta per tutti.

Contro ogni fanatismo: Unorthodox
Contro ogni fanatismo: Unorthodox – Credits: Netflix

Unorthodox

Acclamata con merito come uno dei più interessanti prodotti di Netflix, Unorthodox ci permette di spostare il focus dalla religione cattolica a quella ebraica. Molto liberamente tratta dal romanzo autobiografico omonimo di Deborah Feldman, la serie racconta la fuga coraggiosa e la catartica rinascita di Etsy dalla comunità chassidica di Williamsburg a New York. Un doloroso rinnegare le proprie origini e un ribellarsi alla degenerazione di una fede che ha come sfondo una delle sette più oltranziste che il fanatismo abbia generato. La serie israeliana è anche la prima prodotta da Netflix ad essere per larghi tratti in yiddish, lingua parlata dagli ebrei ultra ortodossi che ritengono l’ebraico riservato solo ai rabbini.

Vedere Unorthodox è una esperienza altamente istruttiva perché la serie mostra in maniera evidente quanto tutti i fanatismi siano uguali. Quanto anche la giusta memoria del dolore passato possa essere corrotta e generare i mostri di un mondo che si chiude in una prigione per difendersi da un presente dipinto come un nemico a priori. Soprattutto Unorthodox è il ritratto crudo di un tratto comune ad ogni degenerazione della fede. Non importa se il nome invocato sia quello di Jahvé, Cristo o Allah. Se i volti abbiano i tratti amichevoli di un profeta pop, gli iconici payot di un rabbino o l’austera barba lunga di un imam. Il sistema genererà sempre violenza e quella violenza si abbatterà sempre sulle donne.

La ragazza nubile ridotta a merce su cui contrattare. La cerimonia nuziale in cui la sposa è coperta e consegnata da uno all’altro quasi fosse un animale da scambiare tra allevatori in affari. La moglie vista come essere il cui unico scopo è procreare per Israele ed esaltare la sua sottomissione all’uomo. Una persona spossessata del suo stesso corpo con i capelli rasati a zero e gli abiti informi a sottolineare la rinuncia alla propria individualità. Quella di Etsy (interpretata da un’ottima Shira Haas), allora, non è la rinuncia di chi non crede più, ma piuttosto il riappropriarsi della libertà di scegliere. Di dimostrare che sia possibile credere in un proprio dio senza dover cancellare il proprio io.

LEGGI ANCHE: Unorthodox: tutto quello che sappiamo sulla miniserie di Netflix

Contor ogni fanatismo: Kalifat
Contro ogni fanatismo: Kalifat – Credits: Netflix

Kalifat

Ultima arrivata in casa Netflix, Kalifat completa il trio delle religioni monoteiste mostrando il lato fanatico dell’islam. Insolito che a farlo sia una serie tv svedese che si ambienta, però, tra Stoccolma e la città siriana di Raqqa che era capitale nel 2015 del Daesh. Girata nella capitale svedese e in Giordania, la serie è un thriller spionistico con gli agenti dell’intelligence svedese impegnati a sventare un triplo attacco terroristico. Pur con qualche eccessiva sospensione dell’incredulità, la storyline principale conquista facilmente l’attenzione dello spettatore invogliando anche ad un certo binge watching grazie a cliffhanger piazzati al momento giusto. Eppure, l’interesse maggiore di Kalifat non è la sua spy story, ma piuttosto i personaggi che ad essa si intrecciano nei loro percorsi paralleli.

Perché figura fondamentale nell’organizzazione del triplice attentato è un finto mediatore culturale il cui vero scopo è convertire all’islam radicale giovani ragazzi indecisi. Bersaglio ideale saranno le due amiche quindicenni Suleika e Kerima e Lisha, sorella tredicenne della prima. Kalifat mostra come spesso il tanto declamato processo di radicalizzazione non sia il rumoroso esplodere della follia. Al contrario, è il silenzioso scivolare nell’orrore di chi non ha trovato nessuno che lo fermasse in tempo. Suleika è solo una ragazzina che voleva essere mussulmana per affermare quell’identità che i genitori credono sia meglio dimenticare per integrarsi più in fretta. Lisha vuole solo seguire quella sorella maggiore da cui non può staccarsi. Kerima intende scappare da un padre violento cercando un posto dove sentirsi a casa.

Come diverso ma dopotutto simile è il caso dei fratelli Jacob e Emil che sposano la causa del martirio solo perché cercano un modo di essere ammirati non importa da chi e perché. Kalifat mostra molto bene come spesso l’aver sposato la causa fondamentalista non significhi aver scelto di essere carnefici volontari. Al contrario, è piuttosto la prova drammatica di essere stati vittime inconsapevoli. Perché il fondamentalismo (islamico o ebraico o cattolico) agisce come un parassita subdolo che si mostra innocuo quanto due chiacchiere tra amici o un video in più da vedere di nascosto su YouTube. Ma, intanto, le sue larve voraci scavano solchi dolorosi nella carne viva divorando le sue prede. Che siano coraggiose come Pervin o ingenue come Husam.

Perché, infine, i fanatismi indossano tanti aspetti diversi, ma hanno un solo volto: quello della violenza e della bugia.

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