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13 Reasons Why

13 Reasons Why: Le critiche sono fondate? Analizziamo regia, fotografia e sceneggiatura

13 Reasons Why
Netflix

Rilasciata da Netflix in 31 Marzo, 13 Reasons Why (o Tredici, se preferite il titolo italiano) è diventata rapidamente la serie del momento, attirando l’attenzione mediatica di pubblico e critica e travalicando i confini del mondo televisivo per essere argomento di discussione tra ragazzi anche nel loro quotidiano andirivieni. D’altra parte, l’argomento trattato (il suicidio di una diciassettenne vessata da ripetuti atti di bullismo, che lei stessa racconta in audio cassette inviate ai colpevoli) rende la serie particolarmente attuale, andando incontro a situazioni che gli stessi ragazzi che ne parlano conoscono fin troppo bene.

Tanto clamore, ovviamente, attira anche tante critiche che, seppure timidamente, a distanza di un mese cominciano ad affiorare in rete, accusando la serie di stare incassando più elogi di quelli che meriterebbe e di essere dopotutto una “solo una serie normale” con tanti macroscopici difetti, che solo la delicatezza dell’argomento trattato ha messo in secondo piano.

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Secondo questa opinione controcorrente, insomma, 13 Reasons Why sarebbe solo un prodotto al più sufficiente e non meriterebbe le cinque stelle che, da noi in primis, sta ricevendo come giudizio globale su diversi siti. Attenzione, comunque, a non equivocare: chi critica la serie non sta dicendo che è di qualità scadente o che non meriti il successo che ha avuto, ma solo che in giro c’è e c’è stato di molto meglio e che, volendo metterla in numeri, il voto non dovrebbe superare un sei di incoraggiamento. Basta leggere la nostra recensione per capire che la pensiamo in maniera radicalmente diversa e di seguito proveremo a spiegarvi perché troviamo ingenerose e sostanzialmente errate (per quanto a volte condivisibili) le lamentele dei detrattori di questa serie.

Rubando lo schema usato in redazione per assegnare il voto ai film su grande schermo, divideremo l’analisi in quattro grandi comparti che riflettono più o meno fedelmente l’impianto delle critiche mosse alla serie e ci permette di replicare punto su punto. In questo primo appuntamento parleremo della regia e della fotografia della serie e della sceneggiatura.

Ovviamente, l’articolo contiene qualche velato spoiler per cui, se non volete correre rischi, interrompete qui la lettura e tornate a trovarci quando avete finito di vedere.

Tredici

Regia e fotografia al servizio della storia

Su questo aspetto sembrano concentrarsi la maggior parte delle critiche di chi ritiene 13 Reasons Why una serie priva di aspetti degni di lode. Sarebbe ipocrita negare che, da questo punto di vista, in effetti così è. La regia è semplice e priva di movimenti di camera particolari o tecnicismi sopraffini, limitandosi piuttosto ad una elementare messa in scena. La fotografia si segnala solo per la scelta di colori luminosi e toni caldi per i flashback e freddi e cupi per le scene nel presente, ma anche questa non è dopotutto un’idea innovativa.

Non proveremo, quindi, a smentire chi ha evidenziato questi punti deboli della serie perché sono oggettivamente presenti. Ma possono davvero essere considerati difetti? 13 Reasons Why è, giova ricordarlo, un teen drama. Diverso dal solito per i motivi su cui torneremo più avanti, ma pur sempre un prodotto rivolto ad un pubblico di teenager, tra cui non abbondano certo cinefili ed esperti di regia e fotografia. Ed, infatti, nessuno ha mai pensato di criticare una serie teen per la piattezza della regia o la banalità della fotografia. Semplicemente perché non è questo quello che a un teen drama si richiede o si è mai chiesto. Perché, quindi, quella che è la normalità accettata con scioltezza per ogni serie di questo genere deve diventare una colpa imperdonabile ed un fardello che affossa il giudizio globale nel caso di 13 Reasons Why?

Sceneggiatura

Due sono le critiche mosse alla scrittura della serie. Da un lato, 13 Reasons Why è accusata di una eccessiva lunghezza e di voler accumulare troppe situazioni ai limiti del credibile con il poco nobile scopo di arrivare a 13 episodi per mere ragioni commerciali. Per quanto alcuni episodi siano in verità più deboli di altri e appaiano quasi stirati a forza per raggiungere la durata canonica (si pensi, ad esempio, a quello su Marcus), non bisogna dimenticare che gli autori hanno deciso volutamente di aggiungere un secondo registro che era assente nel romanzo di Jay Asher da cui la serie è tratta. Mentre nel libro il focus è unicamente su Hannah e Clay, qui vengono invece analizzati anche quelli che lì apparivano unicamente come spietati carnefici. Al contrario, la serie fa un passo in avanti presentandone il vissuto personale e lasciando che ognuno provi a replicare alle accuse di Hannah dimostrando quanto non si tratti di cattivi monodimensionali, ma piuttosto ragazzi problematici vittime della propria incapacità di comprendere le conseguenze nel tempo di gesti compiuti senza starci troppo a pensare.

Illuminante, in tal senso, il video Beyond the Reasons, rilasciato dopo l’ultimo episodio, in cui uno degli psicologi intervistati spiega che gli adolescenti non hanno ancora sviluppato pienamente il lobo temporale per cui non sono ancora del tutto in grado di valutare la temporalità delle loro azioni. La scelta di allargare lo sguardo provando ad andare oltre i soli Hannah e Clay ha motivato l’allungamento della trama e reso necessario quella che sembra una forzatura indigesta ossia che Clay impieghi tanto tempo ad ascoltare i nastri invece che sentirli tutti in una sola volta (come fatto, ad esempio, da Alex). Per questo stesso motivo, anche l’onnipresenza di Tony, che compare sempre al momento giusto nel posto giusto quando si tratta di difendere Clay, è un piccolo malus che si accetta volentieri per incassare il bonus del respiro più ampio della serie rispetto al romanzo.

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Paradossalmente, proprio l’attenzione verso gli altri ragazzi viene vista da molti critici come un punto a sfavore dal momento che questi ultimi sarebbero fin troppo già visti e poco approfonditi, il che fa guadagnare a 13 Reasons Why le accuse di essere poco originale e troppo superficiale. Pur volendo sorvolare sulla contraddizione insita nelle accuse (troppo lunga e però troppo poco approfondimento dei personaggi che appunto richiede tempo), va riconosciuto che ha ragione chi sottolinea come molti dei protagonisti siano figure onnipresenti in ogni teen drama (la cheerleader buona Sheri, lo sportivo ricco e viziato Bryce, il disagiato complessato Alex, i rappresentati di istituto interessati solo a fare bella figura Courtney e Marcus, il buono a tutto tondo Jeff, la complessata emopunk Skye). Tutto vero, ma poteva essere altrimenti? Poteva un serie ambientata in un liceo e rivolta ad un pubblico teen non avere questi personaggi? Uno dei punti di forza della serie è proprio mostrare come queste figure tanto note da essere ritenute innocue possano fare male con quelli che sono esattamente gli atteggiamenti che da loro ci si aspetta. La storia quindi non vuole essere innovativa perché propone personaggi o situazioni nuove, ma perché mostra un punto di vista diverso focalizzandosi sulle conseguenze drammatiche di gesti usuali. Difficile, onestamente, anche comprendere come si possa accusare di già visto una descrizione tanto cruda della spietata cattiveria di questi ragazzi che spinge addirittura a chiedersi se abbia ancora senso considerarli non punibili legalmente solo perché minorenni.

A questo si aggiunge il personaggio di Hannah che è lei stessa a volte esagerata in alcuni suoi atteggiamenti (come con Zach e Clay), ma anche qui l’idea era di prendere una persona comune e portarla all’estremo. Incomprensibile sono quindi le accuse di chi obietta che, stupro a parte, non è che sia stata vittima di atti di bullismo così pesanti da giustificare il suicidio. Basta leggere la cronaca e vedere come spesso ci sono suicidi per anche una sola delle cose che succedono a lei (che si tratti di un video postato su WhatsApp o una serie di offese ripetute). Si è anche detto che è poco credibile che Hannah sia vittima di tanti episodi di bullismo consecutivi il che finisce per rendere difficile empatizzare con lei dal momento che, nella realtà, nessuno avrebbe tanta sfortuna.

Premesso che, purtroppo, spesso effettivamente una vittima di bullismo arriva al suicidio prima di avere il tempo di sperimentare tutte le forme di bullismo, va sottolineato come la sequenza delle torture inflitte ad Hannah ha una sua perversa logica. Una volta che sia stata etichettata come facile per colpa di Justin, è più semplice per Jessica vederla come colpevole del tradimento di Alex, per Courtney scaricare su di lei l’accusa di essere in cerca di relazioni a tre, per Marcus ritenerla un’avventura da una notte e via, per Ryan pensare che la sua poesia attiri l’attenzione morbosa del pubblico scolastico, per Bryce guardarla come un oggetto e non una persona. Quella di Hannah è una lenta ma inarrestabile discesa negli inferi e la serie fa bene a mostrarli tutti per spiegare come ogni passo sia una conseguenza di quello precedente. Era necessario, a questo punto, mostrare lo stupro? Forse, non ha tutti i torti chi dice che questa sia una scelta eccessiva in quanto il peso di questa tragedia è sufficiente a motivare il suicidio finendo quindi per togliere importanza al bullismo precedente. Ma lo stupro è esso stesso figlio, in questo caso, del bullismo di cui Hannah è stata vittima ed è anche giusto che la serie non si tiri indietro rinnegando il libro proprio quando arriva al suo culmine.

Vi diamo appuntamento alla prossima settimana, in cui parleremo della recitazione e del coinvolgimento emotivo.

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