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13 Reasons Why

13 Reasons Why: Le critiche sono fondate? Coinvolgimento emotivo e recitazione (seconda parte)

Tredici

Rilasciata da Netflix in 31 Marzo, 13 Reasons Why (o Tredici, se preferite il titolo italiano) è diventata rapidamente la serie del momento, attirando l’attenzione mediatica di pubblico e critica e travalicando i confini del mondo televisivo per essere argomento di discussione tra ragazzi anche nel loro quotidiano andirivieni. D’altra parte, l’argomento trattato (il suicidio di una diciassettenne vessata da ripetuti atti di bullismo, che lei stessa racconta in audio cassette inviate ai colpevoli) rende la serie particolarmente attuale, andando incontro a situazioni che gli stessi ragazzi che ne parlano conoscono fin troppo bene.

Tanto clamore, ovviamente, attira anche tante critiche che, seppure timidamente, a distanza di un mese cominciano ad affiorare in rete, accusando la serie di stare incassando più elogi di quelli che meriterebbe e di essere dopotutto una “solo una serie normale” con tanti macroscopici difetti, che solo la delicatezza dell’argomento trattato ha messo in secondo piano.

Rubando lo schema usato in redazione per assegnare il voto ai film su grande schermo, noi abbiamo cercato di replicare punto su punto a queste critiche. In questo secondo appuntamento parleremo della recitazione e del coinvolgimento emotivo.

Se ve la siete persi trovate qui la prima parte.

Ovviamente, l’articolo contiene qualche velato spoiler per cui, se non volete correre rischi, interrompete qui la lettura e tornate a trovarci quando avete finito di vedere.

Recitazione

Al giudizio globale di una serie tv concorre giustamente anche la capacità attoriale del cast. L’accusa mossa a 13 Reasons Why è di essere troppo deficitaria da questo punto di vista. Indubbiamente, alcuni protagonisti appiano un po’ legnosi (Sheri, Courtney, Marcus) se non addirittura sotto il minimo sindacale (Jessica), mentre altri sono a tratti mono espressivi (Tony sempre con aria da saggio misterioso o Tyler con la faccia fissa da cane bastonato). Non bisogna dimenticare, tuttavia che molti sono dei quasi debuttanti che sono apparsi in altre serie tv precedenti come poco più che comparse o comunque non in ruoli con un minutaggio tanto consistente. Ma è innegabile che Katherine Langford e Dylan Minnette sulle cui spalle pesa il grosso della serie sono pressoché perfetti nei loro ruoli restituendo con credibilità e naturalezza la solarità insistita e il dolore cupo di Hannah e la timidezza repressa e la testarda voglia di reagire di Clay. Molto bene anche Kate Walsh nel ruolo della madre di Olivia Baker che non si rassegna a non avere un perché per la morte della figlia.

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Va anche detto che gli attori hanno poca possibilità di emergere dato che sono loro affidati dialoghi che i più critici ritengono essere inaccettabilmente banali. Di inaccettabile, però, a nostro giudizio c’è solo la critica fatta ai dialoghi perché ci si dimentica colpevolmente che questa sciatteria nel parlare è voluta. I protagonisti sono teenager di un liceo e neanche particolarmente profondi, proprio come lo sono i loro coetanei del mondo reale che usano un vocabolario limitato e frasi rubate da qualche meme o gif o dai baci perugina quando vogliono fare i finto romantici. Devono, quindi, parlare così e sarebbe stato irrealistico e, stavolta sì, davvero inaccettabile sentirli, avventurarsi in un eloquio forbito o in dotte disquisizioni. Diverso il discorso per gli adulti la cui scontentezza delle situazioni è stata criticata alla stessa stregua dei dialoghi dei ragazzi. Ma non bisogna dimenticare che gli adulti sono il contorno partecipe di questa storia e vengono descritti non come sono, ma come vengono percepiti dai loro figli (invadenti come il padre di Jessica, opprimenti come quello di Alex, distratti come quelli di Clay, assenti come quelli di Bryce, problematici come per Justin).

13 Reasons Why

Coinvolgimento emotivo

Questo aspetto è sicuramente molto personale per cui ogni parere è difficilmente sindacabile. Tuttavia, si può provare a dividere il pubblico approssimativamente in tre fasce di età per capire perché 13 Reasons Why è riuscito a sfondare così tanto.

In primis, abbiamo i cosiddetti teen (intendendo quelli che ora frequentano scuole medie e superiori) che hanno accolto la serie con una entusiastica partecipazione. Andando un attimo sul personale, è utile osservare che il sottoscritto li sente parlare in metro di questa serie e la mia stessa figlia mi ha chiesto di vedere la serie prima che lo suggerissi io, proprio perché la stavano già vedendo altre due amiche di classe. 13 Reasons Why è scritto per loro, parla di loro, parla come loro e fa tutto questo veicolando un messaggio importante in modi in cui possono riconoscersi. Non ha la profondità di In the flesh (dove pure era presente in maniera del tutto originale il tema dell’esclusione dal gruppo sociale dominante) o la precisione di un documentario o il realismo di un American crime, ma se questi prodotti pur lodevoli non sono arrivati ai ragazzi è perché non parlavano a loro, ma agli adulti.  13 Reasons Why va quindi lodato perché vuole dire cose magari banali, ma che banali non sono per i teen di oggi e lo fa nel modo più diretto e comprensibile possibile.

Abbiamo poi i giovani intendendo con questo termine generico quelli che ora sono all’università o iniziano a lavorare (diciamo 20 – 35 anni). Sebbene ogni caso faccia storia a sé, sono in genere costoro quelli che trovano più difficile farsi coinvolgere. Non sono più al liceo e magari quando ci erano hanno avuto esperienze simili da cui sono usciti senza problemi, per cui adesso pensano che il tutto sia una grossa esagerazione. Ma l’errore che devono evitare è pensare “che sarà mai?” perché quello che hanno vissuto loro può essere simile, ma non sarà mai uguale perché la diffusione dei social oggi rende impossibile paragoni con solo cinque o dieci anni fa. Qualcuno sarà stato preso in giro al liceo, ma la cosa restava tra gli amici di classe, mentre oggi è un attimo che si diventa lo zimbello dell’intero istituto o anche più. Inoltre, in una società dove conta sempre più come appari piuttosto che come sei, intaccare l’immagine che vuoi dare di te diventa un dramma di proporzioni epiche. 13 Reasons Why sottolinea questo aspetto e, se lo fa in modo troppo scontato, è perché vuole farlo capire a ragazzi che non hanno né la voglia né spesso la capacità di andare a fondo su nessun argomento.

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Infine, ci sono gli adulti. Molti magari hanno figli in quella fascia di età e inevitabilmente si vedono coinvolti in prima persona. Non solo perché i loro figli potrebbero essere (o lo sono stati) vittime di un tipo di bullismo diverso da quello a cui erano abituati ai loro tempi. Ma anche perché la serie mette bene in mostra quanto difficile sia conoscere i propri ragazzi e comprendere se stanno mentendo o dicendo la verità. Olvia e Andy Baker sono quei genitori che hanno sempre visto la figlia allegra e solare e si sono accontentati di questo perché non avevano tempo di scavare a fondo; Lainie Jensen inizia a sospettare solo dopo e cerca in ogni modo di capire, ma si scontra con quel muro fatto di non puoi capire con cui ogni genitore si confronta ogni giorno; il padre di Jessica è il ritratto di quel genitore che spera basti mostrarsi amico e scherzare per essere un buon padre e invece non sa nulla. Inevitabile, quindi, che un adulto che guarda la serie ne venga preso non solo perché proietta uno dei ragazzi su uno dei suoi figli, ma anche per il timore che uno degli adulti della serie sia un ritratto di sé stesso. Quando una serie riesce a fare questo non può essere tacciata di superficiale banalità o di cercare un facile successo commerciale.

Tredici

In conclusione

Il voto totale nelle recensioni cinema si ottiene dalla media dei singoli voti dati ai quattro comparti sopra citati. Per una serie tv, tuttavia, il giudizio è piuttosto una media pesata, dove i pesi vengono stabiliti insindacabilmente dai gusti del singolo spettatore. Se privilegia i comparti di regia e recitazione, finirà per dare a 13 Reasons Why una sufficienza più o meno stentata magari abbassando il voto, se ritiene che i punti sopra sostenuti per la sceneggiatura non siano condivisibili. Se, invece, si fa prendere dal coinvolgimento emotivo, allora porterà il suo voto verso le cinque stelle. Il fatto che la maggior parte dei voti online sia alto è indice che molti hanno preferito premiare la capacità di veicolare un messaggio e l’importanza del messaggio stesso facendo entrare, a nostro giudizio più che meritatamente, 13 Reasons Why nell’olimpo delle serie da non dimenticare e non di quelle che sono solo normali.

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