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Cinema

Aferim!: la recensione del film al Festival di Berlino 2015

Se l’ingombrante assenza di Jafar Panahi non avesse rubato la scena a ogni altro regista, conquistando al suo ultimo film Taxi un politicissimo Orso d’oro, c’è da credere (e sperare) che ce l’avrebbe fatta Aferim!, capolavoro del giovane regista romeno Radu Jude (classe 1977). Invece Aferim! si è dovuto contentare dell’Orso d’argento per la migliore regia (ex aequo con Malgorzata Szumowska, Body).

Un premio comunque non da poco, per un film straordinariamente bello e commovente, ma anche assai difficile per i temi e le scelte formali. Aferim! (la parola è un’interiezione romena derivata dal turco, usata soprattutto nelle regioni meridionali del paese, ed è più o meno equivalente al nostro “Bravo!”) è uno straordinario esperimento, che ibrida le convenzioni di alcuni generi filmici molto diversi tra loro (il western, il film in costume, la storia “on the road”, la conversazione filosofica) con un rigorosissimo lavoro di documentazione storica e folklorica. La storia è ambientata nel 1835, e si svolge nel paesaggio selvaggio e solitario della Valacchia, la provincia più meridionale di quello che all’epoca non era ancora un grande stato nazionale, ma una vera e propria signoria feudale. La trama è molto semplice: la guardia Costandin e suo figlio attraversano il paesaggio per incarico di un boiaro locale, Iordache, che li spedisce sulle tracce di Carfin, un schiavo rom che aveva attirato l’attenzione della sua padrona ed era fuggito dopo che la donna lo aveva costretto a un rapporto sessuale. Lo schiavo viene ritrovato al termine di molte peripezie, che portano i due protagonisti a incontrare persone, ambienti e situazioni di ogni tipo. Ricondotto dal suo padrone, che pure sa benissimo come Carfin non abbia alcuna responsabilità di un adulterio voluto soltanto dalla sua padrona, lo schiavo rom viene comunque castrato pubblicamente, per dare così l’esempio alla popolazione della fattoria, che segue l’evento come fosse un’occasione festiva. Se il cinico Consandin osserva e sopporta il mondo così com’è, non altrettanto fa suo figlio, che nel corso del viaggio matura lentamente una propria visione della vita.

Inutile dire che la vicenda, per quanto originale e coinvolgente, non è il principale punto di interesse di questo film, che fa leva invece su una serie di qualità tecniche e formali di straordinario livello. In primo luogo la sceneggiatura, costruita recuperando a mo’ di collage stralci di opere letterarie e di documenti storici dell’epoca. Questa tecnica permette di dare vita a una rappresentazione del passato senza paralleli, con dialoghi di un’intensità e un’autenticità non eguagliate neppure dai migliori esempi del genere (penso ad esempio al Mestiere delle armi di E. Olmi). Accanto alla sceneggiatura, una fotografia in bianco e nero drammatica e essenziale contribuisce all’effetto di presa diretta sul passato, come se il film fosse più un documentario che una storia di finzione. Essenziale però in questo senso è anche l’apporto degli attori, diretti in modo superlativo (raramente Orso d’argento è stato più meritato). La naturalezza pacata e antiaccademica con cui i personaggi attraversano le situazioni più incredibili accresce nello spettatore la sensazione di vertigine, l’intuizione che il passato, e non la fantascienza, sia il vero Altrove cui si contrappone il mondo che ci è familiare. Chi di noi sapeva che in Valacchia la schiavitù esisteva ancora a metà dell’Ottocento? Chi sapeva che soprattutto i rom erano intrappolati in questa condizione di servitù feudale? Nessuno, ovviamente, e nessuno lo saprà in futuro, visto che il film, nonostante la sua eccezionale bellezza e le sue qualità completamente fuori dal comune, non ha mai varcato il confine di quella che una volta era la ‘cortina di ferro’: distribuito in quasi tutti i paesi dell’Europa dell’Est, Aferim! non è mai uscito in nessun altro paese europeo, con l’eccezione della Francia.

  • Capolavoro
4.5
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