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Whitewashing: che cos’è e perché è dannoso per lo spettatore

Whitewashing

Il termine whitewashing potrebbe essere il nome di un programma delicati della vostra lavatrice e invece è una delle pratiche più antiche di Hollywood che negli ultimi anni, grazie al mondo di internet, sta ricevendo sempre più critiche e accuse. Letteralmente il termine indica quel processo con cui un personaggio di un film o un prodotto televisivo, che in origine si presuppone essere di etnia non caucasica, viene interpretato da un attore o un’attrice bianca. (letteralmente sbiancamento)

La pratica nasce ad Hollywood ed inizialmente è in parte giustificata dal fatto che l’industria cinematografica nasce in un’era in cui la questione razziale ancora non è risolta e il predominio dell’etnia caucasica è indiscusso. Se pensiamo a tutti i film tra gli anni ’40 e ’70, la rappresentazione degli asiatici, ispanici, africani e arabi è relegata a figure secondarie, spesso o negative o prive di cervello o nella grande maggioranza dei casi obbligati al ruolo della servitù. Quando però non era possibile evitare un casting importante in un ruolo che era stato scritto per un non caucasico, magari perché adattamento di un libro o di un mito, allora il whitewashing operava in modo a tratti ridicolo. Esempi di questo fenomeno sono il personaggio del sig. Yunioshi in Colazione da Tiffany interpretato da un attore bianco, in The King and I il meraviglioso Yul Brinner interpreta un thailandese, Otello interpretato da Laurence Olivier, in West side Story Natalie Wood interpreta una latino americana e infine Marlon Brando che interpreta un giapponese nel film The Tea House in the August Moon.

Sebbene alcune scelte di cast, come ad esempio l’Otello di Olivier, siano azzeccate e non tolgano nulla alla grandezza del film, questo ha però comportato un ostacolo per tutti coloro che non fossero caucasici nel interpretare ruoli primari, solo in ragione non di una mancanza di talento, ma del colore della pelle o della forma degli occhi. Se però agli albori di Hollywood era più difficile conoscere altri mercati cinematografici e di conseguenza altri attori, adesso nel 2017, epoca in cui con una semplice ricerca su google o sul catalogo Netflix puoi guardare film, cinesi, indiani, coreani, sudamericani e imparare a conoscere queste diverse realtà, il fenomeno del whitewashing non ha più giustificazione e appare a tratti ridicolo.

Nell’ultimo anno la questione dello “sbiancamento” è tornata ad essere argomento di conversazione per alcuni film in cui le case di produzione americane hanno scelto di non guardare al prodotto che stavano finanziando, ma al nome da mettere in cartellone. Si inizia con la scelta di Cumberbatch come Khan in Star Trek into the darkness, ruolo che doveva essere interpretato da un indiano e non dal bellone di turno, anche se Cumberbatch ha fatto un buon lavoro. In Doctor Strange il ruolo dell’Anziano doveva essere interpretato da una persona che è nata e vissuta alle pendici dell’hymalaya e non certo dalla diafana Tilda Swinton. Proseguendo poi con i due casi che maggiormente hanno provocato la rivolta della popolazione digitale, e che confermano la totale indifferenza verso la cultura asiatica e in particolare quella giapponese, abbiamo Scarlet Johansson che interpreta l’eroina di Ghost in the Shell, e l’intero remake americano di Death Note in cui tutto il cast non solo non è asiatico, ma viene trasportato a Seattle dove si ambienta la storia… vedremo poi come giustificheranno i nomi.

Naturalmente esiste anche il fenomeno contrario, per cui personaggi che storicamente erano caucasici vengono interpretati da persone di etnia diversa, vedi la Torcia Umana negli ultimi Fantastici Quattro, oppure Hermione nello spettacolo teatrale di Harry Potter, entrambi interpretati da attori di etnia africana. E lo stesso vale anche per il genere, ultimamente è iniziato un filone di film in cui viene riproposta una storia con protagonisti maschili sostituiti da donne, vedi ad esempio Ghostbuster.

Il problema vero del whitewashing e dei fenomeni simili o contrari è una mancanza di rispetto originario per l’opera che si vuole adattare o per la cultura e il mondo che vogliamo raccontare. In un pianeta come il nostro in cui ormai in ogni città è presente una quantità enorme di razze, etnie e culture diverse, ha davvero ancora senso pensare che solo un attore caucasico può fare meglio? Ha ancora senso pensare che fare un remake di The Ring o Death Note sia necessario e che invece non sia più semplice distribuire il film originale in America? Ma soprattutto perché la sensibilità europea a differenza di quella americana non ha attuato così spesso il whitewashing? Che problema ha Hollywood con le etnie diverse e perché invece nei film o nelle serie non americane la diversità è sempre ben rappresentata? Ed infine, voi vedreste un universo come quello dei manga e anime giapponese così intriso di spiritualità e cultura propri di questa terra, ambientato in una amena località italiana o francese o ghanese? Io credo di no. E allora la soluzione al whitewashing deve venire da noi, dal pubblico.

Andate a cercare l’originale, aprite la mente, interessatevi al diverso e scoprirete che non è necessario che la storia sia raccontata da attori bianchi per essere capita.

Good Luck!

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